V.Il personaggio che s’era fatto avanti era sui trentasei anni: indossava un lungo soprabito azzurro, ornato d’un nastro rosso come usavano in quell’epoca i soldati dell’Impero scartati dalla Restaurazione. Era alto di statura, e uno sguardo vivido e cupo balenava sul suo volto pallido e corrucciato. Fece tre passi verso Felipone che indietreggiava spaventato, stese la mano verso di lui e gridò:
«Assassino! Assassino!».
«Bastien!», mormorò Felipone preso dalle vertigini.
«Sì», replicò l’ussaro, «Bastien, che tu credesti aver ucciso sul colpo, e che non morì… Bastien, che i cosacchi trovarono riverso nel proprio sangue un’ora dopo; Bastien, prigioniero dei russi per quattr’anni, e che, libero alla fine, viene a domandarti conto del sangue del suo colonnello, di cui son luride le tue mani… Quest’uomo», continuò rivolgendosi alla signora, poiché Felipone indietreggiava fulminato da quella terribile apparizione «quest’uomo ha ucciso il figlio come ha assassinato il padre».
La contessa comprese. Smarrita e quasi demente poco prima, divenne una tigre dinanzi all’assassino di suo figlio, e si avventò su di lui per dilaniarlo con le unghie, gridando:
«Assassino! Assassino! La forca ti aspetta, io ti darò in mano al carnefice!…».
Ma in quell’istante, e sebbene il conte indietreggiasse di continuo, la contessa mandò un grido, e sentì le viscere agitarsi… Si fermò pallida, tremante, angosciata… L’uomo che voleva mandare sul patibolo era padre d’un altro fanciullo, che allora si muoveva nel suo ventre!