CAPITOLO II.

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II.Anche se il signor de Beaupréau non fosse stato completamente in potere di sir Williams, era troppo attirato dall’esca dei dodici milioni e del possesso di Cerise, per non obbedire al baronetto su due piedi. Uscendo dalla casa di quest’ultimo, si recò dunque dal ministro e gli chiese una licenza, adducendo a motivo la malattia di sua figlia. La licenza gli fu concessa; la sera stessa, saliva in carrozza, e due giorni dopo arrivava alle Ginestre. Thérèse e sua figlia vi si erano già installate e cominciavano a crearvisi delle abitudini, cercando di dominare la loro tristezza. Come tutti i caratteri fieri, Hermine si era chiusa in se stessa, non versava più una lacrima, non si lasciava più sfuggire un lamento; e sebbene avesse il cuore spezzato, cercava talvolta di sorridere a sua madre. Ma la signora de Beaupréau non si lasciava ingannare da quella finta calma, da quell’apparente rassegnazione; intuiva che un’opera di devastazione si stava compiendo nell’animo di sua figlia, e vedeva arrivare con terrore e disperazione il giorno in cui Hermine, sopraffatta dal dolore, l’avrebbe lasciato traboccare. Hermine era fragile, delicata, come quei bei fiori di campo che l’aspra tramontana di novembre dissecca in poche ore. Il dolore doveva produrre su di lei l’effetto del vento invernale sui fiori. L’arrivo del signor de Beaupréau, che nessuno aspettava, suscitò un profondo stupore alle Ginestre. Il capo ufficio arrivava sorridente, affettuoso, pieno di bonarietà. Si strinse al cuore la moglie e la figlia con straordinaria effusione, e disse che aveva talmente sofferto della loro lontananza, che aveva supplicato il ministro di concedergli qualche giorno di vacanza. La signora de Beaupréau non era affatto abituata a simili dimostrazioni di affetto da parte di un uomo che l’aveva sempre tiranneggiata; tuttavia, poiché era difficile che riuscisse a capire il movente del comportamento di suo marito, pensò che senza dubbio l’abitudine aveva preso in lui la forza dell’affetto; che, per la prima volta in vent’anni di matrimonio, tornando a casa e non trovandovi nessuno, vedendosi bruscamente ridotto all’esistenza vuota dello scapolo, era arrivato a persuadersi che voleva bene a sua moglie e alla figlia di sua moglie. Ma dopo cena e mentre Hermine faceva la lettura alla vecchia baronessa, il signor de Beaupréau offrì il braccio alla moglie e la condusse fuori, sotto i grandi alberi del castello. «Venite, signora», le disse, «ho da comunicarvi delle cose importanti». Thérèse seguì suo marito, tutta tremante e prevedendo una nuova disgrazia. «Signora», riprese il capo ufficio, «voi avevate di me, lo so, una pessima opinione, e il mio carattere brusco e irritabile mi ha fatto passare ai vostri occhi per un uomo malvagio». «Signore…». «Lasciamo perdere», proseguì il signor de Beaupréau, «e parliamo di Hermine…». A quel nome Thérèse trasalì. «Di Hermine, a cui voglio bene come fosse mia figlia, e la cui felicità mi sta a cuore più di ogni altra cosa, checché possiate dire…». E poiché la signora de Beaupréau abbassava gli occhi e taceva, il capo ufficio continuò: «Da tempo conoscevo la condotta irregolare e gli errori giovanili di quello sventurato ragazzo che ha gettato il turbamento e il dolore nella nostra famiglia; e se, fino all’ultimo momento, ho rifiutato a Fernand Rocher la mano di Hermine, l’ho fatto perché sapevo che non era degno di lei… Eppure tutto non era ancora irrimediabilmente perduto…». Il signor de Beaupréau trasse un profondo sospiro, e Thérèse sentì che il cuore le batteva con violenza, sotto il peso di un’emozione sconosciuta… «Che c’è dunque ancora? Che cosa è successo, signore?» domandò. «Signora», riprese il signor de Beaupréau, «c’è un’altra grande disgrazia nella vita di quel giovane sciagurato… una vita a lungo onesta e che era stata sconvolta da una donna perduta… una di quelle donne capaci di suscitare un amore fatale che trascina irresistibilmente al delitto». «Signore… signore!» mormorò Thérèse, la quale provava ancora un resto d’affetto per colui che aveva a lungo considerato come un figlio. «Ascoltate», proseguì