Capitolo 2

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Capitolo 2 Savannah «Era ora che tornassi a casa», dice Casey mentre attraverso la porta della piccola casa sulla spiaggia che condividiamo. Sono quasi le nove di sera e sono cotta. No… sono più che cotta, sono esausta, visto che sto lavorando fin dalle sette di questa mattina. «Lo so», dico, la voce intrisa di stanchezza. «Il servizio fotografico è stato molto più lungo di quanto mi aspettassi». «E di preciso quanto di questo tempo è stato passato a evitare le squallide avance e le patetiche allusioni del coglione?» «Una buona mezz’ora, almeno», le rispondo con un sorriso sarcastico, ma poi rabbrividisco un pochino. Faccio un po’ di lavoro a contratto con un fotografo ritrattista locale, ed è davvero una palla di melma, che ci prova costantemente con me nei modi meno appropriati. Purtroppo mi serve disperatamente il lavoro, essendo stata da poco licenziata dal quotidiano locale dove lavoravo come fotografa. Il giornale non poteva permettersi di avermi a tempo pieno, da cui il licenziamento. Almeno mi hanno promesso di mettermi a contratto per alcuni progetti, ma sono noccioline microscopiche rispetto a quelle normali che mi pagavano. Andando in cucina, lascio cadere la borsa sul tavolo con un tonfo. Apro il frigorifero e ne esamino il contenuto, ma sono troppo stanca per preparare qualcosa di sostanzioso da mangiare, perciò prendo una busta di carote e una mela. Quando torno a girarmi, Casey è appoggiata al bancone con le braccia incrociate sul petto. È così bella che io mi sento sciatta al suo fianco, ma non è il tipo da mettersi in mostra… almeno non in presenza di altre donne. Certo, è la peggiore delle civette quando si tratta di uomini, e il suo motto è sempre stato “amali e abbandonali”, ma è una delle donne più gentili e alla mano che abbia mai conosciuto. Sono davvero contenta che siamo diventate coinquiline, perché senza il suo aiuto per pagare l’affitto non sarei riuscita a permettermi di vivere qui. «Che ha fatto stavolta?» mi domanda, guardandomi a occhi socchiusi. «Il solito… sfiorarmi accidentalmente, commenti sconci», le dico stanca. «Ci si aspetterebbe che se ne uscisse con qualcosa di originale, no?» «Beh, la tua fortuna sta per cambiare, ragazza», mi dice lei con un ghigno, calando le mani per appoggiarle sul bancone all’altezza dei fianchi. «Ti ho trovato un’altra casa da pulire… è enorme e il tipo che la possiede è superricco. Con quella, potrai lasciare il coglione per sempre». Do un morso a una carota e, con la bocca piena, domando: «Dimmi di più». «Si chiama Gavin Cooke, ed è un po’ strano… beh, è un po’ uno stronzo. È un qualche scrittore importante inglese che si è trasferito qui per finire di scrivere un libro. Gli serve qualcuno che gli pulisca casa qualche volta a settimana e mi ha detto che devi chiamarlo». Masticando e poi inghiottendo la carota, ci rifletto. Tra il lavoro a contratto al quotidiano, il lavoro part-time col fotografo coglione e le altre due case che pulisco, significherebbe orari più lunghi per me. A stento vado avanti già così, e questo vorrebbe dire meno sonno e muscoli più doloranti. Purtroppo, non ho davvero scelta. Tra il prestito studentesco, le spese vive e la trasmissione nuova di zecca che ho dovuto montare alla mia auto il mese scorso, a stento guadagno abbastanza per mangiare molto più che mele e carote. In aggiunta, pulire case e trasportare attrezzature fotografiche mi dà fin troppo allenamento per le poche calorie che sono in grado di consumare ogni giorno, e ho perso del peso che non potevo permettermi di perdere. Però neanche l’alternativa è allettante. Se non ce la faccio qui da sola, la mia unica opzione rimasta sarebbe tornare a casa a