I TANTO PIACERE, PEDRO!

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I TANTO PIACERE, PEDRO! Intendiamoci bene... Per quanto mi riguarda, se vi piace il Messico, potete prendervelo tutto. Ve lo regalo con la mia santa benedizione. Non ne voglio nemmeno una fetta e rinuncio volentieri anche alla sabbia messicana che in questo momento mi tormenta le tonsille. Aveva ragione sí o no quel capolavoro di ragazza di Matehuala? Vi garantisco che diceva la verità, quando affermava che da queste parti gli americani non possono fare piú nulla di buono da quando il loro governo ha litigato con quello messicano per via del petrolio. Del resto, diceva la verità soltanto a mezzo. Nessuno ha mai combinato niente di buono in questo paesaccio, a parte i messicani. E se un messicano vi dà qualcosa, lo fa quando sta crepando e di quella tal cosa non ha piú bisogno. Io forse non sono spassionato, ma preferisco trovarmi a naso a naso con una tigre bisbetica che non litigare con uno di questi lanciatori di coltello; preferisco fare il solletico sulla lingua a un coccodrillo che non dire a una pulzella messicana. che sono stufo della sua geografia. All’altro capo della estancia, un tipo coi calzoni aderenti e un cappello ridicolissimo sta spiegando a una morettona che razza di torero in gamba era lui una volta. Dalla faccia della donna, ho l’impressione che quella storia l’abbia già sentita e che, comunque, non ci trovi nulla di interessante. Forse è sua moglie. In tal caso, posso dire soltanto che ha scelto male. Io, al suo posto, avrei sposato il toro. Mi ordino un altro bicchiere di tequila e quando il cameriere me lo porta, gli attacco un bottone. Lui mi dice che parlo benissimo lo spagnolo; io gli spiego che mio padre era di origine messicana da parte di madre, poi gli racconto tante altre scemenze. Il nostro idillio continua per un po’, poi l’amico dà la stura alle confidenze. Mi dice che è stanco di portar beveraggi di qua e di là in quel ritrovo da quattro soldi e che vorrebbe prender moglie, ma non ci riesce perché è al verde. Gli spiego che questi sono i casi della vita ma che forse, se lui raccogliesse le idee, potrei fargli scivolare in tasca una diecina di dollari, di quelli americani. Aggiungo che sto cercando un ranch in vendita, per incarico di certi amici miei di New York; lui dice che un americano disposto a comprare un ranch nel Messico, data l’aria che tira in questo momento, deve essere matto o scemo. Del resto, conclude, gli americani sono tutti un po’ picchiatelli. Mentre parla, il cameriere mi guarda con una strana espressione assente. Mi caccio la mano in tasca, tiro fuori un rotolo di banconote e comincio a sfilarne qualcuna. Lui mi osserva con un certo interesse. Gli domando se conosce un certo Pedro Dominguez. Mi dice che non è ben sicuro, ma che forse potrà pensarci sopra e darmi una risposta. Gli metto in mano un po’ di "grano" e la risposta arriva: Sí, il cameriere conosce un certo Pedro Dominguez e sa anche che molto probabilmente Dominguez verrà all’ estancia in serata. È proprio quel che prevedevo. Fa un caldo infernale. Sulla strada polverosa, verso la mesa qualcuno suona un lagnosissimo fandango che mi mette addosso un umore crepuscolare. Da queste parti tutto è cosí opprimente che lo spettacolo di un funerale mi darebbe un certo sollievo. Le poche donne presenti sono racchie. Quando le messicane sono belle, sono davvero fuori serie, ma quando sono brutte, Dio ce ne scampi. Il cameriere se ne sta impalato sulla porta e guarda fuori. Sul muro di cinta vedo una lucertola. Torno a osservare il cameriere e ho l’impressione che anche lui abbia qualcosa della lucertola. Quella sua aria apatica e indifferente non cambierebbe nemmeno se vedesse mettere un uomo allo spiedo. O forse la scena lo divertirebbe. Accendo