Ella tenendo il capo sollevato, anzi piegato indietro un poco, guardava il giovine furtivamente, di fra le palpebre socchiuse, con uno di quegli indescrivibili sguardi della donna, che paiono assorbire e quasi direi bevere dall’uom preferito tutto ciò che in lui è più amabile, più desiderabile, più godibile, tutto ciò che in lei ha destata quella istintiva esaltazion sessuale da cui ha principio la passione. I lunghissimi cigli velavano l’iride inclinata all’angolo dell’orbita; e il bianco nuotava come in una luce liquida, un po’ azzurra; e un tremolio quasi impercettibile moveva la palpebra inferiore. Pareva che il raggio dello sguardo andasse alla bocca di Andrea, come alla cosa più dolce.
Elena era presa, infatti, da quella bocca. Pura di forma, accesa di colore, gonfia di sensualità, con un’espressione un po’ crudele quando rimaneva serrata, quella bocca giovenile ricordava per una singolar somiglianza il ritratto del gentiluomo incognito ch’è nella Galleria Borghese, la profonda e misteriosa opera d’arte in cui le imaginazioni affascinate credetter ravvisare la figura del divino Cesare Borgia dipinta dal divino Sanzio. Quando le labbra si aprivano al riso, quell’espressione fuggiva; e i denti bianchi quadri, eguali, d’una straordinaria lucentezza, illuminavano una bocca tutta fresca e gioconda come quella d’un fanciullo.
Appena Andrea si volse, Elena ritrasse lo sguardo; ma non così presto che il giovine non ne cogliesse il baleno. N’ebbe egli una gioia così forte che sentì salire alle gote una fiamma. « Ella mi vuole! Ella mi vuole! » pensò, esultando, nella certezza d’aver già conquistata la rarissima creatura. Ed anche pensò: « E’ un piacere non mai provato. »
Ci sono certi sguardi di donna che l’uomo amante non iscambierebbe con l’intero possesso del corpo di lei. Chi non ha veduto accendersi in un occhio limpido il fulgore della prima tenerezza non sa la più alta delle felicità umane. Dopo, nessun altro attimo di gioia eguaglierà quell’attimo.
Elena domandò, mentre intorno la conversazione facevasi più viva:
– Resterete a Roma tutto l’inverno?
– Tutto l’inverno, e oltre – rispose Andrea, a cui quella semplice domanda parve chiudere una promessa d’amore.
– Avete dunque una casa?
– Casa Zuccari: domus aurea.
– Alla Trinità de’ Monti? Voi felice!
– Perché felice?
– Perché voi abitate in un luogo ch’io prediligo.
– V’è raccolta, è vero? come un’essenza in un vaso, tutta la sovrana dolcezza di Roma.
– E’ vero! Tra l’obelisco della Trinità e la colonna della Concezione è sospeso ex–voto il mio cuore cattolico e pagano.
Ella rise di quella frase. Egli aveva pronto un madrigale intorno il cuor sospeso, ma non lo profferì; perché gli spiaceva di prolungare il dialogo su quel tono falso e leggero e di disperdere così l’intimo suo godimento. Tacque.
Ella rimase un poco pensosa. Poi, di nuovo, si gittò nella conversazione generale, con una vivacità anche maggiore, profondendo i motti e le risa, facendo scintillare i suoi denti e le sue parole. Donna Francesca mordeva un poco la principessa di Ferentino, non senza finezza, accennando all’avventura lesbica di lei con Giovanella Daddi.
– A proposito, la Ferentino annunzia per l’Epifania un’altra fiera di beneficenza – disse il barone d’Isola. – Non ne sapete ancóra nulla?
– Io sono patronessa – rispose Elena Muti.
– Voi siete una patronessa preziosa – fece Don Filippo del Monte, un uomo quarantenne, quasi tutto calvo, sottile aguzzatore di epigrammi, che portava sul volto una specie di maschera socratica in cui l’occhio destro scintillava mobilissimo per mille diverse espressioni e il sinistro rimaneva sempre immobile e quasi vetrificato sotto la lenta rotonda, come se l’uno servisse per esprimere e l’altro per vedere. – Nella Fiera di maggio, riceveste una nuvola d’oro.
– Ah, la Fiera di maggio! Una follia – esclamò la marchesa d’Ateleta.
Come i servi venivan mescendo vin ghiacciato di Sciampagna, ella soggiunse:
– Ti ricordi, Elena? I nostri banchi erano vicini.
– Cinque luigi per sorso! Cinque luigi per morso! – si mise a gridare Don Filippo del Monte, imitando per gioco la voce di un banditore.
La Muti e l’Ateleta ridevano.
– Già, già è vero. Voi gittavate il bando, Filippo – disse Donna Francesca. – Peccato che tu non ci fossi, cugino mio! Per cinque luigi avresti mangiato un frutto segnato prima da’ miei denti e per altri cinque luigi avresti bevuto Champagne nel concavo delle mani d’Elena.
– Che scandalo! – interruppe la baronessa d’Isola, con una smorfietta d’orrore.
