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Tra le sue braccia e l’inferno

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Blurb

Mi chiamo Elios. Avevo una famiglia, un futuro. Poi, più niente: un incidente, il nulla. Rimasi solo, sperduto in un silenzio che niente poteva più incrinare.Poi arrivò Léa. Entrò nella mia vita senza avvisare, mi prese la mano, non mi chiese nulla. Mi amò senza cercare di salvarmi, solo restando al mio fianco. Con lei ritrovai il sapore dei mattini, il calore della notte, la certezza che l’amore tutto può guarire.Era la mia luce, il mio respiro. L’unica ragione per credere ancora.Poi tornò Raffaele.Lui era il suo passato. Portava negli occhi troppi ricordi, troppi anni insieme. Si insinuò fra noi senza violenza, fatto di silenzi e di sguardi. E sentii la nostra storia vacillare.Io credevo che il nostro amore fosse un baluardo. Ma Raffaele non venne a infrangerlo. Venne a consumarlo.Adesso la guardo dormire e mi chiedo: se abbiamo costruito tutto sulla cenere, fino a che punto bisogna lottare per non bruciare un’altra volta?

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prologo
Elios Non avevo previsto di uscire quel giorno. Non ne avevo voglia, e nemmeno la forza. Da quando Simon e Noémie se n’erano andati, le mie giornate sono diventate un susseguirsi di silenzi pesanti, gesti automatici, ombre che attraversano le stanze senza lasciare traccia. Vivo come uno spettro in una casa che fu loro, circondato dai loro oggetti, dai loro odori, dalle loro assenze. Ma a volte il destino non aspetta d’essere invitato. Entra senza bussare. Prima ti spinge piano, quasi a prepararti, poi ti urta con violenza, senza preavviso. Ti butta fuori, verso l’ignoto. Verso l’inatteso. Quel mattino erano le dieci e dodici. Il sole filtrava dalle persiane con una dolcezza insistente, quasi provocatoria. Come se mi dicesse: esci, Elios. C’è qualcosa là fuori. Qualcuno. Ho guardato il soffitto a lungo, svuotato di senso, gli occhi persi in quel bianco indifferente che si rifiuta di rispondere. Poi ho alzato un braccio, afferrato una maglietta sgualcita sulla sedia. Mi sono vestito senza pensare, senza scegliere, senza decidere nulla. Non per piacere a qualcuno. Non per vedere qualcuno. Solo per respirare qualcosa che non fossero i ricordi del mio salotto. Sono uscito. Senza telefono, senza borsa, senza soldi. Solo io, e quella strana sensazione nella pancia, in fondo allo stomaco. Un brivido che non ha ancora trovato la sua ragione, ma esiste, pulsa, insiste. I miei passi mi hanno guidato senza che li scegliessi. Nessuna direzione, nessun piano, nessuna meta. Mi sono lasciato portare dalla città, dai suoi rumori, dai suoi odori, da quel movimento continuo che mi ricordava che il mondo andava avanti anche senza di me. Il rumore delle scarpe sul selciato. Il soffio del vento sulle guance. Le persone incrociate senza vederle davvero, volti sfocati, corpi in movimento, un’umanità che mi era diventata estranea. E all’improvviso, un vicolo. Appartato. Antico. Silenzioso. Un’insegna in ferro battuto, arrugginita ai bordi, diceva: Libreria delle Anime Perse. Non so perché ci entrai. Forse perché anch’io lo ero. Un’anima persa. Forse perché quel nome mi risuonò dentro come un’evidenza, come la risposta a una domanda che non avevo mai osato formulare. L’odore mi afferrò appena varcata la soglia. Un odore unico, avvolgente, quasi sensuale: cuoio di vecchi libri, polvere dorata di ricordi, profumo d’inchiostro dimenticato, pagine ingiallite dal tempo. Un odore che ti parla all’anima prima ancora che alla mente. Il locale sembrava fuori dal tempo. Scaffali fino al soffitto, carichi di volumi antichi e recenti, angoli appena illuminati da lampade con paralume, un vecchio jazz che fluttuava piano nell’aria, come giunto da un’altra epoca. Mi sedetti in un angolo discreto, lontano dalla vetrina, lontano dal mondo. Un posto dove nessuno sarebbe venuto a vedermi, a parlarmi, a disturbarmi. Afferrai un libro a caso dallo scaffale accanto, senza guardare il titolo. Le mie dita sfiorarono la copertina, sentirono la grana della carta sulla pelle. E chiusi gli occhi. Non stavo davvero leggendo. Stavo fuggendo. Respiravo in un altro modo. Tentavo di esistere altrove, lontano da quella casa piena di fantasmi. E poi… entrò lei. La percepii prima di vederla. Un cambiamento nell’aria. Una vibrazione. Un respiro diverso. Come se la temperatura della stanza fosse salita di colpo di qualche grado. E quando alzai