una sigaretta e richiamo il cameriere. Gli spiego che lui mi sembra un tipo d’intelligenza superiore. Dal momento che è riuscito a ricordarsi di Dominguez, non si ricorda per caso di una certa Fernanda Martinas che dovrebbe abitare da queste parti? Quello sogghigna. È una strana combinazione, dice, ma la señora Martinas canta all’ estancia ogni sera alle undici, e quando arriva lei, Dominguez si trova sempre nelle vicinanze. Dice che Dominguez è un tipo pericoloso quando ci si mette, e gli piace poco vedere altri uomini che ronzino intorno alla sua bella. Il cameriere sguiscia via. Lo vedo sparire per una porta laterale e penso che forse va a riferire i miei discorsi al padrone dell’ estancia, un ciccione che ho intravisto nell’entrare. Mi hanno detto che il padrone è un buon diavolo, ma che da queste parti sono tutti cosí bugiardi che non dicono la verità nemmeno a se stessi. Mi metto a fissare la porta e mi domando perché mi debbano capitare sempre degli incarichi di questo genere. Perché non mi affidano qualche bella indagine da svolgere nei dintorni di New York? Forse avete conosciuto qualche dama al Messico. Le messicane o sono in gamba, o sono repellenti, ma di solito sono repellenti. Del resto, anche quando hanno delle curve degne di nota, hanno un carattere spaventoso. Forse perché mangiano troppo tamales. In ogni modo, un vigile urbano mi diceva un giorno che è pericoloso soffermarsi sulle curve. Gli avventurieri cominciano ad aumentare di numero. Tutti si siedono e ordinano da bere. Due o tre persone mi guardano, ma non hanno l’aria di badarmi molto. Non hanno nemmeno l’aria di vedermi di buon occhio, ma già, i messicani non vedono di buon occhio nemmeno i Santi del Paradiso. Passano dieci minuti e il padrone dell’ estancia mi si avvicina. È vestito come uno spaventapasseri di lusso. Ha la blusa allacciata con un cordoncino d’argento, e porta un sombrero nero, immenso. La fascia dei calzoni lo taglia in due e il ventre trabocca al di sopra di essa. Mi riesce subito odioso. — Señor – mi dice – so che avete chiesto di Dominguez. Forse posso esservi utile. — Forse sí e forse no – rispondo. Sono stufo di questa brava gente. Da quando ho cominciato a lavorare qui intorno, e cioè da molto tempo, ho imparato che torna utile mostrarsi cortesi coi messicani, ma in certi momenti mi scappa la voglia di fare l’angioletto. — Señor... – ripete l’amico e allarga le braccia. Vedo che ha le palme delle mani sudate e le unghie luride, lunghe come artigli. – Non m’impiccio di cose che non mi riguardano, señor – soggiunge – ma ho notato che quando qualcuno viene qui a chiedere di Dominguez, dopo succede sempre qualche complicazione. – Torna ad allargare le braccia. – Non voglio complicazioni nel mio ritrovo, señor – conclude. Lo guardo dritto in faccia. — Perché non fate riposare i vostri poveri piedi e non vi sedete, Ciccio? – chiedo. – Probabilmente state cercando di farmi capire che qualcuno vorrebbe trascinare Dominguez oltre la frontiera. Scommetto che è uno dei tanti banditi che bazzicano in questi paraggi. Forse è stato lui a tagliar la gola al corriere degli Stati Uniti sul confine del Nuovo Messico, tre settimane fa. Siete in gamba, voialtri messicani: quando il vostro governo ha finito di impadronirsi dei pozzi di petrolio che non vi appartengono, vi arrangiate con qualche piccola grassazione individuale. Faccio un cenno al cameriere e gli dico di portarmi del whisky americano, se ne ha. — Se vi può metter l’animo in pace – continuo – vi dirò che non sono venuto per farla fuori con Dominguez. Voglio solo parlargli.. Non c’è nessuna legge in contrario, vero? Penso che si possa parlate con la gente anche a Tampapa. Lui sorride, tutto cerimonioso. — Si capisce, señor. Qui si può dire e fare quel che si vuole. Vi