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La favorita del re

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Blurb

La favorita del reDa DéesseSu un palcoscenico sommerso da una luce purpurea, Selia, ballerina di cabaret dal temperamento incandescente, ammalia il pubblico con i suoi movimenti sensuali. Ma una caduta brutale interrompe il numero: il buio totale.Al suo risveglio, niente più musica, niente più neon… solo l'odore penetrante del legno lucidato, il tremolio delle torce, e uomini in armatura che la afferrano senza cerimonie.Senza capire come, ha lasciato la sua epoca per ritrovarsi proiettata nel XVII secolo, nel cuore del Regno di Valcoris, un dominio prospero bordo da deserti ardenti e scogliere oceaniche, dove ogni danza provocante è percepita come un atto di stregoneria.Di fronte a lei si erge il Re Lucian Aurel, giovane sovrano temuto, freddo e spietato. Affascinato suo malgrado da quella straniera dai gesti ammalianti, la dichiara strega e ne ordina la condanna a morte.Getta in una cella umida, Selia capisce di avere solo due vie: morire… o sedurre l'uomo che vuole la sua testa. Ma due donne già si aggirano nell'ombra del trono.C'è Calandra, amante ufficiale del Re, gelosa e scaltra, pronta a difendere il suo privilegio con il veleno o con la menzogna.E Lyria, misteriosa consigliera reale, abile manipolatrice i cui sorrisi nascondono disegni più oscuri.Tra alleanze fragili e tradimenti velati, Selia si trova intrappolata in un duello di sguardi, parole e desideri proibiti. Più la passione proibita cresce tra lei e il Re, più il filo della lama si avvicina… perché in questo regno, l'amore può uccidere più sicuramente della ghigliottina.