Clearview, in Indiana, e diventare quella strana donna venticinquenne che vive ancora coi genitori. E anche se i miei sono la coppia del Midwest più dolce e gentile che si possa trovare, la mia vita non farebbe che ristagnare lì a casa. Ho lavorato duro per uscire dal nostro paesino, in modo da poter viaggiare per il mondo e fotografare tutte le meraviglie che avrei visto. Certo, non sono arrivata più lontana degli Outer Banks del North Carolina, ma è in pratica un mondo di distanza dal mio umile paese natale. Sì, non ho scelta. Dovrò inserire un altro lavoro. Una volta che avrò finito di pagare per il lavoro della trasmissione, che per fortuna Smitty dell’officina locale mi sta lasciando pagare a rate, potrò scaricare il coglione e avere una vita più gestibile. «Lo chiamerò dopo aver finito la cena. Pensi sia troppo tardi?» «Per niente. Io penso che in quanto scrittore vada a letto tardi. Almeno questa è l’impressione che ho avuto quando sono andata a prenderlo dalla sua stanza d’albergo per firmare i documenti conclusivi e poi mostrargli la casa. Era circa mezzogiorno, e sono piuttosto sicura che si fosse appena alzato dal letto». Messe da parte le carote, prendo la mela e le do un morso. Sa di gesso mentre scende, il mio interesse per il cibo sempre calante nelle ultime settimane. Sono stata tanto infognata nel duro lavoro, unito a un crescente senso di panico all’idea che non riuscirò a sopravvivere da sola, che il mio appetito si è spento. «In frigo ho della pasta avanzata che ho fatto stasera», dice Casey guardandomi mangiare. Non conosco l’espressione del mio viso, ma suppongo che riesca a capire che la mela non mi sta soddisfacendo un granché. «No, grazie», le rispondo con un piccolo sorriso. Sono troppo orgogliosa per accettare il suo aiuto, e anche della pasta avanzata per me è sempre carità. «Ti stai consumando del tutto, Savannah», mi rimprovera. «Non puoi andare avanti così ancora per molto». «Sto bene», dico in tono strascicato con falsa sicurezza nella voce. «Come hai detto… questo lavoro di pulizia sarà abbastanza per non essere più in rosso nella lista delle spese». «Non stai bene», in pratica mi abbaia contro con gli occhi socchiusi. «Ti stai consumando fino alle ossa col lavoro. Quello che hai ora… tipo tre lavori, più il volontariato ogni settimana al Rifugio con Alyssa e Brody. A stento mangi. Sul serio, stai mettendo a rischio la tua salute». Ora… di solito sono un’educata, dolce ragazza del Midwest. Ci vuole parecchio per provocarmi, ma vedermi buttare in faccia questi promemoria dei miei fallimenti mi fa irritare un po’. «Smettila, Casey. Anche se apprezzo la tua preoccupazione, ho tutto sotto controllo». Lei batte le palpebre sorpresa, perché credo questa sia la prima lite che abbiamo avuto da coinquiline. Del mio gruppo ristretto di amiche, Casey, Alyssa e Gabby, sono quella che è meno probabile si irriti con qualcuno. C’è chi mi definirebbe perfino una che si lascia convincere da chiunque. «D’accordo», borbotta lei. «Ma era solo un piccolo piatto di pasta quello che ti stavo offrendo». Faccio un profondo respiro e lo lascio andare lentamente. Addolcendo il tono, dico: «Mi dispiace. Apprezzo l’offerta… davvero. Ma sono una di quelle persone che devono proprio farcela da sole. Ormai questo dovresti saperlo di me». Casey annuisce suo malgrado, perché questo lo sa. Nei quattro mesi in cui siamo state coinquiline, ha avuto modo di conoscermi abbastanza bene da sapere che ho una vena di testardo orgoglio lunga almeno un chilometro e altrettanto larga. È per quello che non ho detto al fotografo coglione di togliersi dalle palle, perché già… anche se mi serve il lavoro, è più importante per me fargli sapere che non può farmi innervosire. I miei giorni in cui