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Erano questioni insolubili queste, sembrava a lei, stando lì con James per mano. Ma il giovanotto di cui ridevano l’aveva seguita nel salotto; era lì presso la tavola, baloccandosi con qualcosa, goffamente: sentendosi fuor di posto, com’ella capiva senza voltarsi. Tutti gli altri se n’erano andati, i ragazzi, Minta Doyle e Paul Rayley, Augusto Carmichael, suo marito, tutti. Perciò ella si volse con un sospiro e chiese: «Le dispiacerebbe accompagnarmi, signor Tansley?» Doveva sbrigare un incarico noioso in città; aveva da scriver prima qualche lettera; le ci sarebbero voluti, forse, dieci minuti; si sarebbe messa il cappello. Ed eccola di ritorno dieci minuti dopo con borsetta e ombrellino, emanando l’impressione d’esser pronta, vestita Proprio per una passeggiata; la quale passeggiata ella però interruppe, quando arrivarono al campo del tennis, per domandare al signor Carmichael (il quale meriggiava tenendo socchiusi i gialli occhi di gatto in modo che essi, proprio come occhi di gatto, sembravano specchiare oscillanti rami e nubi vagabonde senza però dar segno d’alcuna intima idea o emozione) se gli occorresse qualcosa. Perché loro due facevano la grande escursione, ella disse ridendo. Andavano in città. «Francobolli, carta da lettere, tabacco?» ella suggerì, sostando presso di lui. No, lui non aveva bisogno di nulla. Tenendo le mani congiunte sull’addome capace, batté le palpebre, come avesse voluto rispondere gentilmente a codeste blandizie (lei era vezzosa, per quanto un po’ impacciata); ma non poté, immerso com’era in una sonnolenza grigio-verde, la quale abbracciava, senza bisogno di parole, con una vasta e benigna letargia di tenerezza, tutta la gente di casa, tutta la gente del mondo; perché a desinare egli aveva stillato nel bicchiere poche gocce di qualcosa cui, nell’opinione dei ragazzi, bisognava riferire le vivide strie giallo-canarino che gli solcavano quel giorno i baffi e la barba, usualmente bianco-latte. Non gli occorreva nulla, mormorò. «Sarebbe potuto riuscire un gran filosofo» disse la signora Ramsay, mentre discendevano la strada verso il villaggio dei pescatori; «ma aveva fatto un cattivo matrimonio.» Tenendo ben dritto l’ombrellino nero e procedendo con aria d’aspettazione indescrivibile, quasi che dovesse incontrare qualcuno alla svolta, ella narrò la storia: un intrigo a Oxford con una certa ragazza; un matrimonio precoce; miserie; una permanenza in India; alcune traduzioni poetiche «bellissime, credo»; intenzione d’insegnare ai ragazzi il persiano o l’indostano, ma a che pro? Eppoi a sdraio, come l’avevan visto, lì sul prato. Tansley s’inorgoglì di quelle confidenze: dopo essere stato umiliato, gli faceva bene sentirsi parlare così dalla signora Ramsay. Si sentì riavere. Per di più, nell’accennare, com’ella aveva fatto, che l’ingegno maschile resta grande pur se scaduto, e che una moglie deve sempre sacrificarsi agli interessi intellettuali del marito (non già ch’ella biasimasse quella ragazza, credeva anzi che il matrimonio di Carmichael fosse stato abbastanza felice), la signora gli faceva provare un insolito compiacimento di sé, ed egli avrebbe gradito, in caso che, per esempio, avessero preso una vettura, di pagare lui la corsa. E perché non portarle la borsetta? No, ella disse, quella se la portava sempre da sé. E così fece. Già, egli intendeva la cosa. Intendeva molte cose, particolarmente una che lo eccitava e turbava per motivi di cui non si rendeva conto. Egli avrebbe gradito di essere visto da lei in toga e tocco accademico prender parte a un corteo. Una libera docenza, una cattedra – si sentiva capace di qualunque cosa e ci si vedeva – ma che s’era messa a guardare? Un attacchino che incollava un manifesto. Il vasto foglio svolazzante si distese, rivelando ad ogni strisciata di pennello altre gambe, altri cerchi e cavalli, toni di rosso e di turchino lucidi e bene spianati; e infine mezzo muro restò coperto dal manifesto d’un circo: cento cavallerizzi, venti foche ammaestrate, leoni, tigri... Allungando il collo, perché era miope, ella lesse: il circo... farà sosta in questa città. Era impresa pericolosissima per un monco, esclamò lei, star così in cima a una scala: il braccio sinistro gli era stato divelto da una trebbiatrice due anni avanti. «Ci andremo anche noi!» ella esclamò nel riprender la via, quasi che tutti quei fantini e quei cavalli l’avessero colmata d’esultanza puerile, facendole dimenticare la sua pietosa ansietà. «Ci andremo» egli disse, ripetendo le parole di lei, ma sillabandole con un imbarazzo che la fece trasalire. Andremo al circo. No. Non sapeva dir così, con disinvoltura. Non sapeva pensarci con disinvoltura. Ma perché no? si domandava lei. Che aveva dunque Tansley? Ella provò d’un subito una calda simpatia per il compagno. Non l’avevano dunque portato al circo quand’era piccino? gli chiese. Mai, egli dichiarò, con l’aria di rispondere a una domanda, desiderata: da vari giorni bramava di raccontare che in famiglia sua non c’era l’uso d’andare al circo. Erano in tanti ragazzi, nove tra fratelli e sorelle, e suo padre lavorava per vivere. «Mio padre è farmacista, signora Ramsay. Ha una farmacia.» E lui stesso s’era guadagnato il pane fin dall’età di tredici anni. Spesso aveva passato l’inverno senza pastrano. All’università non poteva mai «ricambiare inviti» (tal era il suo cerimonioso e secco modo