CAPITOLO 1: L'ULTIMO ADDIO
Chloé
La pioggia cade su Parigi come se il cielo stesso piangesse. La guardo attraverso il vetro della limousine, queste gocce che scivolano, che si uniscono, che cadono. Come le mie lacrime. Come tutto ciò che sfugge e che non si può trattenere.
Auguste Delacroix è morto.
Papà.
Non mio padre per sangue. Mio padre per cuore. L'uomo che mi ha accolto a diciotto anni, orfana, persa, spezzata. L'uomo che mi ha dato un nome, una famiglia, una possibilità. L'uomo che se n'è andato ieri, portato via da un cancro fulminante che nessuno aveva visto arrivare.
Le mie dita stringono il tessuto nero del mio vestito. L'ho scelto stamattina, nel mio armadio, senza vederlo davvero. Nero. Certo. Che altro colore si indosserebbe per seppellire l'unico padre che si sia mai avuto davvero?
La limousine si ferma. L'autista apre lo sportello. Il vento gelido di novembre mi sferza il viso, porta via i miei capelli, fa sventolare il velo che ho appuntato al cappello. Esco. Cammino. I miei tacchi sulla ghiaia della chiesa. I fotografi, dietro le barriere, sparano flash. Luci. Rumore. Indecenza.
Non li vedo. Non vedo nulla. Vedo la bara, laggiù, coperta di fiori bianchi. I suoi fiori preferiti. Gigli.
Voglio correre. Voglio urlare. Voglio aprire quella bara e dirgli addio come non ho potuto fare in ospedale, perché ero in viaggio di lavoro, perché non c'ero, perché non ci sarò mai quando serve.
Rimango dritta. Cammino. Un passo dopo l'altro.
E poi lo vedo.
Matthias.
È davanti alla chiesa, in piedi, immobile, in abito nero perfettamente tagliato. Non piange. Certo che no. Matthias Delacroix non piange mai. Guarda la gente arrivare, stringe mani, riceve condoglianze con quella maschera di marmo che porta da sempre.
Mio Dio, com'è bello.
Il pensiero mi attraversa come una scarica. Inappropriato. Vergognoso. Oggi è il funerale di mio padre. Di suo padre. Non dovrei pensarlo. Non dovrei vederlo così. Ma lo vedo. L'ho sempre visto.
Trentotto anni. Il primogenito. L'erede legittimo. L'amministratore delegato del gruppo Delacroix da dieci anni. L'uomo più potente e più freddo della finanza parigina. Colui che non sorride mai, che non mostra nulla, che controlla tutto.
Colui che, cinque anni fa, mi ha guardata in un modo che mi ha bruciato fino alle ossa.
Gira la testa. I suoi occhi grigi incontrano i miei. Il tempo si ferma. I flash, la gente, il rumore, tutto scompare. Non c'è più che lui. Che il suo sguardo. Che quel secondo infinito in cui mi vede, davvero, per la prima volta da anni.
Si avvicina. I suoi passi sono lunghi, sicuri. Si ferma davanti a me. Così vicino che sento il suo profumo. Legno di sandalo, limone, qualcosa di più profondo, più animale. I suoi occhi percorrono il mio viso, si soffermano sulle mie labbra, risalgono.
— Chloé.
La sua voce è grave. Più bassa che nei miei ricordi. Più intima.
— Matthias.
— Mi dispiace. So cosa rappresentava per te.
Una risata amara sale in me. La trattengo. Certo che sa. Sa tutto. Controlla tutto. Sa che quell'uomo era mio padre molto più che suo, probabilmente. Sa che sono devastata. Sa. Eppure resta lì, impassibile, perfetto, inaccessibile.
— Grazie.
Un silenzio. Troppo lungo. La gente ci aggira, entra in chiesa. Siamo soli in mezzo a quella folla.
— Sei bella.
Il respiro mi manca. Ha appena detto questo. Qui. Ora. Davanti alla bara di suo padre.
