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Tormenta Del Cuore

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misterio
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Descripción

Gavin Cooke, autore inglese best seller, è tormentato e vive in una oscura spirale di disperazione. È venuto agli Outer Banks per sfuggire allo squallido stile di vita che stava avendo a Londra, e nel disperato tentativo di riprendere le redini della sua scrittura. Contorto, amareggiato e in collera col mondo, Gavin non ha bisogno di altro dalla vita che della sua bottiglia di scotch e un portatile.

La vita di Savannah Shepherd sta cadendo a pezzi. Mentre lotta per sbarcare il lunario, Savannah guarda il suo sogno di diventare una fotografa faunistica scivolare via. Pronta a fare i bagagli e tornare a casa con la coda tra le gambe, riceve un’opportunità che sembra troppo bella per essere vera, e decisamente troppo per rinunciarvi.

Lui è grezzo, prepotente e sboccato. Lei è il tipo di ragazza da fiori e romanticismo. Eppure Gavin e Savannah trovano l’uno nell’altra un condiviso bisogno che può essere soddisfatto solo cedendo ai loro desideri.

La lussuria si trasforma in qualcosa di più, ma un’inaspettata svolta degli eventi e gli ostacoli creati dall’amaro passato di Gavin potrebbero dimostrarsi più di quanto il loro azzardato legame possa sopportare.