avverto soltanto che il governo non vede di buon occhio Dominguez. È un tipo un po’ turbolento che si diverte a far scoppiare piccole rivoluzioni. Alle volte ci riesce. Ecco tutto. Si siede. Quando il cameriere ritorna, porta una bibita anche per lui. Sembra che il grassone abbia una gran voglia di parlare con me. Ci guardiamo per un po’, poi io dico: — Sentite, io sono molto curioso e mi piacerebbe sapere. qualcosa di quegli altri signori che sono venuti a cercare Dominguez. Sarei anche disposto a fare qualche sacrificio per soddisfare la mia curiosità. — Siete molto gentile, señor – ribatte il grassone – ma io non so niente. Voglio soltanto farvi capire che non voglio complicazioni nella mia estancia. Mi fissa per qualche secondo, poi afferra il proprio bicchiere e fila via. Lo seguo con lo sguardo mentre attraversa la sala e penso che mi piacerebbe tanto mollargli un pedatone sul fondo di quelle brache cosí aderenti. Lancio un’occhiata verso la porta di strada e in quell’istante entra la Martinas. Non l’ho mai vista prima d’ora, ma ne ho sentito parlare... molto... e intuisco che è lei. Deve essere lei. È uno di quegli esemplari che non si incontrano tutti i giorni. Se non fossi cosí stanco di divorare polvere messicana e di farmi corrodere le budella dalla tequila, forse proverei una certa emozione. Dall’andatura, si capisce che deve discendere da qualche grande famiglia spagnola; ha sí e no una goccia di sangue indio nelle vene. Non le manca niente. La carnagione perfetta ha una lieve sfumatura ambrata e i capelli sono come velluto nero. È pettinata all’ultima moda e quella messa in piega non gliel’hanno certo fatta in un paesucolo come Tampapa. Ha una figura che, al vederla, uno si domanda se sogna o se è desto, e si avanza nella sala con l’eleganza d’una pantera che abbia fatto l’università. Porta un vestito di seta molto scollato, e uno scialle messicano rosso sulle spalle. In testa ha un sombrero bianco. Tiene il capo eretto e si guarda attorno con aria di supremo disgusto. Perdinci! Forse questo lavoro non sarà poi tanto ingrato! La dama attraversa la sala e si siede a un tavolino sulla sinistra del palco dell’orchestra. Accavalla le gambe e le mostra ai presenti senza tirchieria. Dopo un paio di minuti, entra l’orchestrina. Guardo i tre suonatori e cerco qualche parola che possa definirli. Una volta ho sentito dire da un tale che un altro sembrava uno spaventapasseri dissoluto. Penso che questa descrizione vada a pennello, per i tre componenti dell’orchestrina. Si siedono, raccolgono le loro chitarre e si guardano attorno con quell’espressione spenta che appare sempre sulla grinta di un messicano quando sta per mettersi a lavorare. Poi cominciano a suonare. Strimpellano un motivo che è un mortorio. Io penso a Bing Crosby e vorrei tanto essere a New York! Comunque, l’ambiente comincia ad animarsi. Due o tre coppie ballano. Fa sempre un caldo infernale. Gli uomini volteggiano tenendo strette le ragazze come se avessero paura di lasciarsele scappare. Osservo che nessuno invita la Martinas a fare quattro salti. Accendo un’altra sigaretta. Quando alzo gli occhi vedo il cameriere che lancia un’occhiata verso la porta, poi guarda me e sogghigna. Mi vuol far capire, credo, che Dominguez è arrivato. Infatti, Pedro entra e si ferma sulla soglia guardandosi attorno. Tutti voltano la testa e sembrano un po’ a disagio. L’amico vede la Martinas e sorride. È alto, snello, molto elegante coi calzoni ornati di ricche bande d’argento. Porta una camicia e una cravatta da torero e un cappellaccio carico di cordoni d’argento. Ha la faccia affilata e un po’ equina, e il naso lunghissimo. Ha le labbra sottili e i denti grandi e candidi. Non porta armi al cinturone, ma io noto una certa protuberanza sotto la sua ascella