– Ah, Mary! E tu non vendevi le sigarette accese prima da te, e molto inumidate, per un luigi? – fece Donna Francesca, sempre ridendo.
E Don Filippo:
– Io vidi qualche cosa di meglio. Leonetto Lanza ottenne dalla contessa di Lùcoli, per non so quanto, un sigaro d’avana ch’ella aveva tenuto sotto l’ascella...
– Ohibò! – interruppe di nuovo la piccola baronessa, comicamente.
– Ogni opera di carità è santa – sentenziò la marchesa. – Io, a furia di morsi nelle frutta, misi insieme circa dugento luigi.
– E voi? – chiese Andrea Sperelli alla Muti, sorridendo a mala pena. – E voi, con la vostra coppa carnale?
– Io, dugento settanta.
Così motteggiavano tutti, tranne il marchese. Questo Ateleta era un uomo già vecchio, afflitto da una sordità incurabile, bene incerettato, dipinto d’un color biondastro, artefatto dal capo a’ piedi. Pareva uno di quei personaggi finti che si vedono ne’ gabinetti di figure in cera. Ogni tanto, quasi sempre male a proposito, metteva fuori una specie di risolino secco che pareva lo stridore d’una macchinetta arruginita ch’egli avesse dentro il corpo.
– Ma, a un certo punto, il prezzo del sorso arrivò a dieci luigi. Capite? – soggiunse Elena. – E all’ultimo quel matto di Galeazzo Secìnaro venne ad offrirmi un biglietto da cinquecento lire chiedendo in cambio ch’io m’asciugassi le mani alla sua barba bionda...
Il finale del pranzo era, come sempre in casa d’Ateleta, splendidissimo; poiché il vero lusso d’una mensa sta nel dessert. Tutte quelle squisite e rare cose dilettavano la vista, oltre il palato, disposte con arte in piatti di cristallo guarniti d’argento. I festoni intrecciati di camelie e di violette s’incurvavano tra i pampinosi candelabri del XVIII secolo animati dai fauni e dalle ninfe. E i fauni e le ninfe e le altre leggiadre forme di quella mitologia arcadica, e i Silvandri e le Filli e le Rosalinde animavan della lor tenerezza, su le tappezzerie delle pareti, un di que’ chiari paesi citerèi ch’esciron dalla fantasia d’Antonio Watteau.
La leggera eccitazione erotica, che prende gli spiriti al termine d’un pranzo ornato di donne e di fiori, rivelavasi nelle parole, rivelavasi ne’ ricordi di quella Fiera di maggio ove le dame spinte da una emulazione ardente a raccogliere la maggior possibile somma nel loro ufficio di venditrici, avevano attirato i compratori con inaudite temerità.
– Accettaste? – chiese Andrea Sperelli alla duchessa.
– Sacrificai le mie mani alla Beneficenza – ella rispose. – Venticinque luigi di più!
– All the perfumes of Arabia will not sweeten this little hand...
Egli rideva, ripetendo le parole di Lady Macbeth, ma in fondo a lui era una sofferenza confusa, un tormento non bene definito, che somigliava la gelosia. Gli appariva ora, all’improvviso, quel non so che di eccessivo e quasi direi di cortigianesco onde in qualche momento offuscavasi la gran maniera della gentildonna. Da certi suoni della voce e del riso, da certi gesti, da certe attitudini, da certi sguardi ella esalava, forse involontariamente, un fascino troppo afrodisiaco. Ella dispensava con troppa facilità il godimento visuale delle sue grazie. Di tratto in tratto, alla vista di tutti, forse involontariamente, ella aveva una movenza o una posa o una espressione che nell’alcova avrebbe fatto fremere un amante. Ciascuno, guardandola, poteva rapirle una scintilla di piacere, poteva involgerla d’imaginazioni impure, poteva indovinarne le segrete carezze. Ella pareva creata, in verità, soltanto ad esercitare l’amore; – e l’aria ch’ella respirava era sempre accesa dai desiderii sollevati intorno.
« Quanti l’han posseduta? » pensò Andrea. « Quanti ricordi ella serba, della carne e dell’anima? »
Il cuore gli si gonfiava come d’un’onda amara, in fondo a cui per sempre bolliva quella sua tirannica intolleranza d’ogni possesso imperfetto. E non sapeva distogliere gli occhi dalle mani d’Elena.
In quella mani incomparabili, morbide e bianche, d’una transparenza ideale, segnata d’una trama di vene glauche appena visibile; in quelle palme un poco incavate e ombreggiate di rose, ove un chiromante avrebbe trovato oscuri intrichi, avevano bevuto, dieci, quindici, venti uomini, l’un dopo l’altro, a prezzo. Egli vedeva le teste di quegli uomini sconosciuti chinarsi e suggere il vino. Ma Galeazzo Secìnaro era uno de’ suoi amici: bello e gagliardo signore, imperialmente barbato come un Lucio Vero, rivale temibile.