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Capitolo 1
Capitolo 1 Gavin «E, come può vedere qui, tutti i pannelli di vetro sono scorrevoli, perciò può aprire l’intera parete posteriore verso la spiaggia». «Non una caratteristica molto comoda nei mesi invernali», brontolo sottovoce mentre la donna… la mia agente immobiliare… continua a snocciolare le caratteristiche di questa casa sulla spiaggia da 2,7 milioni di dollari che ho appena acquistato, a scatola chiusa, a Duck, nel North Carolina. Uno stupido nome del cazzo per un paese, ma sopravvivrò, visto che la casa risponde a tutti i miei requisiti. E non erano molti. Doveva essere di fronte all’oceano senza altre case nelle vicinanze per almeno duecento metri. Ci tengo alla mia privacy e quindi, per potermela concedere, ho dovuto tirar fuori una vagonata di soldi per l’acquisto. «Mi scusi?» sento dire alle mie spalle. Mi volto e vedo che la donna mi sta guardando con le sopracciglia bionde arcuate in alto. Com’era che si chiamava? Casey Markham, credo. «Mi scusi cosa?» domando, cercando di tenere i lineamenti neutrali. Di solito non sono passivo-aggressivo. In effetti, perlopiù mi definirebbero solo aggressivo, ma ho un doposbornia infernale e non sono combattivo come al solito. «Ha appena borbottato qualcosa. Non ho capito cosa ha detto», mi sfida. So molto bene che ha sentito cosa ho detto, ma non intendeva far passare inosservato il commento sarcastico. «Ho detto», dico strascicando le parole in un tono forte condito dal mio genere personale di stronzaggine, «che non è davvero una caratteristica utile nei mesi invernali. Mi scuso se non mi ha sentito, ma quello che intendevo è che è una caratteristica del cazzo da avere in una casa che ha dei freddi mesi invernali. Insomma… se questa casa fosse ai tropici, certo… capirei. Ma quale demente l’ha installata sapendo che sarebbe stata usata solo per forse metà dell’anno?» Sono una testa di cazzo, lo so, e questa donna, Casey, lo sa anche lei. Ho trattato con lei dal mio appartamento di Londra nelle ultime settimane mentre cercava con diligenza di trovare una proprietà che soddisfacesse i miei bisogni. Non me ne frega davvero un cazzo se ho ferito i suoi sentimenti, però; sono andato oltre l’interessarmi di quello che chiunque pensa di me, e poi lei ha ottenuto una sostanziosa provvigione su questa vendita, perciò non ha motivo di lagnarsi. Piuttosto che sporgere il labbro inferiore e mettere il broncio, fa l’opposto. Getta indietro la testa e ride dal profondo del petto, e all’improvviso questa donna diventa un tantino più interessante per me. È bella, certo. Lunghi capelli biondi, con striature più chiare in alcune zone a causa del caldo sole della Carolina. Pelle baciata alla perfezione dal sole e lineamenti da top model. Il suo sorriso irradia felicità e contentezza per la sua vita, luccica di brillantezza. A quanto pare ha anche una spina dorsale, cosa che è interessante perché significa che si può spezzare, non solo piegare, e a volte mi diverte spezzare le cose. Ancora ridacchiando, Casey mi fa l’occhiolino mentre mi passa accanto. «Ho pensato la stessa cosa quando l’ho vista. Le nostre estati qui sono molto belle, ma possiamo avere degli inverni pungenti, senza dubbio. Ora andiamo di sopra, e le mostrerò il secondo piano». Scuotendo la testa, la seguo su per le scale, decisamente osservando il modo in cui il suo culo ondeggia sotto la stretta gonna color crema che indossa. Mi fa pensare a metterla a novanta gradi e scoparla sollevandogliela fino alla vita. Forse. Se non avessi la testa che mi martella e lo stomaco che minaccia di espellere la mezza bottiglia di Scotch che ho bevuto ieri sera. La seguo in giro per la casa mentre ne illustra le caratteristiche… legno zebrano dappertutto, cinque stanze da letto, ognuna dotata di bagno, e uno studio al terzo piano con un balcone privato che si affaccia sull’Atlantico. Era già del tutto arredata, perfino fornita di pentole e padelle, quindi non devo fare altro che disfare le valigie. C’è perfino una sala intrattenimento nel seminterrato che contiene un cinema privato, una stanza da biliardo e un bar del tutto funzionale. Il bar è di gran lunga la mia caratteristica preferita della casa. Per quando siamo tornati in cucina, ho grossomodo escluso la mia agente immobiliare e il suo atteggiamento dolce e vivace e iniziato a calcolare quanto in fretta posso riuscire a farla uscire da qui. C’è un’altra mezza bottiglia di Scotch che mi chiama, e al diavolo il fatto che sia solo l’una del pomeriggio. «Ecco le sue chiavi, e congratulazioni per la sua nuova casa, signor Cooke». Guardo la signorina Casey Markham lì in piedi, che mi porge le chiavi della casa, tutta solare e