il capo ufficio; «sapete perché voleva sposare Hermine?» E con un sorriso d’indignazione spiegò: «Per impiegare la dote di sua moglie a soddisfare le rovinose prodigalità della sua amante. Quella donna l’aveva stregato». «Signore, di grazia», supplicò Thérèse, «non giudicatelo così severamente!» «Ah, ma ancora non sapete niente!» «Mio Dio! Che cosa è dunque successo?» «Fernand Rocher è in prigione». «In prigione!» esclamò la signora de Beaupréau, smarrita. «Accusato e convinto di furto». Thérèse gettò un grido e si appoggiò, barcollante, al braccio di suo marito. Ma costui non le risparmiò nessun particolare: le raccontò con crudele compiacenza il preteso reato dello sciagurato Fernand Rocher, senza omettere le circostanze del suo arresto in casa di Baccarat, dove aveva passato la notte e dove era stato ritrovato il portafogli che conteneva i trentamila franchi. La signora de Beaupréau, sopraffatta da tutte quelle rivelazioni, fissava suo marito con sguardo spento, come se avesse voluto poter dubitare delle sue parole. «Ebbene, mia cara amica», continuò il funzionario in tono sempre più affettuoso, «Fernand Rocher è stato arrestato e sarà giudicato nella prossima sessione del tribunale, cioè fra quindici giorni; sapete bene come su queste cose si faccia, ahimè, molta pubblicità. Tutti i giornali pubblicheranno il resoconto del processo e della condanna». Thérèse tremava dalla testa ai piedi. «Potrebbe essere un colpo mortale per Hermine», continuò il signor de Beaupréau; «perché, vedete, se per caso prendesse un giornale e vi leggesse certe orribili cose». «Signore… signore», supplicò Thérèse, «in nome del cielo, tacete!» «Appunto per questo, cara amica, ho chiesto una licenza e sono corso da voi in tutta fretta. Bisogna evitare alla povera figliola quest’ultimo terribile colpo». La signora de Beaupréau aveva le lacrime agli occhi. Suo marito riprese: «Ascoltate, a estremi mali estremi rimedi… Bisogna distrarre Hermine… distrarla a ogni costo». Thérèse scosse tristemente il capo. «Vi sono dei dolori ribelli a ogni cura», disse. «Chiodo scaccia chiodo», mormorò filosoficamente l’ometto dagli occhiali blu; «l’amore si guarisce con l’amore». «Che cosa volete dire, signore?» «Ascoltatemi ancora. Vi ricordate dell’ultimo ballo del ministro degli Affari Esteri?» «Sì, certamente», rispose Thérèse. «Perché mi fate questa domanda?» «Vi ricordate anche di un giovane inglese, il baronetto Williams, che vi fu presentato dal suo ambasciatore e che ballò con Hermine?» «Un giovanotto bruno, vero? Un bel giovane, dall’aria molto dolce?» «Precisamente, cara amica». «Che parlava il francese tanto bene?» «Proprio lui… ve lo ricordate?» «Ebbene?» domandò la signora de Beaupréau, guardarlo suo marito. «Mia cara amica», disse il signor de Beaupréau, «sir Williams ha ventotto anni ed è straordinariamente ricco; non ha più famiglia, e passerà la vita ai piedi della donna che amerà. Ebbene; si è innamorato di Hermine al ballo, se n’è innamorato follemente, al punto da perdere la testa, è venuto a trovarmi la vigilia della vostra partenza, è tornato l’indomani…». «Signore», disse gravemente Thérèse, «credo che una donna che ha nel cuore un amore infelice sia insensibile a ogni altro amore». «Ma se si accorge che è stata ingannata», l’interruppe l’ometto con calore, «che l’uomo da lei amato la tradiva vergognosamente, che è diventato un criminale, un ladro… credete che il cuore di quella donna resti per sempre chiuso, che non possa palpitare di nuovo, se un uomo giovane, bello, ricco, dotato delle più nobili qualità, viene a trovarsi sulla sua strada e cerca di medicare le ferite sanguinanti della sua anima?» La signora de Beaupréau era madre, ebbe un fremito di speranza… sperò che la sua bambina potesse di nuovo essere felice. «E voi dite», soggiunse con voce tremante, «che quel giovane inglese ama mia figlia?» «L’ama da morirne, signora». «Ma Hermine l’ha appena visto, forse non l’ha neppure notato». «È probabile», sospirò il signor de Beaupréau. «Signore», riprese Thérèse, «Dio mi è testimone che se conoscessi un uomo al mondo che potesse ispirare un nuovo amore a mia figlia e farle