gli occhi, era lì. In piedi, a pochi metri da me. Silenziosa. Magnifica. Non solo per il suo aspetto, sebbene fosse di una bellezza rara, inquietante, quasi insostenibile. Ma per quel qualcosa che emanava. Una sicurezza tranquilla. Una grazia discreta. Un’intensità che si sprigionava da lei come il calore di un fuoco. Il suo sguardo percorreva gli scaffali, lento, metodico. Ma io guardavo solo lei. Capelli corti, scuri, perfettamente acconciati, che le incorniciavano il viso con precisione quasi matematica. Una pelle chiara, luminosa, che sembrava irradiare luce dall’interno. Un tailleur sobrio, elegante, che non gridava ricchezza ma sussurrava gusto, classe, quella distinzione naturale che non s’impara, che si ha o non si ha. E quel profumo… Dio mio. Un misto di legno pregiato, muschio avvolgente, e un fondo ambrato che non sapevo nominare ma che mi rivoltava lo stomaco. Un profumo che diceva tutto di lei senza che avesse bisogno di aprire bocca. Non sapevo chi fosse. Ma sapevo cosa: era lo sconvolgimento che non aspettavo più. All’improvviso, i suoi occhi incontrarono i miei. Uno choc. Dolce e brutale insieme. Come un lampo silenzioso che attraversa il cielo senza rumore ma illumina ogni cosa. Mi guardò davvero. Non quello sguardo furtivo che si getta agli sconosciuti, no. Uno sguardo vero. Profondo. Insistente. Che fruga, che esplora, che domanda senza esigere. E io dimenticai di respirare. Si avvicinò, lentamente, i tacchi che facevano un rumore sordo sul parquet antico. Si fermò vicino al mio tavolo, chinò leggermente la testa per leggere il titolo del libro che tenevo in mano senza vederlo. — Stai leggendo Gli Smarriti del Silenzio? La sua voce era una carezza. Bassa. Lenta. Sensuale senza sforzo, come se ogni parola fosse scelta, pesata, donata. Rimasi immobile qualche secondo, il tempo che il suo sguardo si immergesse nel mio, che la sua presenza m’inghiottisse del tutto. Poi abbassai gli occhi sulla copertina. Era proprio quel titolo. Non l’avevo nemmeno visto. — Ehm… no. L’ho preso a caso. Credo che cercassi qualcosa… o qualcuno. Sorrise. Un sorriso lento, profondo, che partiva dagli occhi prima di raggiungere le labbra. Non beffardo. Non condiscendente. Solo… curioso. Sincero. Incantato. — E pensi di averlo trovato? La guardai. A lungo. Abbastanza per imprimere ogni dettaglio: la curva delle sopracciglia, la luce negli occhi, il modo in cui il labbro inferiore le tremava appena quando parlava. E risposi con voce più bassa, più intima, come se fossimo già soli al mondo. — Forse sì. Forse… adesso. Non sapevo da dove venisse. Né perché avesse varcato quella porta in quel preciso istante, in quella libreria sperduta, a quell’ora in cui non sarei mai dovuto essere lì. Ma ciò che sapevo, con assoluta, viscerale certezza, era che qualcosa era appena cominciato. Una pulsione lenta, profonda, una sorta di corrente invisibile che mi attirava verso di lei come la marea attira l’oceano. Si chiamava Léa. Non lo sapevo ancora. Ma il mio corpo, lui, lo sapeva già. Era in piedi, vicina ormai. I suoi occhi chiari affondavano nei miei con un’intensità quasi bruciante. Non aveva bisogno di sorridere per disarmarmi. Bastava il suo sguardo. Faceva tutto da solo. Mi spogliava delle difese, delle paure, dei dolori. E la sua voce… Dio, la sua voce. — Posso? Indicava la sedia di fronte a me, quella che mi stava di fronte, quella che attendeva qualcuno senza che io lo sapessi. — Certo… — dissi, quasi in un sussurro, come se parlare più forte avrebbe spezzato l’incantesimo. Si sedette. I suoi movimenti erano precisi, lenti, misurati. Un’eleganza naturale. Una sensualità non costruita, ma evidente, che emanava da lei come un odore, come un calore. Le gambe accavallate con grazia incosciente. La mano sottile posata sul tavolo, le dita lunghe, perfette, che sembravano fatte per accarezzare, per toccare, per risvegliare. Il suo profumo fluttuava nell’aria tra noi come un segreto condiviso. Mi osservava. Non come si osserva uno sconosciuto. Come si osserva qualcuno che si sta scoprendo, decifrando, comprendendo. Come se vedesse dentro di me, oltre le apparenze, oltre il dolore, oltre il vuoto. — Vieni spesso qui? — È la prima volta. — Eppure hai scelto il posto giusto. Il suo tono era dolce, quasi complice. Una confidenza. — Questo luogo attira chi porta qualcosa di pesante. Chi cerca senza sapere cosa. Chi ha perso. Abbassai gli occhi. Lei non poteva sapere. Nessuno poteva sapere. Eppure le sue parole mi risuonavano dentro