Capitolo 3
Gavin
Bum, bum, bum.
Il martellare nella mia testa mi fa aprire gli occhi lentamente, perché so che la luce del sole che filtra attraverso le tende mi farà un male cane.
Bum, bum, bum.
Cristo, sembra stia diventando più forte, e mi sto pentendo di aver scolato fino in fondo quella mezza bottiglia di Macallan ieri sera. Mi stropiccio gli occhi, che sono incrostati dal sonno, e giro la testa per guardare la sveglia. Cazzo… sono solo le dieci del mattino, e stavo sperando di dormire oltre la parte peggiore del doposbornia.
Antidolorifici… è questo che mi serve al momento.
Alzandomi a sedere con cautela e tirando giù i piedi dal letto, mi porto con esitazione le punte delle dita alle tempie e cerco di massaggiare via il martellamento.
Bum, bum, bum.
Porca troia. È qualcuno che sta battendo sulla mia porta, cosa che fa sì che l’effettivo martellamento nella mia testa schizzi alle stelle. Barcollando fuori dal letto, esco incerto dalla stanza, scendo la rampa di scale e vado in cucina con gli occhi aperti solo a mezze fessure perché neanche il sole aiuta col dolore. Riesco a sbattere il fianco contro il bancone, scagliando una serie di imprecazioni mentre mi dirigo alla porta d’ingresso.
Bum, bum…
Spalanco con forza la porta e guardo male la persona lì in piedi. «Meglio che tu abbia una buona scusa per star battendo sulla mia cazzo di porta così presto», ringhio.
«Signor Cooke? Mi ha detto di essere qui alle dieci», dice la persona… una donna, riesco ora a distinguere, anche se devo ancora aprire del tutto gli occhi.
Aguzzando con forza la vista per vederla, gli occhi ancora sfocati, riesco a distinguere una giovane donna dai capelli castano scuro e dai lineamenti irriconoscibili, dato che sono sicuro di avere ancora addosso gli occhiali da ubriaco. «Ah sì?»
«Uh… sì, per parlare di pulire casa sua», mi dice a bassa voce. Anche in tutta la gloria del mio doposbornia, non manco di notare che fa un piccolo passo indietro.
Ho la mente vuota per un attimo, e non ho idea di che cosa stia dicendo. Pulire casa? Dieci in punto?
Poi mi rendo conto… questa è la donna che mi ha raccomandato la mia agente immobiliare. Mi sto vagamente ricordando che mi ha chiamato ieri sera e abbiamo concordato un orario per vederci stamattina.
Grattandomi la pancia, apro un po’ di più l’occhio sinistro per guardarla meglio, e comincia a mettersi a fuoco. Ragazza carina… bella in effetti. Non nel modo solare e luminoso di Casey Markham, e non nel modo sensuale da modella del paginone centrale della mia ex, Amanda, ma in un modo fresco e sano. Lunghi capelli castani con qualche riflesso rosso, dolci occhi castani, pelle leggermente abbronzata e labbra carnose. Da scrittore, la stereotipizzerei come la ragazza della porta accanto. Sarebbe il tipico personaggio che verrebbe subito massacrato da uno dei mostri dei miei libri, solo per il gusto di massacrare una fresca innocente.
Facendo un passo indietro, riesco ad aprire entrambi gli occhi e schiarirmi la gola. «Scusa, avevo dimenticato, ma entra».
Mi guarda per un attimo, mordendosi il labbro inferiore, chiaramente indecisa sul fatto di accettare il mio invito. Non aspetto lì che si decida, piuttosto le volto le spalle e vado in cucina. La sento entrare e chiudere delicatamente la porta.
Dandomi da fare a preparare una caraffa di caffè, la guardo con la vista periferica mentre entra esitante in cucina e resta ferma come una statua. Non mi giro a guardarla ma le chiedo: «Come avevi detto di chiamarti?»
«Savannah», dice lei a bassa voce. «Savannah Shepherd».
Dopo aver messo un filtro nella macchinetta, la carico col caffè, mettendone di più per farlo abbastanza forte da aiutarmi a scacciare il doposbornia. Prendo la caraffa e mi giro per riempirla dal lavandino, dando alla ragazza una rapida occhiata. «Bene, Savannah Shepherd, Casey mi ha detto che pulisci un po’ di case sull’isola. Pensava potessi essere interessata a pulire anche la mia».
Lei non mi risponde, però, quindi alzo lo sguardo dopo aver chiuso il rubinetto e aver poggiato la caraffa. I suoi occhi sgranati mi fissano con indecisione, e di colpo mi domando se sia scema o cosa. «Il gatto ti ha mangiato la lingua?» le chiedo.
Scuotendo la testa, abbassa lo sguardo. «No… è solo. Magari dovrebbe vestirsi prima che parliamo».
Batto un paio di volte le palpebre, cercando di registrare quello che sta dicendo, e poi abbasso anche io lo sguardo per esaminare me stesso. Beh, volete saperlo? Ho addosso solo un paio di boxer con la patta spalancata, e il mio cazzo sta spuntando fuori mezzo eretto.