sinistra. Molto probabilmente, questo galantuomo porta a spasso la solita "berta" con l’impugnatura di madreperla e la canna corta. L’orchestrina smette di suonare. Chiamo il cameriere e gli ordino un altro beveraggio. Quando mi arriva la bibita, l’orchestrina ricomincia a suonare. La Martinas si alza e si mette a cantare. Ha una strana voce acuta, ma non sgradevole, e ci racconta una storia sul suo innamorato che è fra le montagne: la solita lagna che strappa torrenti di lacrime ai messicani. Quando finisce, tutti applaudono. Sono entusiasti. Io rimango al mio posto, immobile. Dominguez si guarda attorno e sorride come se volesse ringraziare il pubblico per gli applausi rivolti alla ragazza. Forse ritiene che in parte spettino a lui. Poi va a sedersi al tavolino di Fernanda. Lei lo guarda e sorride, poi lancia un’occhiata all’orchestra e si mette a parlare con Dominguez, indicandogli il palco. Anche Pedro sorride e torna a guardarsi attorno. Lo sapevo, ragazzi: adesso canta lui. Si avvicina al palco dell’orchestra, toglie di mano la chitarra a uno dei suonatori, si volta e attacca una canzone. Forse l’avete sentita nominare. È intitolata Sombrero e, se andate al Messico, potete scommettere la camicia che, dovunque vi troviate, presto o tardi qualcuno vi canterà Sombrero. Quando Dominguez ha finito, tutti lo acclamano. Io penso che sia ora di far qualcosa. Attraverso la sala e mi avvicino al suo tavolino. — Molto bene, se ñ or – gli dico. – Il vostro numero è buono, ma mi pare un po’ antiquato. Se volete, posso cantarvi qualcosa io. Allungo una mano e prendo la chitarra che è sulla tavola. Lui mi lancia un’occhiata gelida. Intravedo, in fondo alla sala, il padrone della baracca che osserva la scena molto preoccupato. Collaudo le corde della chitarra, poi attacco un ritmo indiavolato, dopo di che eseguo una canzoncina spagnola che ho imparato da una donzella di Parral. È una canzoncina nella quale si dice, in sostanza, che una donna non sa mai che cosa la aspetta e che, anche quando si crede innamorata del suo uomo, può sempre sbagliarsi. Voi mi capite. Mentre canto, sbircio continuamente la bella Fernanda. Le lancio certe occhiate da squarciare una corazza d’acciaio, ma sembra che non attacchi. Lei mi guarda con un sorrisetto di degnazione e non batte ciglio. Mentre canto, mi vien fatto di pensare che quella dolce fanciulla sarebbe capace di mitragliarvi con una mano mentre con l’altra raccoglie rose. È un tipo cos í . Finisco la canzone e restituisco la chitarra a Dominguez. Lui sorride ancora, ma soltanto con le labbra. I suoi occhi sembrano due icebergs. M’indica una sedia. — Accomodatevi, se ñ or – mi fa. – Fa piacere sentir cantare una canzone spagnola con tanto sentimento, da un americano. — Come avete fatto a sapere che sono americano? – ribatto in inglese. – Credo di parlare la vostra lingua tanto bene da poter passare per un messicano. Ma forse qualcuno vi ha avvertito. Dominguez ride e mi accorgo che ha capito benissimo quel che gli ho detto, ma mi risponde in spagnolo col migliore accento di San Luis Potosí. — Il cameriere mi ha aspettato sulla porta, se ñ or , per dirmi che c’era un interessante forestiero... un americano... Si fruga in tasca e tira fuori due sigari stretti e lunghi. Me ne offre uno e me lo accende senza staccarmi gli occhi di dosso, poi fa un cenno al cameriere e ordina qualche beveraggio. Ho l’impressione che fra un momento l’amico avrà qualcosa da dirmi, e taccio. Mi guardo intorno come se la folla dei presenti m’incuriosisse: si direbbe quasi che tutti, piú o meno velatamente, ci tengano d’occhio. Forse si aspettano di assistere a uno spettacolo pirotecnico. Be’, può darsi che non abbiano torto. Il cameriere porta i beveraggi; Dominguez si appoggia allo schienale della sedia e fuma