Allora, sotto l’incitazione di quelle imagini, la cupidigia gli crebbe così fiera e l’invase una impazienza così tormentosa che il termine del pranzo gli pareva non giungesse più mai. « Io avrò da lei, in questa sera medesima, la promessa » pensò. Dentro, lo pungeva un’ansietà come di chi tema vedersi fuggire un bene a cui molti emuli mirano. E l’incurabile e insaziabile vanità gli rappresentava l’ebrezza della vittoria. Certo, quanto più la cosa da un uom posseduta suscita negli altri l’invidia e la brama, tanto più l’uomo ne gode e n’è superbo. In questo appunto è l’attrattivo delle donne di palco scenico. Quando tutto il teatro risona di applausi e fiammeggia di desiderii, quegli che solo riceve lo sguardo e il sorriso della diva si sente inebriare dall’orgoglio come da una tazza di vin troppo forte e smarrisce la ragione.
– Tu che sei una innovatrice – diceva la Muti rivolgendosi a Donna Francesca, mentre bagnava le dita nell’acqua tiepida d’un vaso di cristallo azzurro orlato d’argento – dovresti rimmeter l’uso del dare acqua alle mani col mesciroba e col bacino antico, fuor di tavola. Questa modernità è brutta. Non vi pare, Sperelli?
Donna Francesca si levò. Tutti la imitarono. Andrea offerse il braccio a Elena, inchinandosi, ed ella lo guardò, senza sorridere, mentre posava il braccio nudo su quello di lui lentamente. Le sue ultime parole erano state gaie e leggere; quello sguardo invece era così grave e profondo che il giovine si sentì prendere l’anima.
– Andate – ella chiese – andate domani sera al ballo dell’Ambasciata di Francia?
– E voi? – chiese a sua volta Andrea.
– Io, sì.
– Io, sì.
Sorrisero, come due amanti. Ed ella soggiunse, mentre sedeva:
– Sedete.
Il divano era discosto dal caminetto, lungo la coda del pianoforte che le pieghe ricche d’una stoffa celavano in parte. Una gru di bronzo, a una estremità, reggeva nel becco levato un piatto sospeso a tre catenelle, come quel d’una bilancia; e il piatto conteneva un libro nuovo e una piccola sciabola giapponese, un waki–zashi, ornato di crisantemi d’argento nella guaina, nella guardia, nell’elsa.
Elena prese il libro ch’era a metà intonso; lesse il titolo; poi lo ripose nel piatto che ondeggiò. La sciabola cadde. Come ella ed Andrea si chinavano nel tempo medesimo per raccoglierla, le loro mani s’incontrarono. Ella, rialzatasi, esaminò la bell’arma curiosamente; e la tenne, mentre Andrea le parlava di quel nuovo libro di romanzo e s’insinuava in argomenti generali d’amore.
– Perché mai rimanete così lontano dal « gran pubblico »? – gli domandò ella. – Avete giurato fedeltà ai « Venticinque Esemplari »?
– Sì, per sempre. Anzi il mio sogno è l’« Esemplare Unico » da offerire alla « Donna Unica ». In una società democratica com’è la nostra, l’artefice di prosa o di verso deve rinunziare ad ogni benefizio che non sia di amore. Il lettor vero non è già chi mi compra ma chi mi ama. Il lettor vero è dunque la dama benevolente. Il lauro non ad altro serve che ad attirare il mirto...
– Ma la gloria?
– La vera gloria è postuma, e quindi non godibile. Che importa a me d’avere, per esempio, cento lettori nell’isola dei Sardi ed anche dieci ad Empoli e cinque, mettiamo, ad Orvieto? E qual voluttà mi viene dall’essere conosciuto quanto il confettiere Tizio od il profumiere Caio? Io, autore, andrò nel conspetto dei posteri armato come potrò meglio; ma io, uomo, non desidero altra corona di trionfo che una... di belle braccia ignude.
Egli guardò le braccia di Elena, scoperte insino alla spalla. Erano così perfette nell’appiccatura e nella forma che richiamavano la similitudine firenzuolesca del vaso antico « di mano di buon maestro » e tali dovevano essere « quelle di Pallade quando era innanzi al pastore ». Le dita vagavano su le cesellature dell’arma; e l’unghie lucenti parevan continuare la finezza delle gemme che distinguevano le dita.
– Voi, se non erro, – disse Andrea, involgendo lei del suo sguardo come d’una fiamma – dovete avere il corpo della Danae del Correggio. Lo sento, anzi, lo veggo, dalla forma delle vostre mani.
– Oh, Sperelli!
– Non imaginate voi dal fiore la intera figura della pianta? Voi siete, certo, come la figlia d’Acrisio, che riceve la nuvola d’oro, non quella della Fiera di maggio, ohibò! Conoscete il quadro della Galleria Borghese?
– Lo conosco.
– Mi sono ingannato?
– Basta, Sperelli: vi prego.
– Perché?
Ella tacque. Ormai ambedue sentivano avvicinarsi il cerchio che doveva chiuderli e stringerli insieme rapidamente. Né l’una né l’altro aveva conscienza di quella rapidità. Dopo due o tre ore dal primo vedersi, già l’una si dava all’altro, in ispirito; e la scambievole dedizione pareva naturale.