Ops. Scommetto che ha avuto una bella vista quando ho aperto la porta.
Stringendomi nelle spalle, mi sistemo non tanto discretamente. Le volto le spalle per riempire d’acqua la macchina del caffè. Sistemo la caraffa sul bruciatore e aziono l’interruttore. Girandomi di nuovo verso di lei, mi appoggio con la schiena al bancone e incrocio le braccia sul petto. Lei non riesce a trattenersi… involontariamente i suoi occhi scattano verso il mio inguine e, anche se sono sicuro di essere del tutto coperto dopo la sistemazione, scommetto che sto tendendo per bene la biancheria. Il suo viso avvampa di rosa e i suoi occhi tornano rapidi verso i miei.
Rivolgendole un minuscolo sorrisetto, le dico: «Allora… mi serve che vieni probabilmente due volte a settimana per le pulizie generali… penso anche il bucato visto che faccio schifo in entrambe le cose».
«Non vuole andarsi a vestire?» dice di getto.
Inchiodandola con uno sguardo diretto, curvo in su le labbra e rispondo: «No, Savannah, non voglio. Ti crea problemi?»
«È un tantino imbarazzante averla davanti a me mezzo nudo per un colloquio di lavoro», risponde, e devo darle credito per il fatto di avere una bocca impertinente. Oh, le cose che adorerei fare con una ragazza che mi risponde male.
«Sei fortunata che avessi i boxer quando mi hai svegliato. Metà delle volte vado in giro nudo», le dico con espressione seria. Non è vero, ma un po’ mi piace il rossore che ha in faccia, e mi chiedo se potrei farlo diventare una sfumatura più forte. «Vedila in questo modo: meno vestiti indosso, meno bucato dovrai fare».
La guardo stringersi un po’ più forte al corpo la borsa, e l’indecisione filtra nel suo sguardo. Aspetto, certo di averla spaventata al punto da farla scappare del tutto, cosa che per me è indifferente.
«Mi serve davvero questo lavoro», ammette, e poi il suo guardo vacilla verso il pavimento, «ma sprecherei il suo tempo se restassi a discutere i dettagli. Non posso proprio lavorare qui se andrà in giro nudo per tutto il giorno. Grazie del suo tempo, signor Cooke, e mi dispiace davvero di averla svegliata».
Non torna mai a guardarmi ma gira sui tacchi e si dirige alla porta. La guardo solo per un millisecondo e poi mi spingo via dal bancone per andarle dietro. «Aspetta un attimo», la chiamo.
Si ferma e si gira a guardarmi da sopra una spalla, le sopracciglia alzate.
«Non me ne vado davvero in giro nudo per tutto il giorno», ammetto di malavoglia. «Mi hai svegliato da un sonno profondo stamattina, e non mi ero neppure reso conto di essere in mutande quando ho aperto la porta».
Savannah non dice niente, punta solo quegli occhi castani… che, ora che la guardo un po’ meglio, sono davvero piuttosto adorabili.
«E poi… sarò nel mio studio la maggior parte del tempo, e probabilmente non mi vedrai mai», aggiungo, sperando riprenda in considerazione la mia offerta. Non ho davvero tempo di sentire altre ditte, e mi piacerebbe risolvere questa cosa in modo da potermi mettere a lavorare al mio manoscritto.
«Di preciso quali sarebbero i miei compiti? E la paga?» mi chiede mentre si gira del tutto verso di me.
«Come ho detto… pulire la casa, fare il bucato. Niente di troppo difficile… due volte a settimana. Ti pagherò cinquecento dollari».
Mi guarda sorpresa battendo le palpebre e mi rendo conto che la somma che le ho appena offerto è assurdamente generosa. Non lo sapevo finché non ha battuto le palpebre, ma a giudicare dall’espressione del suo volto è chiaro che non ho la minima idea di quale sia il valore di un servizio di pulizia. Oh, beh… troppo tardi per ritrattare ora. Dovrò assicurarmi che se li guadagni… magari tipo pulire i pavimenti con uno spazzolino da denti o roba del genere.
«È troppo», mi dice, e ora sono io quello che batte le palpebre per la sorpresa.
«Come, scusa?»
«Mi pagherebbe troppo. Probabilmente mi ci vorranno non più di tre ore circa se vengo due volte a settimana. Sarebbe qualcosa tipo… ottanta dollari all’ora o molto vicino. Davvero troppo».
Sul serio… questa ragazza… donna, ha appena avuto una grossa possibilità di spillarmi dei bei soldi, eppure eccola qui a dirmi che la sto pagando troppo? Chi cazzo è così onesto di questi tempi?
«Ti dirò… e se mi preparassi la cena i giorni in cui vieni a pulire?» le propongo.
«È ancora troppo», risponde, lo sguardo deciso a non approfittarsi di me. È davvero strano, cazzo. In effetti, sarebbe un fantastico personaggio stravagante in uno dei miei libri… uno onesto fino all’eccesso, il che significa che probabilmente non è molto dotato nel reparto cervello. Verrebbe mangiata da uno dei miei mostri in un nanosecondo.