— Cosa?
— In nero. Sei bella. Il velo ti sta bene.
Tende la mano. Le sue dita sfiorano il bordo del mio cappello. Solo una carezza. Appena. Poi la sua mano scende, sfiora la mia guancia, asciuga una lacrima che non sentivo nemmeno scorrere.
La sua pelle contro la mia. Bruciante. Elettrica. Rabbrividisco. Lui lo vede. I suoi occhi si scuriscono.
— Matthias.
Una voce ci interrompe. Raphaël.
Giro la testa. Lui è lì, dietro di me, le mani infilate nelle tasche del suo abito nero. Anche lui è in nero, ma il suo è stropicciato, mal tagliato, come se lo avesse comprato all'ultimo minuto. I suoi capelli sono arruffati, gli occhi rossi, la mascella serrata.
Raphaël. Il secondogenito. Il bastardo. L'artista. Colui che ha fuggito la famiglia a vent'anni per dipingere, per vivere, per essere libero. Colui che non vedo da anni.
— Raphaël.
La mia voce trema. Perché trema?
Si avvicina. Mi guarda. I suoi occhi chiari, così diversi da quelli di Matthias, sono pieni di lacrime che non trattiene.
— Chloé. La mia piccola Chloé.
Apre le braccia. Mi ci getto. Piango contro la sua spalla, senza freni, senza pudore. Mi stringe forte, così forte, le sue mani sulla mia schiena, la sua guancia contro i miei capelli.
— Sono qui, mormora. Sono qui.
Dietro di noi, Matthias non si è mosso. Lo sento. Sento il suo sguardo su di noi. Su di lui che mi tiene. Su di me che piango tra le sue braccia. Non vedo la sua espressione, ma la intuisco. La stessa di sempre. Imperscrutabile.
Raphaël si scosta un po'. Appoggia le mani sulle mie guance, asciuga le mie lacrime con i pollici.
— Entriamo? chiede dolcemente. Dobbiamo andare.
Annuisco. Mi prende la mano. La sua mano è calda, rassicurante, diversa da quella di Matthias. Più dolce. Più umana.
Entriamo in chiesa. Sento lo sguardo di Matthias sulla mia nuca. Bruciante. Insistente. E qualcosa in fondo a me risponde a quel calore. Qualcosa che rifiuto di ascoltare.
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La cerimonia è interminabile. Le preghiere, i discorsi, gli elogi. Persone che non conosco parlano di Auguste come se lo avessero conosciuto. Bugiardi. Ipocriti. La maggior parte erano lì solo per i suoi soldi, il suo potere, il suo nome.
Sono seduta in prima fila. Tra Matthias e Raphaël.
Il mio corpo è consapevole della loro presenza in ogni secondo. La coscia di Matthias, contro la mia, attraverso i nostri abiti neri. Il suo braccio, sul bracciolo, così vicino al mio che sento il suo calore. E dall'altro lato, Raphaël, che mi tiene la mano dall'inizio, che la stringe quando le lacrime tornano, che non mi lascia.
Sono presa tra loro. Tra i loro due calori. Tra le loro due presenze. Tra i loro due modi di esserci.
Matthias immobile, dritto, perfetto. Raphaël chinato verso di me, attento, presente.
Chiudo gli occhi. Penso a papà. Penso a cosa direbbe se ci vedesse. Se vedesse i suoi due figli, seduti da ogni lato della ragazza che ha accolto, la ragazza che amava come sua figlia.
Forse sorriderebbe. Forse piangerebbe. Forse direbbe ciò che mi ha detto una sera, molto tempo fa: "I miei figli ti amano, Chloé. Tutti e due. In un modo che non avrei mai dovuto permettere."
Avevo riso. "Mi amano come una sorella, papà."
Mi aveva guardato con occhi tristi. "No, figlia mia. Non come una sorella."
Non avevo capito. Non davvero. O forse sì. Forse avevo scelto di non capire.