Capitolo 1: L'incontro
Elara
La carta scivola tra le mie dita, spessa come velluto, impregnata di un profumo che mi sale alla testa, un misto di rosa nera e qualcosa di più scuro, quasi animale. Le lettere dorate brillano sotto la luce tremolante della mia candela, come se mi ipnotizzassero. L'Accademia ti aspetta. Osate varcare la soglia. Nessuna firma. Nessun sigillo. Solo queste parole, tracciate con un inchiostro così nero che sembra assorbire la luce intorno.
Mi siedo sul bordo del letto, le cosce strette l'una contro l'altra, sentendo già il caldo umido accumularsi. Cos'è questo posto? La mia mano libera risale lungo la gamba, sfiorando la seta della mia vestaglia, troppo leggera, troppo trasparente. Non ho nemmeno coscienza di aver aperto le cosce, ma le mie dita scivolano già sotto il tessuto, cercando il sollievo di un contatto, qualsiasi contatto, contro quella pulsazione sorda tra le gambe.
— Stai perdendo la testa, Elara, borbotto con voce rauca.
Ma non riesco a staccare gli occhi da quella lettera. Sa di pericolo. Il tipo di pericolo che ti fa stringere le cosce in pubblico, che ti fa venire voglia di farti prendere contro un muro, non importa chi guarda. Il tipo di pericolo che ti promette che, se osi toccarlo, non sarai mai più la stessa.
Mi alzo di scatto, la lettera stretta in mano, e faccio i cento passi nella mia stanza. Il pavimento scricchiola sotto i miei piedi nudi, ogni passo che risuona come un conto alla rovescia. Andare lì sarebbe una follia. Eppure, l'idea di non andarci mi fa venir voglia di urlare. Immagino già le mura di quell'Accademia, scure e lucide di cera, i sussurri soffocati dietro porte chiuse, i corpi intrecciati nell'ombra… I miei capezzoli si induriscono sotto il tessuto sottile della mia camicia da notte, due punte dolorose che implorano di essere pizzicate, di essere morse finché non gemo.
— Cazzo.
Cado in ginocchio davanti alla mia toilette, le dita tremanti mentre apro il cassetto inferiore. Lì, sotto i flaconi di profumo e le scatole di gioielli polverose, si trova ciò che cerco: un piccolo vibratore a forma di lingua, morbido e freddo. Lo accendo con un clic, il ronzio sordo delle vibrazioni che riempie la stanza. Senza esitazione, sollevo la camicia da notte e allargo le mie labbra con due dita, già gonfie, già inzuppate. La plastica liscia scivola contro il mio clitoride e un gemito brutale, disperato, mi sfugge.
— Oh, cazzo...
Mi inarcao, una mano aggrappata al bordo della toilette mentre l'altra fa ruotare il giocattolo in cerchi stretti, premendo forte, troppo forte, come se potessi punirmi per questa debolezza. Ma più mi faccio male, più il mio corpo reagisce, contorcendosi, implorando. I miei fianchi si sollevano da terra, cercando qualcosa di più grande, di più spesso di quel pezzo di plastica. Immagino mani su di me, mani sue, forse. Loro. Dita che mi aprono senza pietà, una lingua che mi lecca finché non urlo, un cazzo che mi sfonda finché non so più il mio nome.
— Elara…
Sussulto, le dita ferme. Non è la mia voce. Non è nessuno. Solo il vento contro i vetri, forse. O forse…
O forse sono già precipitata.
Rimuovo il vibratore di colpo, gettandolo sul letto come se mi bruciasse. La mia figa pulsa, vuota, affamata, e stringo le cosce gemendo, le dita tremanti di frustrazione. No. Non così. Non da sola.
La lettera è ancora lì, posata sulla toilette, che mi sfida.