luminosa, e mi rendo conto che non vale la pena cercare di entrarle nelle mutandine. Il mio genere di scopata è scuro e brutale, qualcosa che una ragazza dolce come lei non capirebbe mai. Non tollererebbe mai. «Grazie», le dico mentre prendo le chiavi e me le infilo in tasca. La accompagno alla porta. Una volta uscita sul portico anteriore, si gira verso di me, il sorriso scintillante, e dice: «C’è altro che posso fare per lei, signor Cooke?» Che ne dici di un pompino, raggio di sole? Eppure, la sua personalità solare è proprio il motivo per cui non mi prende davvero. Non mi piace che le mie donne siano sorridenti, felici o spensierate. Mi piacciono silenziose e passive, che prendono quello che do loro e a parte questo si levano dal cazzo. «No. Sono a posto. Saluti», le dico, e faccio per voltarmi e chiudere la porta. Il mio ultimo sguardo verso di lei me la mostra col sorriso ancora saldo al suo posto, ma c’è un accenno di ghigno che mi dice che sa molto bene che sono uno stronzo supremo, eppure non potrebbe importargliene di meno. Ha ottenuto migliaia di dollari di provvigioni da me, e questo la terrà tra arcobaleni e unicorni per parecchi mesi. Dopo che la porta si chiude, mi ci appoggio contro e ispeziono il mio nuovo regno. È enorme… quattro piani, se si conta il seminterrato, e più stanze di quante qualunque uomo potrebbe mai sperare di possedere, o di viverci dentro per quel che vale. Sarà un inferno tenerla pulita, e questa è l’ultima cosa a cui voglio pensare, perché tutta la mia attenzione deve essere concentrata sul cercare di stare lontano dalla bottiglia e lavorare al mio manoscritto, che devo consegnare al mio editor entro due settimane. Spingendomi via dalla porta in un attimo di illuminazione, la riapro e chiamo Casey, che è arrivata in fondo alla scalinata anteriore. «Aspetti un minuto». Lei si volta e si incolla un piacevole sorriso sul volto. «Sì, signor Cooke?» «Gavin», dico, stanco delle formalità, perché il signor Cooke è mio padre e mi fa sentire come se avessi cinquant’anni piuttosto che ventisette. Casey inclina la testa da un lato, incuriosita. «Conosci un servizio di pulizie o puoi raccomandarmi qualcuno che possa venire qualche giorno a settimana?» Lei si morde pensierosa il labbro inferiore e fa qualche passo tornando verso la scala. Alzando lo sguardo su di me, risponde: «Ce ne sono alcuni qui negli Outer Banks, ma in effetti ho un’amica… la mia coinquilina a dire il vero… che potrebbe essere interessata». Scuotendo la testa, le dico: «No, grazie, preferirei avere una ditta professionale». Casey aggrotta le sopracciglia e sale sull’ultimo gradino, poggiando una mano sul corrimano, l’altra che le scivola nella tasca della gonna. «Lei è davvero fantastica. Pulisce qualche altra casa sull’isola. È molto discreta e farebbe un lavoro migliore per un prezzo migliore rispetto alle ditte professionali». «È loquace quanto te?» chiedo scettico, ma quello che intendo davvero è se sia spumeggiante, vivace ed estroversa. «Perché non amo essere infastidito». «Tutto il contrario. È timida e un po’ chiusa. Probabilmente neanche ti accorgerai che sia in casa tua». Tamburellando con le dita sulla coscia, penso alla sua offerta. L’istinto mi dice di rifiutarla e insistere per una ditta, perché se le cose non funzionassero non ci sarebbe alcun senso di imbarazzo se dovessi licenziarli. Ma poi penso… che cazzo me ne frega dell’imbarazzo? Se non mi piace, non avrò il minimo scrupolo a cacciarla a calci in culo. «Va bene», mi arrendo. «Dalle i miei contatti e dille di farmi uno squillo. Discuterò i dettagli con lei». Casey mi inchioda con un enorme sorriso e dice: «Lo farò. Si chiama Savannah Shepherd. Le dirò di chiamare stasera». Annuisco e le volto le spalle, tornando in casa e andando dritto alla sala intrattenimento, dove tiro fuori la bottiglia di Scotch e mi verso un drink di “benvenuto a casa”. *** Solo una misera ora più tardi e ho del tutto disfatto i bagagli nella nuova casa. Non avevo altro che due valigie di vestiti e una scatola di forniture da ufficio che mi ero spedito dall’appartamento di Londra. Mi verso altre due dita di Scotch nel tumbler vuoto, che in effetti è un bicchiere di plastica con un grosso fenicottero rosa sopra che ho trovato nel pensile in cucina, e bevo un sorso mentre mi siedo alla mia scrivania. La sedia da ufficio scricchiola e geme, facendomi prendere nota a mente di procurarmene una nuova. Questa mi farà impazzire se fa così tanto rumore. Allungando una mano nella scatola quasi vuota degli oggetti da ufficio, ne prendo l’ultimo rimasto. L’unico oggetto d’arredo che avevo spedito. La piccola cornice sembra leggera tra le mie mani. Quando la giro per guardare la foto all’interno, sono del