beatamente. Quando lo guardo, gli vedo un sorriso malizioso negli occhi. — Non ho l’onore di conoscere il nome del se ñ or – mi fa. – Il vostro servo umilissimo si chiama Pedro Dominguez... Forse il nome non vi è nuovo. E questa dama che ci onora della sua presenza è la se ñ ora Fernanda Martinas. Mi alzo e rivolgo un inchino a Fernanda, che mi fissa con aria beffarda. Mi vien fatto di pensare che questa pulzella ha una bocca stupenda. Le sue labbra sono ben modellate e non troppo carnose, cosa non comune in una messicana, e sono ritoccate con un rossetto di prima qualità. Devo farmi forza per concentrarmi sulla missione che ho da compiere, poiché, guardando Fernanda attentamente, mi è venuto il pensiero che sopra una bocca come quella mi sentirei di fare qualche settimana di straordinari. — Mi chiamo Hellup – dico a Dominguez. – Wylie T. Hellup. Vengo da Las Lunas, Nuovo Messico, e sono in cerca d’un ranch per certi amici miei di New York. Fernanda ride e Pedro le fa eco. — I vostri amici devono avere poco buon senso, se ñ or Hellup – mi dice la bella. – Comperare un ranch da queste parti è una pazzia. Faccio segno di sí. — Penso anch’io che siano matti – dico – ma quando la gente prende un dirizzone io non discuto mai. Dominguez tentenna il capo. — Se ñ or, Dio mi guardi dall’insinuare che siete un bugiardo, ma dovete averci presi per stupidi se pensate davvero che possiamo credere alla favola del ranch. So che l’avete già raccontata al cameriere. Rifletto rapidamente, e per un attimo mi coglie un tragico dubbio. Mi domando se io non abbia preso una cantonata. Ma non è possibile che ci siano due Pedro Dominguez proprio nello stesso paese. Evidentemente l’amico ha le sue buone ragioni per comportarsi cosí. Decido di assecondarlo e di stare a vedere che cosa accade. — Non vi capisco, señor – ribatto. Lui allarga le braccia. — Accade spesso che vengano dei forestieri qui a Tampapa e, naturalmente, al loro arrivo si preoccupano di giustificare la loro presenza da queste parti. – Mi fissa come un serpente a sonagli. – Di solito questi forestieri s’interessano di petrolio o di argento, ma non ce lo dicono... oh, no... quasi tutti dichiarano di voler comperare un ranch per sé o per altri. «Anche la settimana scorsa è arrivato un giovanotto che diceva di chiamarsi Lariat. Si è messo nei guai con la polizia... Anzi, temo di esserci entrato anch’io per qualcosa. In ogni modo, è deplorevole che sia stato ucciso mentre tentava di evadere dalla prigione. Avrebbe fatto molto meglio a rimanere dov’era e a meditare in pace sui casi propri. Ma ha voluto tentare un’evasione, anziché assicurarsi i servizi del nostro stimatissimo e abilissimo avvocato Estorado, il quale senza dubbio l’avrebbe fatto scarcerare... con una modica spesa. Capisco tutto e sogghigno. — Ma guarda! – mormoro. – Ed io che cosa dovrei fare? Dovrei inginocchiarmi e baciarvi la mano per dissuadervi dall’escogitare qualche diavoleria e dal farmi chiudere nella vostra puzzolente prigione? – Mi protendo al di sopra della tavola. – Ascoltatemi bene, Dominguez: ho saputo molte cose sul conto vostro! Voi siete il terrore del paese, vero? Vi credete un padreterno, ma per me siete un lazzarone messicano come tanti altri! L’amico è in gamba. Non perde il sangue freddo. Rimane impassibile e giocherella col bicchiere. — Non voglio litigare con voi, señor – dice. – La pattuglia dei Rurales sarà qui da un momento all’altro; se perdessi la pazienza e vi trattassi secondo il cuor mio, sarei forse costretto a passare la notte nella medesima cella, con voi. Non ci tengo affatto. Senza dubbio, mi si presenterà l’occasione di fare i conti con voi in circostanze piú favorevoli... Guarda verso la porta. Mi volto anch’io e vedo sulla soglia un tenente dei Rurales e tre agenti. Benissimo, ci