CAPITOLO 1
Capitolo 1 – Lo sguardo di troppo
La serata era troppo perfetta.
È la prima cosa che Léa nota posando la borsa sulla sedia del bar. Luci soffuse, risate cristalline di donne in abiti troppo costosi, uomini in completo che brindano con un'eleganza appresa. Tutto è calibrato, asettico, piacevolmente falso.
Come il suo sorriso quando risponde al messaggio di Pierre.
«Passa una bella serata, tesoro. Sei la più bella.»
Gli invia un cuore. Lo pensa, in parte. Pierre è gentile. Pierre è stabile. Pierre spunta tutte le caselle di un futuro marito perfetto. Allora perché, questa sera, quel vestito nero attillato che ha scelto senza dirgli nulla? Perché quel rossetto che lui detesta, quella nuca scoperta che trova troppo provocante?
Non vuole rispondere alla domanda.
Intorno a lei, l'evento di beneficenza è in pieno svolgimento. La sua azienda l'ha mandata lì per "sviluppare la sua rete". Un eufemismo elegante per dire: sorridi, stringi mani, fai bella figura. Lei obbedisce. Obbedisce sempre.
Fino a quando non lo vede.
Lui.
È appoggiato al bar, un bicchiere di whisky in mano, mentre ascolta un uomo in cravatta blu che snocciola cifre senza interesse. Eppure, Léa guarda solo lui. Non può fare altrimenti. Il corpo lungo, le mani sottili, una mascella cesellata. Occhi chiari – verdi? grigi? – che scorrono sulla sala con un'indolenza calcolata. Come se tutto lo annoiasse. Come se nessuno meritasse davvero la sua attenzione.
Poi i suoi occhi incrociano i suoi.
Lo shock è fisico.
Léa sente le labbra schiudersi, le dita stringersi intorno al bicchiere di vino. Non è un semplice sguardo. È una mano posata sulla sua nuca. Un dito che scende lungo la colonna vertebrale. Una promessa silenziosa, elettrica, insopportabile.
Lui sorride.
Non un gran sorriso. Appena un sollevamento dell'angolo delle labbra. Come se sapesse già. Come se leggesse in lei il disordine che cerca di nascondere sotto tailleur severi e discorsi politici.
Lei distoglie lo sguardo. Beve un sorso. Il cuore le martella.
«Sta bene, signora?»
La voce è proprio accanto a lei. Grave. Calma. Terrificantemente vicina.
Léa alza gli occhi. Lui è lì, in piedi davanti a lei, a due passi. Più alto che nella sua immaginazione. Le spalle larghe sotto una giacca scura, una camicia bianca aperta su un inizio di petto. Niente cravatta. Niente sorriso forzato. Solo lui, che la guarda come se fosse l'unica persona in quella sala di trecento invitati.
«Sto benissimo,» risponde con un controllo che non sapeva di avere.
«Peccato.»
Lei sbatte le ciglia. Peccato?
«Le persone che stanno benissimo non sostengono il mio sguardo più di tre secondi. Lei ha resistito dodici.»
«Contava?»
«Conto tutto di lei, signora. Il modo in cui si è raccolta i capelli cinque minuti fa. Il modo in cui si morde il labbro inferiore quando è nervosa. Il modo in cui ha posato la mano sul collo, proprio lì…»
Indica un punto invisibile sotto il suo orecchio.
«…come se volesse toccarsi, ma non osasse.»
Il respiro di Léa si blocca in gola.
«È pericoloso,» dice.
«Adam,» corregge lui tendendo la mano. «E no, non sono pericoloso. Sono onesto. È peggio.»
Lei esita un secondo prima di posare le dita nelle sue. Il calore della sua pelle è una rivelazione. Lui non stringe, sfiora. E quel semplice sfioramento le attraversa il braccio, la spalla, scende lungo il petto fino al ventre, fino a quel punto segreto che credeva assopito.
«Léa,» dice lei.
«Léa,» ripete lui assaporando ogni sillaba. «Come un nome di donna che non si dimentica.»
«Ha una tecnica di rimorchio ben rodata.»
«Non rimorchio.»
«Ah sì? E allora cos'è?»
Lui si china. Appena. Abbastanza perché lei respiri il suo profumo – legno, cuoio, qualcosa di amaro e avvincente.
«È una constatazione. Lei è magnetica. E ha lo sguardo di una donna che ha fame senza sapere di cosa.»
Léa ridacchia, ma il suono è strozzato. Le guance le bruciano. Tra le cosce, un calore sordo si insinua, ostinato, umiliante quasi. Non provava questo da anni. Non con Pierre. Non con nessuno.
«Sono fidanzata,» dice brutalmente. Come per proteggersi. Come per metterlo in guardia.
Adam alza un sopracciglio. Non sorpreso. Divertito. O peggio: eccitato.
«Non c'è un anello al suo dito.»
«È in albergo. Non volevo rovinarlo.»
«Mente.»
«È odioso.»
«Le piace.»
Fa una pausa. Intorno a loro, la serata continua, indifferente. Un cameriere passa con flute di champagne. Una donna ride troppo forte. Niente esiste più dello spazio tra i loro due corpi.
«Non la salterò addosso, Léa. Non qui. Non stasera.»
«E quando, allora?»
La domanda le sfugge. Se ne pente subito. Adam la guarda con quegli occhi chiari che sembrano leggere attraverso di lei, attraverso il suo vestito, le sue bugie, il suo desiderio inconfessato.
«Quando verrà a cercarmi lei.»
«Non verrò.»
«Sì.»
Lui fa un passo indietro. Uno solo. Il vuoto che crea è quasi doloroso. Léa ha voglia di trattenerlo. Di affondare le dita in quella giacca scura. Di premere il corpo contro il suo, lì, davanti a tutti, e baciarlo fino a perdere la ragione.
«Come fa a essere così sicuro di sé?» mormora lei.
Adam finisce il whisky, posa il bicchiere sul bancone e le offre quel sorriso – quello che la tormenterà per settimane.
«Perché l'ho vista, Léa. Non la fidanzata modello. Non la commerciale in tacchi. Lei. Quella che ha voglia di essere divorata. E una donna come lei non lascia passare l'uomo che la capisce.»
Gira i tacchi.
Se ne va.
Lei resta immobile, il bicchiere vuoto, il fiato corto, la nuca in fiamme, il sesso vibrante di un desiderio proibito, nuovo, terrificante.
Non sa ancora che è solo l'inizio.
Che uno sguardo può far precipitare tutto.
Che quella sera, in quella sala troppo perfetta, ha incontrato il pericolo più delizioso della sua vita.
E che tornerà.
Come ha detto lui.
Sì.