dimenticare quello sciagurato giovane che ci ha così indegnamente ingannati, andrei a trascinarmi ai suoi piedi e a stringergli le ginocchia, implorando: “Salvate mia figlia, salvatela!”» «Ebbene, chi vi dice che sir Williams non sia quell’uomo?» «Bisogna dunque tornare a Parigi?» «No, affatto: sir Williams potrà venire qui». «Qui! qui!» gridò Thérèse smarrita; «ma come? Con quale pretesto?» «Aspettate… Ho, o piuttosto abbiamo trovato il mezzo, perché, devo pur confessarvelo, io sono complice di sir Williams». «Voi, signore, voi?» «Io, signora. Sarei felice se Hermine potesse amare un uomo come lui, e se l’amasse sarei orgoglioso di imparentarmi con lui. Sir Williams appartiene alla più antica nobiltà irlandese, è milionario, giovane, indipendente… può arrivare dove vuole. Se vostra figlia l’amasse, ed è uno degli uomini più seducenti che io conosca, condurrebbe una vita da fare invidia a una regina». Il signor de Beaupréau si esprimeva con eloquenza, calore; parlava continuamente del suo affetto per Hermine, e quale donna non si lascerebbe convincere, quando si lusingano i suoi istinti materni? «Ma per concludere, signore», domandò Thérèse, «qual è questo mezzo?» «Sir Williams, come tutti gli inglesi, è di umore vagabondo, cosmopolita; gli piace viaggiare. Gli è venuto il desiderio di fare un viaggio in Bretagna, di percorrere a cavallo le spiagge armoricane. Ha parecchie lettere di raccomandazione e si reca in un castello dei dintorni. Una sera, sorpreso dall’oscurità nel bosco, si smarrisce e viene a chiedere ospitalità alle Ginestre». «Bene», disse Thérèse, «ma ripartirà l’indomani». «Certamente, ma per fermarsi a due leghe di distanza, presso il vicino di vostra zia, il cavaliere de Lacy». «Lo conosce?» «No, ma deve aver incontrato suo nipote, il marchese Gontran de Lacy, che vive a Parigi. Se non ha visto il marchese, se non lo conosce, ha degli amici che lo frequentano. Il marchese sarà felice di indirizzare al suo vecchio zio, a cui fa la corte per riceverne l’eredità, un inglese eccentrico, appassionato cacciatore. Il cavaliere sarà felice di avere per otto giorni un compagno di caccia, e forse, durante quegli otto giorni, Hermine si lascerà commuovere dalla bellezza, dallo spirito, dalla distinzione di sir Williams, rispetto al quale, sia detto fra noi, quel miserabile Ferdinand Rocher, anche se fosse dotato di tutte le virtù, non potrebbe reggere il confronto». Il signor de Beaupréau fornì ancora alla moglie parecchie altre buone ragioni, cosicché Thérèse, vinta, acconsentì a tutto ciò che lui volle. Quella sera stessa il signor de Beaupréau scrisse a sir Williams la seguente lettera: Mio caro genero, venite! La signora de Beaupréau è già ben disposta verso di voi, grazie alle mie eloquenti insinuazioni; e voi siete bello, spiritoso e astuto a sufficienza per conquistare d’assalto il cuore di Hermine. Dovete procurarvi una lettera di raccomandazione per il cavaliere de Lacy. Suo nipote, il marchese Gontran, abita a Parigi, dove è molto conosciuto per le sue avventure galanti, fra cui la sua passione per la cortigiana Léona, un’italiana che ha molto amata e che ama ancora. Il marchese va in società; molte persone di vostra conoscenza potranno presentarvi a lui. Con una lettera del marchese Gontran, arriverete dritto in Bretagna dal cavaliere. Purché siate appassionato di caccia, niente vi impedirà di passare un anno al Maniero. È il nome del castello dove abita il vecchio cavaliere. Le Ginestre, la proprietà donde vi scrivo, si trova sulla strada del Maniero. Cercate di arrivare tardi, di notte, a cavallo, come un eroe da romanzo; domandate ospitalità come un personaggio di Walter Scott, e tutto andrà per il meglio. Vi stringo la mano, C. de Beaupréau Quando sir Williams ricevette questa lettera, era appena tornato da Bougival, dove era andato dopo il suo duello con Bastien, e dove l’abbiamo visto carpire con abili menzogne la fiducia della povera Cerise. Sebbene non avesse ancora ricevuto la lettera del signor de Beaupréau quando aveva annunciato a Colar la sua partenza per la Bretagna, il baronetto era talmente sicuro della puntualità del capo ufficio che era convinto di