tutto impreparato alla fitta acuta al centro del petto. Non vedevo questa fotografia da oltre due settimane, e apre una nuova ondata di nostalgia e amarezza. Bevo un altro sorso di Scotch, desiderando che il bruciore torbato mi offuschi la mente e il cuore mentre mi scivola giù per la gola. Poggio delicatamente il portafoto sulla scrivania davanti a me. Allungo una mano e strofino leggermente il vetro con un dito, deglutendo a forza per impedire l’accumularsi di lacrime che spesso mi colpisce quando guardo la foto di Charlie. È la mia foto preferita di lui… scattata solo poche settimane prima che compisse due anni. Sta seduto sul portico anteriore della nostra casa a Tunbridge Wells, un paese di medie dimensioni a circa sessanta chilometri da Londra. Ha i gomiti poggiati sulle ginocchia, le mani che stringono il suo animaletto di pelouche preferito… una piovra blu dall’aspetto davvero ridicolo. Sta sorridendo alla grande, i dentini da latte che fanno capolino, mentre i suoi occhi blu luccicano al sole del mattino. Ricordo che sorrideva così tanto perché stavo ballando e facendo lo scemo mentre Amanda scattava foto. Non dovevo sforzarmi quasi per nulla per far sorridere e ridacchiare Charlie, ma davo sempre il massimo in sua presenza. Era solo il mio modo di fare il papà. Riesco quasi a sentire i suoi morbidi capelli castani sulla punta delle dita se mi sforzo abbastanza a pensarci. I miei momenti preferiti erano quando mi si sdraiava in grembo per guardare la TV e io gli accarezzavo la testa. Non durava mai molto, spesso si addormentava dopo pochi minuti, e poi ero libero di guardare il suo piccolo petto alzarsi e abbassarsi a ogni respiro che faceva. Mi manca così tanto che mi fanno male le ossa, ed è la ragione principale per cui mi rivolgo al mio vecchio amico Macallan perché mi aiuti ad affievolire il dolore. Al qual proposito, mi porto il bicchiere di plastica alle labbra e inghiotto il resto del liquore fumoso in un grosso sorso. Mi bruciano gli occhi in reazione, ma poi divento tutto gloriosamente caldo. Allungo la mano per prendere la bottiglia, mi verso altre due dita e poggio il bicchiere, protendendomi invece verso il portatile. Ho bisogno di controllare le mie e-mail prima di diventare troppo ubriaco. La mia agente, Lindie Booth, vorrà un aggiornamento per essere sicura che la chiusura del contratto per la casa sia filata liscia. Temeva che avrei cambiato idea e sarei tornato a Londra alla vita di cupa dissolutezza che ho vissuto per parecchi mesi di recente. In effetti è stata una sua idea che mi trasferissi qui. Ha detto che la mia scrittura non sarebbe sopravvissuta al mio stile di vita, e che avevo bisogno di cambiare aria per creare in pace. Ha suggerito gli Outer Banks, essendo venuta lei stessa qui in vacanza diverse volte. Magari ha ragione. Magari sono tutte stronzate. Chi lo sa, ma eccomi qui. Lindie è un grosso calibro nel mondo dell’editoria tradizionale e mi ha afferrato al volo quando il mio ultimo libro, Uccidere le maree, è arrivato al primo posto tra i Best Seller del New York Times. L’avevo autopubblicato, dopo quattro anni passati a essere rifiutato da qualunque agenzia e casa editrice del Regno Unito e degli Stati Uniti. Il mio genere di thriller dark paranormale con una forte dose di erotismo non era nulla su cui chiunque fosse disposto a rischiare. Ma a quanto pare i lettori sapevano qualcosa in più dei grandi editori, e il mio libro rimase nelle principali classifiche di vendita per settimane e settimane. Appena quattro mesi dopo l’uscita, ero rappresentato da Lindie. Altri tre mesi e avevo una delle big five che mi offriva un enorme contratto a otto cifre per altri due libri. Anche se ero ubriaco e fatto da morire quando Lindie mi presentò l’offerta, la riconobbi come il biglietto vincente che avevo sempre aspettato come riconoscimento del mio lavoro di scrittore. Sono piuttosto sicuro che ero fatto fino a stordirmi quando firmai il contratto. In effetti, ero piuttosto cotto quando Lindie volò fino a Londra per affrontarmi, dicendomi che dovevo rimettermi in sesto, allontanarmi dal sordido stile di vita che stavo vivendo e trasferirmi dal Regno Unito in modo da potermi concentrare sul salvare la mia nascente carriera. Accettai tutti quei cambiamenti di vita senza davvero avere alcun genere di lucidità. E quindi eccomi qua, in un nuovo Paese, una nuova casa, con un manoscritto a cui mancano solo quarantamila parole circa per essere completo e con solo due settimane per finirlo. Fissando la bottiglia di Scotch davanti a me, so che dovrò metterla da parte a cominciare da domani. Spero di poterla mettere da parte. Non voglio farlo, ma devo.

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