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Capitolo 1 — Dove sono?
SELIA Il rosso è il colore della notte. Quello dei riflettori che mi inondano, delle mie labbra dipinte, del vino che si agita nei bicchieri. È il colore del desiderio negli occhi degli uomini seduti in prima fila. Scivolo sul palco come su un filo invisibile, i miei fianchi disegnano onde al ritmo della musica. La luce accarezza ogni curva del mio corpo, scorre sul pizzo che gioca con la mia pelle. So dove posare le mani, come inclinare la testa, come sfiorare le mie labbra per far salire di un tono il desiderio nella sala. Gli sguardi mi agganciano. Alcuni sono ardenti, impazienti. Altri, più lenti, mi divorano con una golosità quasi religiosa. Sento il loro desiderio come un calore che sale sulla mia pelle. Uomini, per la maggior parte molto più grandi di me, trattenono a stento il loro appetito. Un giovane in fondo alla sala non batte nemmeno più gli occhi. Sorrido. A ventiquattro anni, so da tempo che il mio corpo è il mio impero, e che i miei gesti ne sono le leggi. Qui, su questo palco, sono una regina. Gli uomini pagano per vedermi e escono con la mia immagine stampata nei loro sogni. Tendo il braccio, lascio che la mia mano scorra lungo la coscia, poi mi sollevo sulla punta dei piedi. Un brivido attraversa la sala. Le banconote sgualcite si agitano già in cima a dita impazienti. Ed è lì che si spezza tutto. La mia caviglia cede. Un dolore folgorante mi falcia, la scenografia barcolla, i miei tacchi battono un'ultima volta sul legno. Il rosso dei riflettori esplode nel mio campo visivo, e tutto diventa nero. Quando riapro gli occhi, non è più la stessa luce. Niente più musica, niente più risate grasse, niente più banconote infilate nel cavo della mia coscia. Solo un odore pesante di cera calda e fumo, uno scoppiettio secco, e un pavimento ruvido che mi gela la schiena. Sbatto le palpebre più volte, col fiato corto. Sono abituata a essere guardata. Sul palco, i miei gesti bastano ad ammaliare un intero pubblico. Le mie gambe interminabili, il mio punto vita stretto, la curva controllata dei miei fianchi… ne ho fatto le mie armi. Ma qui, il palco non esiste più. E le mie armi non pesano nulla contro questa sensazione di essere caduto… altrove. Mi raddrizzo di scatto, i miei capelli castani in cascata sulle spalle nude. Dove sono? Le mura intorno a me sembrano fatte di pietra umida, annerita dal tempo. Le ombre vi danzano al ritmo del fuoco. — In piedi. La voce schiocca, grave, autorevole. Due uomini in armatura appaiono nel mio campo visivo. Cuoio spesso, metallo lucidato, volti chiusi. I loro occhi, dapprima duri, si soffermano su di me un istante di troppo. Quello sguardo, lo conosco: un misto di curiosità e desiderio che cercano di nascondere dietro la disciplina. Non sono vigilantes, non sono poliziotti. Sono soldati… usciti da un altro secolo. Mi afferrano senza cerimonie. Mi dibatto, do gomitate, cerco di indietreggiare, ma le loro mani sono come morse. Il mio corpo s'inarca, l'orgoglio prende il sopravvento sulla paura. — Lasciatemi! Dov'è il palco? Dove… La mia voce si strozza. Sento le mie stesse parole, e mi sembrano assurde qui, in mezzo a quest'odore di fuoco e cuoio. Vengo trascinata in un corridoio buio, le torce fissate alle mura proiettano ombre storte che scivolano sulla mia pelle nuda. Ogni passo risuona, amplificando i battiti del mio cuore. Cerco un segno familiare: una porta di sicurezza, un cartello luminoso… niente. E se fossi ancora svenuta? E se tutto questo fosse solo un incubo? Vengo spinta in una sala immensa. L'aria vi è più calda, satura di odori di resina e legno lucidato. Le torce allineate come occhi di brace illuminano un trono di legno nero, massiccio, scolpito con motivi strani. E seduto sopra… lui. Mi aspetto un uomo anziano, o un capo dall'aria di padrino. Ma è giovane. Appena più grande di me. I suoi tratti sono cesellati come dal coltello, la mascella ferma, le labbra severe. I suoi occhi di un grigio glaciale agganciano i miei come una lama posata sulla mia gola. — Chi è costei? chiede con una voce che non trema. Qualcuno gli sussurra qualcosa all'orecchio. I suoi occhi scendono lungo le mie gambe, sfiorano l'arco dei miei fianchi, si soffermano sul mio collo, poi risalgono alle mie labbra. Sostengo il suo sguardo, anche se le mie mani tremano. Mi rifiuto di abbassare gli occhi. — Un'estranea, dice infine. Forse… una strega. Rimango immobile, sconcertata. — Una… cosa? Una risata nervosa mi sfugge, riflesso stupido per mascherare la paura. Grave errore. Le sue dita schioccano. I soldati sguainano, le lame scintillano alla luce delle torce. L'istinto prende il sopravvento: arretro, il petto alto, il mento sollevato, anche se le gambe vacillano. — Ascoltatemi bene, non so dove sono né chi siate, ma se pensate che io… — Silenzio. Le sue dita si stringono sullo schienale del trono. La sua voce scende più bassa, eppure attraversa la sala senza sforzo, come se ogni parola pesasse più dell'acciaio. — È inutile che menti. Le tue vesti, la tua lingua, i tuoi gesti… nulla qui ti appartiene. Sei comparsa dal nulla, tra le fiamme di un falò che nessuno ha acceso, e danzavi prima ancora di essere trascinata qui. Questo è segno di stregoneria. E la legge del regno è chiara. Il mio cuore batte all'impazzata. Le sue parole affondano come pugnali. — Quale legge? farfuglio. — Morte. La parola cade tra noi come una pietra nell'acqua. I soldati si avvicinano. Il calore delle torce mi avvolge, la paura mi ghiaccia le vene. Non capisco più niente. I riflettori, il palco, il pubblico… tutto sembra così lontano. Così morto. E io, piantata in mezzo a questa sala che non ha nulla del mio mondo, sotto sguardi che pesano sulla mia pelle come un altro tessuto, mi chiedo se sono appena caduta in un sogno… o nella mia stessa esecuzione.

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