d’esprimersi). Doveva far durare le cose il doppio degli altri; fumava il tabacco più ordinario, quello che fumano i vecchi marinai sul molo. Lavorava indefessamente sette ore al giorno; scriveva ora un saggio intorno all’influsso di qualcosa su qualcuno. S’erano rimessi a camminare e la signora Ramsay non afferrava bene il senso dei discorsi di lui; udiva solo parole, qua e là... dissertazione... libera docenza... lettorato... cattedra. Ella non poteva seguire il brutto gergo accademico che il compagno ciangottava così correntemente; ma diceva fra sé che ora era chiaro come mai l’idea d’andare al circo aveva tanto sconcertato quel poverino, e perché lui aveva subito tirato fuori tutte quelle storie intorno a suo padre, a sua madre, ai fratelli e alle sorelle; e lei avrebbe badato che non si ridesse più di lui; ne avrebbe parlato a Prudence. Ella si figurò che gli sarebbe piaciuto raccontare ch’era stato a sentire Ibsen coi Ramsay. Però era un presuntuoso; oh, sì, un pedante insoffribile. Perché, sebbene fossero entrati in città e ne percorressero la via principale, tra i veicoli cigolanti sull’acciottolato, egli tuttavia parlava di case operaie, d’insegnamento, di classi lavoratrici, di spirito di corpo, di conferenze, in modo da farle capire che aveva ricuperato intiera la fiducia in sé, che s’era riavuto dall’umiliazione provata a proposito del circo, e che (a questo punto ella di nuovo sentì per lui una calda simpatia) stava per raccontarle, ma ecco le case sparire d’ambo i lati, ecco il molo e la baia tutt’aperta innanzi a loro, sì che la signora Ramsay non poté fare a meno d’esclamare: «Che bellezza!» Dinanzi a lei si stendeva il vasto specchio dell’acqua azzurra; nel mezzo, lontano, il vecchio faro austero; e a destra, sin dove l’occhio poteva arrivare, digradando e dileguando in morbide e lievi pieghe, le verdi dune sabbiose coperte di fluente erba che sembravano correre senza sosta verso qualche contrada lunare, completamente spopolata. Quella era la vista, ella disse (sostando, cogli occhi divenuti più grigi), che suo marito prediligeva. Tacque un momento. Ma ora, soggiunse, gli artisti erano venuti da quelle parti. Proprio pochi passi più in là stava allora uno di essi, in cappello di Panama e stivali gialli, serio, placido, assorto (sebbene vigilato da dieci ragazzini), con un’aria di profondo compiacimento sulla faccia tonda e rossa. Per un po’ guardava, eppoi, dopo aver guardato, intingeva, imbeveva la punta del pennello in qualche morbido mucchietto di verde o di rosa. Da quando il signor Paunceforte era venuto, cioè da tre anni ormai, tutti i suoi quadri erano così, ella disse, verdi e grigi, con navicelle color limone e donnine rosee sulla spiaggia. Ma gli amici di sua nonna, soggiunse, dando, mentre passava, un’occhiata discreta, erano più accurati; prima di tutto mischiavano da sé i colori, poi li macinavano, e infine ci mettevano sopra un panno bagnato per mantenerli morbidi. Per conseguenza il signor Tansley suppose ch’ella volesse fargli capire che quegli era un imbrattatele, si diceva così? Che i suoi colori non erano pastosi. Si diceva così? Sotto l’influsso di quell’insolita emozione che, sorta in giardino, quando gli era venuto in mente di portar la borsetta della signora, era cresciuta in lui durante la passeggiata, per poi ingigantire in città, quando egli aveva sentito il bisogno di raccontarle la propria vita, Tansley riceveva una visione un po’ deformata sia di se medesimo sia di quanto già conosceva. Era un fenomeno assai strano. Rimase ad aspettare in piedi nel salottino dell’angusta casa ove la signora l’aveva condotto, mentr’ella andava un momento al piano superiore per visitare una donna. Udì sul soffitto i rapidi passi di lei, udì la sua voce, gaia dapprima, poi sommessa, guardò le stuoie, le scatole da té, i paralumi di vetro; divenne impaziente, ansioso di riprendere la via verso casa, deciso a portarle la borsetta; poi la udì uscire dalla stanza di sopra; chiudere una porta; raccomandare di tener aperte le finestre e chiusi gli usci, ed anche di rivolgersi a lei per qualunque bisogno (parlava certo a un bambino); quand’ecco, ella entrò all’improvviso, rimase un attimo in silenzio (come se lassù avesse recitato una parte ed ora volesse per un attimo tornare se stessa); rimase immobile per un istante contro un ritratto della regina Vittoria col nastro azzurro della Giarrettiera; e ad un tratto egli s’avvide che si trattava di questo, sì di questo: che era la più bella donna che avesse mai veduta. Con gli occhi stellati e veli alle chiome, con ciclamini e viole – che sciocchezze gli venivano in mente? Lei aveva almeno cinquant’anni; aveva otto figli. – Andando su prati fioriti e stringendo al seno boccioli recisi e agnellini caduti; con gli occhi stellati e le chiome al vento... Le prese la borsetta. «Buon giorno, Elsa» ella disse lungo la via, portando dritto l’ombrellino e incedendo come se attendesse d’incontrare qualcuno alla cantonata; e, per la prima volta in vita sua, Charles Tansley provò un senso d’estremo orgoglio. Un uomo che scavava in una fogna smise di scavare e si pose a guardar la signora; lasciò ricadere il braccio e si mise a guardarla; Tansley provò un senso d’orgoglio; sentì il vento, vide i ciclamini e le viole; perché andava con una bella donna per la prima volta in vita sua. E le portava la borsetta.
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