lo permettevo sono finiti. Il mio telefono suona dall’interno della borsa e poggio la mela sul bancone, asciugandomi le dita sui jeans. Estraendolo, vedo che c’è un messaggio di Brody. Mi si alleggerisce il cuore all’istante. Brody e la sua fidanzata, Alyssa, gestiscono Il Rifugio, un ricovero per animali senza soppressione in cui lavoro come volontaria. Amo gli animali, in particolare i cani, al punto che passo lì tutto il mio tempo libero a dare una mano. Con tre lavori, però, quel tempo sta diventando sempre meno, e sento la mia anima che inizia a deperire. Il mio amore per i cani è di lunga data, nato da un singolo evento accaduto quando avevo solo sei anni. Ero fuori a giocare nel bosco che circondava la nostra casa di Clearview. Vivevamo in campagna, perciò mamma mi mandava spesso fuori dalla porta al mattino durante le vacanze estive da scuola e mi diceva di non tornare finché non faceva buio. Ero col nostro cane di famiglia, Petey, che era un labrador. Mi ero persa e non riuscivo a ritrovare la via di casa, e Petey mi tenne calda e al sicuro per tutta la notte. Non so se sia stata la mia immaginazione di bambina, ma mentre stavo seduta alla base di un albero mi pareva di sentire coyote, orsi e puma che venivano verso di me da ogni direzione. Petey ringhiava periodicamente, lo sguardo che scrutava l’oscurità attorno a noi. Mi leccava spesso, assicurandomi che tutto sarebbe andato bene. Mi rannicchiai contro il suo pelo caldo, stringendolo forte tra le braccia, e seppi di essere al sicuro. La squadra di ricerca mi trovò verso l’alba del giorno dopo, e Petey fu lodato come l’eroe locale del paese. Vinse perfino una medaglia. Da allora ho notato di essere più felice quando ho dei cani vicino. Anche se non posso permettermene uno mio, se mai riuscirò a tirarmi fuori da questa montagna di debiti ne prenderò almeno cinque. Il messaggio di Brody va dritto al punto. Hai tempo per aiutare domani? Alyssa deve andare a Raleigh a prendere un cavallo. Gli rispondo alla svelta. Non sono sicura. Potrei dover iniziare un nuovo lavoro. Ti scrivo dopo. Fisso il mio telefono per un attimo, un tantino depressa per non potergli rispondere con un semplice “sì”. Preferirei parecchio essere immersa fino ai gomiti nella bava di cane che pulire la casa di un qualche ricco stronzo, ma non può essere quella la mia priorità in questo momento. Potresti semplicemente accettare il lavoro che ti abbiamo offerto, risponde Brody. Sì, quella sarebbe la soluzione semplice, ma non posso fare neanche quello. Non esiste che permetta a Brody e Alyssa di mettermi sul libro paga per Il Rifugio. È una cosa del tutto permessa che una no-profit abbia dei dipendenti pagati, ma si dà anche il caso che io sappia che aggiungermi alle spese significherebbe un maggior lavoro da parte di Alyssa e Brody per raccogliere fondi per sostenere la spesa in questione. No, il mio tempo al Rifugio sarà sempre come volontaria e, anche se la loro offerta ha significato il mondo per me, ho dovuto tristemente declinarla. Proprio come faccio un’altra volta ora. Vi voglio bene per quello, ma la mia risposta è sempre no, gli scrivo. La sua replica è immediata. Testarda. Rido, perché Brody non è nella posizione di rimproverare me per la testardaggine. Dopo aver passato cinque anni in prigione per un crimine che non aveva commesso, è tornato agli Outer Banks che era l’ombra di un uomo e rifiutava testardamente di lasciar entrare persone nella sua vita e di credere di valere qualcosa. Se non fosse stato per l’aiuto e l’amore di una brava donna, vale a dire Alyssa, sarebbe ancora impantanato nell’oscurità. Mi sono avvicinata molto a Brody e Alyssa negli ultimi mesi, a lui in particolare. Da quando si è innamorato di lei, e ha rivelato