trovare quella lettera tornando a casa sua. La lesse con attenzione e senza manifestare la minima emozione. Sir Williams era sempre calmo, anche nei momenti di più grande gioia. «Avrò i milioni», mormorò freddamente. Poi pensò alla lettera di raccomandazione che Beaupréau gli consigliava di procurarsi, e cercò fra le sue conoscenze un amico del marchese Gontran. Ma sir Williams, a dire il vero, non aveva altre conoscenze a Parigi che quelle del visconte Andrea, e il visconte Andrea doveva essere morto per tutti. Quanto a sir Williams, le sue relazioni si limitavano all’ambasciata inglese. Ma il baronetto era anzitutto un uomo di grande audacia; invece di cercare un intermediario, andò personalmente dal marchese. Il marchese Gontran de Lacy si era battuto in duello il giorno prima, e aveva avuto la disgrazia di uccidere il suo avversario. Sir Williams lo trovò occupato a fare i bauli e sul punto di lasciare la Francia per un lungo periodo. Andava a cercare all’estero un po’ di riposo e di oblio, qualche conforto alle sue numerose afflizioni. Non conosceva affatto e non aveva mai visto il baronetto, ma la fisionomia di sir Williams gli piacque, e l’accolse con cortesia. «Marchese», disse sir Williams, che aveva l’aspetto e le maniere di un vero gentiluomo inglese, «uno dei miei parenti stretti, lord B…, ha avuto l’anno scorso il piacere di fare con voi un viaggio di qualche giorno in Italia. Voi eravate con una donna». Sir Williams aveva colto al volo quelle informazioni una sera, ascoltando una conversazione che si svolgeva nel palco vicino al suo, al Teatro degli Italiani, e se ne ricordava a proposito, perché non era neppure conosciuto da lord B… Mentre si recava da Gontran aveva inoltre saputo del suo duello con Octave de Verne, della morte di quest’ultimo e dell’imminente partenza del marchese. «Signore», rispose Gontran, stringendo fra le dita il biglietto ornato di stemma che il baronetto gli aveva fatto consegnare per essere introdotto, «poiché siete parente di lord B…, il migliore e il più spiritoso compagno di viaggio che si possa immaginare, potete considerarmi interamente a vostra disposizione». Sir Williams s’inchinò. «Marchese», disse, senza dimenticare di far sentire il suo leggero accento britannico, «fino a ieri avrei atteso il ritorno di lord B…, per farmi presentare a voi, ma oggi una circostanza del tutto fortuita e di imperiosa gravità mi costringe a rinunciarvi e a rivolgermi direttamente a voi senza preoccuparmi delle convenienze». Gontran de Lacy guardò sir Williams con un certo stupore. «Marchese», continuò il baronetto con imperturbabile faccia tosta, «io sono inglese, di origine irlandese; possiedo una sostanza considerevole, qualcosa come diecimila sterline di rendita, e non ho più parenti diretti. Ho già viaggiato molto, portando in giro la mia noia di città in città, dalla Francia in Italia e dalla Spagna in Germania; tornato a Parigi ho visto schiudersi per me il paradiso… mi sono innamorato». «Siete innamorato?» lo interruppe vivacemente il marchese de Lacy, come se questo particolare lo rendesse degno ai suoi occhi di speciale simpatia. «Sì», rispose sir Williams, «sono follemente innamorato di una fanciulla che desidero sposare». «E», domandò il marchese, «posso fare qualcosa per voi a questo riguardo?» «Potete tutto, o quasi tutto, marchese». «Allora parlate: sono interamente a vostra disposizione». «Marchese», disse sir Williams, «la ragazza che amo mi conosce appena, ha solo ballato con me a una festa presso il ministero degli Affari Esteri. Dicevano che avesse in cuore un amore, ma un amore impossibile; che amasse un uomo assolutamente indegno del suo affetto. Il giorno in cui ha capito il suo errore, ha lasciato Parigi, è andata a seppellirsi col suo dolore in un castello di provincia». Sir Williams si interruppe un istante e sospirò. «Povero giovane!» pensò il marchese de Lacy, che aveva conosciuto i tormenti dell’amore. «Ebbene, se la fanciulla che amo», riprese il baronetto, «mi conosce appena, io conosco molto bene suo padre; gli ho chiesto la mano di sua figlia e me l’ha accordata. La difficoltà per me è farmi presentare in quella