Ma ne ho ufficialmente abbastanza di essere sorpreso dalla sua ingenuità e le dico: «Prendere o lasciare. Non ho altro tempo da sprecare con questa cosa, sono già tremendamente indietro col mio lavoro».
E di nuovo se ne sta lì… a fissarmi con incertezza, e riesco a capire che sta davvero prendendo in considerazione di rifiutare un lavoro che le pagherebbe più soldi di quanto probabilmente sia mai stata pagata per lavorare prima d’ora. Un po’ mi irrita questa stupidità che sta dimostrando, e inizio ad aprire la bocca per dirle di levarsi dal cazzo quando mi risponde: «Prendo. Quando vuole che inizi?»
«Che ne dici di martedì prossimo? La casa in pratica è immacolata in questo momento… così avrò la possibilità di incasinarla un po’», le dico con un sorriso disinvolto. «Mi assicurerò anche di indossare dei vestiti ogni giorno, così avrai del bucato da fare per guadagnarti l’assegno».
Lei mi rivolge un sorriso incerto. «Posso farlo. Che ne dice se vengo di martedì e venerdì allora?»
«Andrà bene».
«Qualche orario particolare?» mi chiede.
Stringendomi nelle spalle, torno in cucina e prendo una tazza dal pensile sopra la caraffa del caffè. L’oro liquido sta ancora uscendo, ma ne ho abbastanza di aspettare per la caffeina. Tiro indietro la caraffa, notando il sibilo e lo sfrigolio del caffè che gocciola sul bruciatore prima che infili la tazza sotto il flusso. «Non mi importa. Ti darò una chiave».
La tazza non ci mette molto a riempirsi, quindi la tiro via e rimetto la caraffa al suo posto. Bevo il sorso più grosso che mi riesce senza bruciarmi la lingua e mi volto di nuovo verso di lei. Ha di nuovo gli occhi puntati sulla patta dei miei boxer e scattano subito in alto, ma non abbastanza perché mi sfugga il suo sguardo.
Presa con le mani nella marmellata, ragazzina, penso, e le faccio un sorrisetto mentre il mio cazzo sobbalza per l’attenzione. Sono sorpreso dall’audacia delle sue azioni, perché non sembra essere altro che una ragazza timida. Ma quando vedo la preoccupazione nel suo guardo per il fatto che ho beccato la sua occhiata di nascosto, mi rendo conto che non è stata affatto audace. Più una reazione involontaria quando mi sono girato verso di lei, e ora è mortificata per essere stata colta a guardarmi in quel modo.
Sì, sarebbe un agnellino lasciato al macello in uno dei miei libri. È l’antitesi di tutto quello che troverei attraente in una donna perché, anche se mi piace che le mie conquiste tengano perlopiù le labbra sigillate, perché in genere la conversazione mi smonta, non mi piace il lavoro richiesto da qualcuno così poco sicuro di sé. A me piace una donna che sappia cosa vuole e che mi renda chiaro di essere disponibile per essere presa. È più facile così.
Il che rende molto strano che il mio corpo abbia la pur minima reazione a lei. Di solito ce ne vuole perché il mio uccello abbia uno spasmo, dato che i miei gusti sono alquanto singolari, eppure ho avuto una semierezione per tutto il tempo in cui ho parlato con Savannah stamattina.
Oh, beh… inutile rimuginarci. Non è per niente il mio tipo, per cui liquiderò la cosa col fatto che il mio cazzo avesse una curiosità generica.
Poggiando la tazza, mi avvicino al mazzo di chiavi che mi ha lasciato Casey ieri e che ho gettato in fondo al bancone della cucina. Vedo che ci sono tre chiavi che sembrano tutte uguali, perciò ne tiro fuori una e gliela passo. Savannah si fa avanti e la prende in fretta, afferrandola con la punta estrema delle dita così da non toccarmi.
Questo in qualche modo mi diverte, e ridacchio tra me. Sì, sarebbe un meraviglioso personaggio in uno dei miei libri… una sorta di antieroina per cui il lettore proverebbe un po’ di affinità, ma poi sarebbe molto soddisfatto di vederla andare incontro alla sua fine perché probabilmente se la meriterebbe per via della sua mancanza di sicurezza e assoluta innocenza. Magari la userò come una musa nel mio progetto attuale. Non ci sono mai abbastanza corpi insanguinati e torturati nelle mie opere.
Riprendendo la tazza, mi giro verso le scale che portano al mio studio dopo due rampe. Senza guardarmi di nuovo indietro verso di lei, le dico: «È probabile che non ti vedrò martedì perché starò lavorando, ma confido che tu riesca a entrare e a chiudere a chiave quando te ne andrai. Ti pagherò in contanti venerdì».
Lei non dice una parola in risposta, ma va bene. L’ho dimenticata e ho già la testa immersa nel manoscritto in cui mi sto preparando a tornare.