come un’evidenza. — E tu? Sei venuta a cercare cosa? Mi offrì un sorriso. Dolce. Misterioso. Infinitamente incantevole. — Te, forse. Il mio cuore perse un battito. Sentii un calore salirmi lungo il collo, posarsi nel petto, invadere il ventre, scendere ancora più in basso. Non ero il tipo da arrossire, né da perdere il controllo davanti a qualcuno. Avevo ventitré anni, avevo conosciuto donne, avevo vissuto, avevo amato. Ma lei. Lei aggirava ogni mia difesa. Mi rendeva vulnerabile senza nemmeno provarci. Mi metteva a nudo con un semplice sguardo. Calò un silenzio. Non un silenzio imbarazzato, no. Un silenzio pieno. Carico. Elettrico. Come se i nostri respiri bastassero a capirsi, a parlarsi, ad amarsi già. Sfiorò un libro posato vicino alla mia mano. Per caso, o forse no. Le sue dita incontrarono le mie. Solo un istante. Una frazione di secondo. Ma quel contatto fu come una scintilla nuda su pelle bagnata. Come una scossa che percorre tutto il corpo senza preavviso. — Stai tremando, Elios. La sua voce era più bassa. Più calda. Intima. La guardai, incapace di distogliere gli occhi, incapace di fuggire, incapace di mentire. — Credo di non sapere più come gestire… quello che sento adesso. — E cosa senti? La fissai. A lungo. Profondamente. Tanto che lei potesse vedere tutto ciò che nascondevo, tutto ciò che trattenevo, tutto ciò che non avevo mai detto a nessuno. E mormorai, quasi senza voce, come una confessione strappata alle viscere. — Che ti sto desiderando senza nemmeno conoscerti. Si chinò leggermente verso di me. Le sue labbra erano a pochi centimetri dalle mie. Sentivo il suo respiro sulla pelle, tiepido, profumato, incantevole. I suoi occhi… i suoi occhi penetravano fino in fondo a me, là dove nessuno era mai arrivato, là dove nascondevo le ferite più segrete. — Il desiderio non aspetta di conoscere. Indovina. Presente. Sa prima ancora che tu lo sappia. Quello che accadde dopo non fu un bacio. Ma fu peggio. O meglio. Non lo so. Le sue dita scivolarono lungo la mia mano. Lentamente. Come se volesse imparare la mia pelle a memoria, memorizzare ogni linea, ogni rilievo, ogni fremito. Non si mosse oltre. Non cercò di baciarmi, non cercò di attirarmi. Ma quel contatto… valeva tutti i baci del mondo. Chiusi gli occhi. Respirai il suo profumo, a fondo, per imprimerlo dentro di me, per non dimenticarlo mai. Ascoltai il battito del mio cuore accelerare senza controllo, senza ragione, senza limite. Sentii il mio corpo intero rispondere alla sua presenza, al suo tocco, al suo respiro. Quando riaprii gli occhi, mi fissava ancora. Con un’intensità che mi bruciava. — Sei molto più vivo di quanto credi, Elios. — Tu stai sciogliendo un muro dentro di me. Un muro che avevo dimenticato esistesse. Dopo la loro morte, ero solo un guscio vuoto. E tu… tu mi ricordi che ho ancora un cuore. Non rispose nulla. Mi guardò soltanto. E in quello sguardo c’era tutto. La comprensione. La dolcezza. E qualcos’altro, qualcosa che non osavo nominare. Si alzò. Con un gesto lieve, si rimise una ciocca di capelli dietro l’orecchio. Un gesto semplice, banale, ma che mi parve infinitamente aggraziato, infinitamente desiderabile. Poi indietreggiò, senza smettere di guardarmi. Come se volesse portare via con sé quell’immagine di me. — Devo andare. Per oggi. Nel profondo, fui preso dal panico. Una paura viscerale, irrazionale, di non rivederla più, di perderla prima ancora di averla avuta. — Aspetta. Posso rivederti? Sorrise. E il suo sguardo si addolcì di una tenerezza disarmante, una dolcezza che mi strinse il cuore. — Non devi cercarmi. Tornerò. So esattamente dove trovarti. Varcò la porta della libreria. E scomparve nella luce della strada, inghiottita dal sole, dal rumore, dal mondo. Io rimasi lì. Solo. Ma non vuoto. Per niente vuoto. Non sapevo cosa fosse accaduto. Quell’incontro, quel momento, quella donna. Ma una cosa era certa: lei mi aveva appena rianimato. Non solo il mio cuore. Il mio corpo. La mia mente. La mia voglia di vivere. Ogni cosa. Aveva rianimato tutto con un semplice sguardo, un semplice sfioramento, una semplice presenza. Non sapevo nulla di lei. Né il nome, né l’età, né da dove venisse, né cosa facesse in quella libreria. Eppure avevo la sensazione di aver atteso quella donna per tutta la vita. Come se, senza saperlo, avessi attraversato la prova, il dolore, il vuoto, soltanto per arrivare fino a lei. Fino a quel momento preciso. Fino a quella mano tesa nel buio.

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