Capitolo 1
Capitolo 1
Estate 1185, notte di plenilunio, Balermus1
Il gocciolare perpetuo di una conduttura sotterranea si sincronizzava al battito del cuore dei passanti. Il fluente scorrere di un qanāt2 parallelo indicava quale via percorrere in quel dedalo di scale, cunicoli e grotte. E poi ecco aprirsi la grande sala, l’ipogeo segreto, l’ombelico di Palermo, lì dove la calura estiva non sarebbe mai penetrata, luogo di rifugio per scampare allo scirocco che dall’Africa giunge e arde ogni cosa.
Il calpestio di molti passi ruppe il monotono squittio dei topi. La luce di numerose candele penetrò nella grande sala e questa si presentò in tutto il suo mistero: rotonda, molto ampia e aperta al cielo tramite un oculo sul soffitto a volta. Adesso trenta uomini incappucciati di nero e vestiti con un saio del medesimo colore si disposero sui seggi ricavati nella roccia della parete circolare. I raggi della luna illuminavano una porzione della sala, la zona centrale, lì dov’era collocato lo stipo delle ostie. Il piccolo tabernacolo, proprio perché santificato dalla presenza del corpo di Cristo, era detto Sancta Sanctorum3, e con tale nome gli uomini incappucciati avevano finito per chiamare l’intera sala.
Si alzò ora colui che si era sistemato dirimpetto alla scala d’accesso e si diresse verso il centro.
«Fratelli, dichiaro aperta l’adunata di questo plenilunio.» disse a gran voce.
Giunse quindi nella grande sala un uomo vestito con i paramenti sacerdotali, calvo ma con una lunga barba grigia. Costui non nascondeva la sua identità.
«Padre Silvano, la congrega vorrebbe cominciare subito!»
Dunque il tizio che aveva parlato tornò a sedersi e lasciò la scena al prete. Questi portava appesa al collo la chiave del Sancta Sanctorum, e pure la custodiva gelosamente. Aprì perciò lo stipo e tirò fuori un pezzetto di carta, oggetto posizionato lì dentro da lui stesso. Padre Silvano era infatti il custode di quel luogo misterioso, oltre ad essere il sacerdote officiante della chiesa sotto la quale si apriva il cunicolo principale che portava alla grande sala.
«Goffredo Mamuto, dei saraceni convertiti... uomo autorevole dei territori dell’Abate di Monreale.» annunciò padre Silvano.
«Di cosa è accusato?» chiese sempre il solito incappucciato che parlava.
Si alzò dunque un altro dei confratelli.
«Ho fatto io la confessione a padre Silvano!»
«Ebbene, spiegatelo voi!»
Quest’altro venne allora verso il Sancta Sanctorum, proprio accanto al sacerdote, ed esordì:
«Goffredo Mamuto è un vizioso rapace! Estorce ai villani pure quello che non hanno. Inoltre sottrae loro le figliole più belle per farne prostitute e i fanciulli per darli alla mercé di uomini deviati. Ha messo su un’industria vergognosa, tramite la quale si è arricchito.»
Prese quindi la parola nuovamente l’incappucciato che dirigeva il processo.
«La legge del Regno tutela la prostituzione delle povere donne, ma condanna a morte chi si arricchisce sui miseri corpi di queste peccatrici, così come commissiona il taglio del naso alla madre che vende l’onore della propria figlia. La pena capitale si prospetta anche per il funzionario che estorce denaro facendo leva sulla sua posizione. Bene fratelli, se i mali di quest’uomo sono cosa a voi risaputa, e se i suoi peccati sono noti, vi prego di rivelare la vostra sentenza.»
Partì il primo alla sinistra delle scale d’accesso e, alzandosi, disse a gran voce:
«A morte!»
La maggioranza imitò il primo; altri ancora rimasero seduti, non convinti o confusi sulla scelta.
Se la sentenza a morte non avesse raggiunto almeno i due terzi della congrega, la decisione sarebbe stata rimandata, poiché si sarebbe resa necessaria un’approfondita indagine sulla questione. Questa volta, però, le idee sembravano essere piuttosto chiare; il crimine di Goffedo Mamuto era infatti risaputo in gran parte del Val di Mazara4.
«Ventitré membri di questa nobile congrega hanno proclamato che tale Goffredo Mamuto deve morire!» fece il solito.