alla sua famiglia e agli amici più intimi il suo segreto sull’essere stato in carcere per il torto di qualcun altro, è diventato una persona del tutto diversa. È caldo, spiritoso, e ferocemente protettivo nei confronti di quelli a cui tiene. Io sono solo fortunata a essere in quel novero, e le lunghe ore che passiamo assieme a occuparci degli animali hanno creato una stretta amicizia tra noi due. Una volta mi ha detto che riconosce dentro di me lo stesso orgoglio che un tempo albergava in lui prima che andasse in prigione e gli venisse drenato. Questo mi ha resa triste e contenta nello stesso momento. Triste per il fatto che Brody abbia sofferto, ma contenta che mi abbia comparato a lui perché, come qualunque suo parente e amico può testimoniare, non c’è nessuno che sia più rispettato di Brody Markham. Alzando lo sguardo verso Casey, dico: «Che ne diresti di darmi il contatto di questo tipo, così posso chiamarlo?» Tanto vale assicurarsi questo lavoro e sperare che mi dia una certa misura di pace sul fatto di avere un introito extra in arrivo. «Certo», mi risponde lei mentre prende il telefono dalla tasca e scorre la rubrica. Quando ha trovato quello che sta cercando, mi porge il telefono per farmelo vedere. Compongo il numero mentre passo lo sguardo avanti e indietro tra il suo schermo e il mio. Lui risponde al quarto squillo, proprio quando mi stavo aspettando la segreteria. «Che c’è?» è tutto quello che dice. L’accento inglese è chiaro in quelle poche parole. «Uh… Signor Cooke?» «Gavin», brontola nel telefono, e se non mi sbaglio sta un po’ biascicando. «Uh… già, sono Savannah Shepherd. La mia coinquilina, Casey Markham, ha detto che voleva che la chiamassi». C’è silenzio dall’altro capo della linea per un attimo, poi dice in tono irritato: «Chi ti ha detto di chiamarmi?» «Casey Markham… la sua agente immobiliare? Ha detto che forse voleva che pulissi casa sua?» Lo sento sibilare tra i denti, e sembra ancor più irritato. «Cazzo… già, l’avevo dimenticato. Senti, sono nel mezzo di una cosa e non posso parlare. Tu vieni qui domani alle dieci e possiamo discutere dei dettagli». «Dieci di mattina?» chiedo, giusto per chiarire, perché ho un’altra casa da pulire a partire dalle otto, e non so se riuscirei a fare in tempo. «Certo, dieci di mattina», dice lui, chiaramente esasperato dalla mia domanda. «Pulisci case alle dieci di sera?» «A volte», rispondo automaticamente, e capisco che non ha una risposta per questo. «Senta, Signor Cooke…» «Gavin», si intromette. «Gavin», ripeto, «ho un altro lavoro alle otto e non sono sicura di poter essere lì alle dieci. Potremmo magari…?» Mi interrompe. «Se vuoi il lavoro, presentati alle dieci. Se no, non presentarti alle dieci. La scelta è tua». Poi mi chiude il telefono in faccia e resto lì ad ascoltare il nulla. Poggiando il cellulare, do un’occhiata a Casey, che mi sta guardando intensamente. «È sul serio uno stronzo». «Te l’avevo detto», risponde lei, muovendo su e giù la testa. «Che ti ha detto?» «Mi ha detto di essere lì alle dieci se voglio il lavoro e poi mi ha chiuso il telefono in faccia», dico mentre inizio a sfogliare la mia rubrica. Recupero il numero di Grace Banner, la donna la cui casa pulisco ogni giovedì alle otto. «Suppongo che sia meglio vedere se posso andare a casa sua un po’ più presto domani». «Splendido», mormora Casey mentre mi guarda chiamare il numero di Grace, «stai scambiando un datore di lavoro coglione con un altro». Mentre il telefono squilla, la guardo inarcando un sopracciglio. «Non sto cambiando ancora. Sembra che dovrò avere due datori di lavoro coglioni per un po’ finché non riesco a sganciarne uno». Casey mi guarda e annuisce per la commiserazione.
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