casa… con un pretesto… Ma», concluse il baronetto, «ecco qui, marchese, una lettera del padre, che vi farà capire, meglio delle mie parole, lo scopo della mia visita». E sir Williams porse al marchese de Lacy la lettera del signor de Beaupréau. Gontran la lesse rapidamente ed esclamò: «Volete una raccomandazione per il cavaliere de Lacy, mio zio? Niente di più facile. Sono ben lieto di darla a un parente di lord B…». E, prendendo una penna, scrisse: Caro zio, permettetemi di indirizzare a voi e di raccomandarvi un mio buon amico, l’eccellente baronetto Williams, un irlandese di antica stirpe e che ha conservato le sane tradizioni dell’arte venatoria, di questa regale passione dei gentiluomini. Inoltre vi faccio una confidenza: il mio amico sir Williams è innamorato, follemente innamorato di una fanciulla che abita attualmente in una proprietà vicina alla vostra, nel castello delle Ginestre, e che suppongo sia parente della vostra vecchia amica, la baronessa de Kermadec. Caro zio, siete stato troppo ammiratore del bel sesso, negli anni di gioventù, per non capire i problemi di un povero innamorato che cerca di aprirsi un passaggio fino all’oggetto amato. D’altronde sir Williams gode di una rendita di duecentomila lire, il che non è cosa da poco, coi tempi che corrono. Accogliendo sir Williams come avreste accolto me, mi farete un grandissimo piacere, caro zio, e ve ne ringrazierò calorosamente al mio ritorno, perché, come già vi scrissi un’ora fa, parto per la Germania. Il vostro affezionato e devoto nipote, marchese Gontran de Lacy Dopo aver scritto e firmato la lettera, il marchese la porse, aperta, a sir Williams, che la lesse e gli disse in tono di profonda riconoscenza: «In questa lettera così generosa e cordiale voi, marchese, mi chiamate amico vostro. Ve ne ringrazio di tutto cuore; non lo dimenticherò, e spero un giorno di potervi dimostrare che non sono indegno della vostra benevolenza». «Signore», rispose il marchese con tristezza, «ignoro se potrò mai tornare in Francia; sono costretto a fuggirne, portando in cuore non la noia, ma un dolore profondo e rimorsi cocenti; se tuttavia ci rivedremo, sarò soddisfatto di sapere che la mia lettera ha potuto contribuire alla vostra felicità. Fortunato chi ama… e», aggiunse con voce spezzata, «chi ama una donna degna del suo amore!» Porse la mano a sir Williams, che gliela strinse con effusione; poi quest’ultimo si congedò, munito della preziosa lettera di raccomandazione. «Imbecille!» mormorò, risalendo in tilbury. Sir Williams tornò a casa sua, dove Colar stava preparandogli la valigia. «Ora», gli disse, «parliamo seriamente». «Vi ascolto, capo». «Io parto e mi darò da fare per impadronirmi dei dodici milioni», continuò il baronetto; «ma ti lascio alle prese col nemico reale, serio, temibile». «Armand de Kergaz, vero?» «Sì», rispose sir Williams con un cenno del capo. «Starò in guardia», disse Colar. «Vediamo dunque», soggiunse il baronetto. «Ricapitoliamo: Fernand Rocher è in prigione e non può uscire, Cerise e Jeanne sono a Bougival; tu puoi rendertene garante?» «Sulla mia testa, capitano». «Resta un uomo che diventerà pericoloso: Léon Rolland». «Bisogna sopprimere anche lui». «È la mia opinione. Vediamo…». E il baronetto parve riflettere. «Il tuo Nicolò», disse, «è capace di ammazzarlo con un pugno?» «Con un solo pugno non so, ma con due…». «E va bene, facciamo tre; l’essenziale è che lo accoppi». «Ma dove e come?» Il baronetto sorrise. «Non sarai mai altro che uno sciocco, caro Colar». «Grazie, capo, obbligatissimo». «È dunque così difficile attirare un uomo da qualche parte, in una taverna, fuori Parigi, non importa dove?» «Ah!» esclamò Colar, «ho un’idea, una magnifica idea!» «Fuori l’idea, briccone!» «Penso che, essendo suo amico, potrei dirgli che ho rintracciato Cerise, portarlo nei dintorni di Bougival, una sera, farlo accoppare da Nicolò e dal fabbro». «L’idea è buona. Bisogna che tu la traduca in realtà il più presto possibile. Aspetta però che io ti scriva». Sir Williams diede ancora qualche ordine al suo luogotenente poi, quella sera stessa, partì per la Bretagna.
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