E quindi, guardandoli tutti, riprese:
«Chi andrà?»
Come c’era da immaginarsi, si fece avanti proprio colui dal quale l’accusa era partita. Questi allora si inginocchiò innanzi alla croce che padre Silvano gli mostrava e prese l’eucarestia, santificandosi in vista del sangue da versare.
Così andavano le cose nella Palermo di Re Guglielmo II, detto il Buono. Così l’ordine pubblico veniva tutelato senza che il sovrano incorresse nel malcontento popolare o nell’involontario parteggiare per questa o quell’altra fazione. Così, nella segretezza e nel mistero, la società veniva epurata degli elementi pericolosi e sovversivi.
Il ricordo delle spade lombarde levate sul collo dei saraceni era ancora vivido. E la memoria della strage dei lombardi come rappresaglia dei saraceni dell’esercito reale era una ferita che faticava a rimarginarsi. I tempi del primo Guglielmo, del Malo, erano lontani, ma sarebbe stato stolto ripetere gli stessi sbagli. Esistevano quindi gli incappucciati, freddi sicari pronti a soffocare nel sangue qualsiasi forza che avrebbe potuto destabilizzare l’ordine e la sicurezza. Essi erano i garanti del potere regale, gli estirpatori di ogni erbaccia velenosa che potesse contaminarlo. Tutto infatti doveva conservarsi come imponeva l’esistenza stessa del Regnum, tutto doveva rimanere uguale, poiché il cambiamento richiede spesso il sacrificio di chi sta più in cima.
Si è detto che nulla è permanente eccetto il cambiamento. Per quanto però essa sia una verità innegabile e assoluta, si deve ammettere che è anche la più difficile da riconoscere come veritiera. Infatti, non si può accettare il cambiamento se non si è pronti ad accogliere anche ciò che non si ci aspettava di trovare. E così, di fronte al mondo che si trasforma si riconoscono due tipi di persone: i fautori del mutamento e i conservatori dell’ordine esistente. E dunque, a causa della cecità di chi non accetta e della tracotanza di chi vuol cambiare, tutto questo genera scontro, odio e violenza.
Cosa resta allora di questa continua trasformazione? Da un lato la storia, cronaca concreta dei cambiamenti umani; dall’altro il mito, vicenda senza tempo, immortale e immutabile... generato dall’ostinazione di chi teme il cambiamento e sogna un mondo senza età.
Roberto di Rossavilla era proprio un conservatore dell’ordine costituito, anzi, forse era il più convinto di tutti i conservatori. Era stato lui a dare vita alla confraternita degli incappucciati, quando anni prima, durante la reggenza della Regina Margherita, accorgendosi che il Regno fosse di nuovo sull’orlo di una guerra civile, aveva convinto il giovane Guglielmo della necessità di creare una scorciatoia alla giustizia. Così il Re aveva radunato trenta uomini della piccola nobiltà e del popolo e, sotto indicazione di Roberto, aveva fatto in modo che si incontrassero nella grande sala sotterranea. Solo Guglielmo conosceva dunque le identità degli incappucciati e solo lui poteva sostituirne i componenti qualora non godessero più del suo favore. Roberto aveva l’incarico di garantire l’esatto svolgimento del cerimoniale della confraternita e di far rispettare le leggi che la regolavano.
Vero canale tra il Re e i trenta era invece padre Silvano. Costui raccoglieva gli ordini diretti di Guglielmo, i pettegolezzi del popolo e le confessioni degli stessi incappucciati, anche loro orecchie e voce dei mali del Regno. Padre Silvano non sapeva mai chi ci fosse oltre la tenda che lo separava dal confessante, sebbene sapesse riconoscere quando costui era uno della congrega. In ogni caso, qualunque fosse la modalità di ricezione del nome del colpevole, padre Silvano era obbligato a comunicarlo attraverso il rituale dell’apertura del Sancta Sanctorum.
Vi erano molte altre regole che normavano la confraternita degli incappucciati, che se dovessero essere elencate non basterebbe un giorno intero.
Goffredo Mamuto, dei saraceni convertiti, che convertito veramente non lo era mai stato, ottenne il pagamento dei suoi reati appena due giorni dopo. Venne ritrovato riverso nella mangiatoia del bestiame, pugnalato a morte dall’assassino della sacra congrega.