siamo! Torno a protendermi in avanti. — Badate, Dominguez: la so lunga sul conto vostro. Forse tenterete di farmi fare un cappotto di legno, ma non la passerete liscia. Ci vuole qualcosa di píú che un lurido messicano come voi e di una sgualdrinella da due soldi come quella che vi tirate dietro... – Guardo Fernanda con un sogghigno sprezzante e in quel momento Pedro mi molla un ceffone da farmi barcollare. Mi rimetto in equilibrio, afferro la bottiglia della tequila e tento di scaraventargliela in testa. Sbaglio mira, naturalmente, e tutto il liquore finisce addosso a Fernanda, ch’è rimasta seduta pallidissima e urla, invocando qualcuno che mi trucidi per vendicare l’onore della famiglia Martinas. Nel momento in cui Dominguez caccia la mano sotto il farsetto per tirar fuori l’artiglieria, gli misuro uno sganassone al mento. Lui mi agguanta per una spalla e rotoliamo assieme sul pavimento. Tutt’attorno a me c’è un vero pandemonio; pochi secondi dopo, i due Rurales mi hanno agguantato mentre l’ufficiale e un altro subalterno tengono fermo Dominguez. Tutti parlano e gridano simultaneamente. È un vero manicomio. Sento il cameriere, il padrone e gli altri che dànno dieci versioni differenti dell’accaduto, ma quella che urla di più è Fernanda che continua a protestare per il titolo onorifico che le ho appioppato. Il tenente, un omiciattolo sporco con una barba di tre giorni, alza una mano e il frastuono cessa. — Señores – ci dice – andrete tutti e due in carcere. La prigione è lontana. Durante il tragitto avrete il tempo di riflettere sui casi vostri. Conducono fuori Dominguez e me e ci legano le mani con una corda di cui un Rural tiene poi un capo per guidarci. Gli agenti montano in sella e si avviano lungo la strada. Gli zoccoli dei cavalli sollevano nuvole di polvere e noi ne mangiamo in abbondanza. Dominguez ha ancora fra i denti un mozzicone di sigaro, benché un labbro gli sanguini per lo sgrugnone che gli ho assestato. Mi volto indietro: sulla porta dell’ estancia c’è Fernanda che ci segue con gli occhi. Il suo sombrero bianco spicca tra la folla di facce smorte. — Adios, americano! – mi grida. – Vi auguro di crepare di febbre carceraria! È la mezzanotte, quando ci chiudono in una cella del la prigione di Tampapa. Dominguez va a sedersi sopra una panca di legno contro il muro di fondo. Io rimango in piedi accanto alla porta, e attraverso le sbarre dello spioncino seguo con gli occhi il carceriere che si allontana. Quando è scomparso, mi volto a guardare Dominguez. Si è rannicchiato, coi piedi sull’orlo della panca, e ha tirato fuori un altro sigaro. Fuma tranquillamente come se non avesse un pensiero al mondo. Mi avvicino a lui. — E allora? – domando. L’amico mi guarda e ride. A osservarlo bene, questo Dominguez non ha poi una brutta faccia. Ha un po’ l’aria del bravo ragazzo che sia stato traviato. Non so se rendo l’idea. — Non c’era altro mezzo, señor Hellup – mi fa. – Qui possiamo parlare. Fuori, se ci avessero visti in conciliabolo, s i sarebbero insospettiti. Al momento non sono molto popolare da queste parti. Mi rallegro che abbiate capito il mio progetto con tanta prontezza; però non c’era bisogno d’insolentire cosí la mia povera Fernanda. Si stringe nelle spalle malinconicamente. — Non ci fate caso – rispondo. – Ho detto la prima cosa che mi è frullata per la testa. Mi avvicino alla porta e do un’altra occhiata fuori. Non c’è nessuno. Ritorno da Dominguez. — È meglio che parliate voi per il primo – gli dico. – E vi conviene cantare parecchio perché, piú cantate, piú incassate. Scuote la cenere del sigaro. Il chiarore della luna filtra attraverso le sbarre della finestrella e gl’illumina il viso. Riuscirò a pompar fuori un po’ di verità a questo galantuomo?
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