Capitolo 1
Una giornata qualunque
POV Clara
La crepa sul soffitto era ancora lì. Una vecchia cicatrice a zigzag che avevo battezzato il mio fiume alla rovescia.
«Neanche tu hai chiuso occhio, eh?» ho mormorato.
Le cinque e quarantacinque. Ho spento la sveglia prima che cominciasse a strillare.
In piedi. Caffè nero. Doccia. L’acqua calda è durata tre minuti esatti, come tutte le mattine.
Nello specchio, il mio riflesso mi ha restituito occhiaie e capelli annodati.
«Ventiquattro anni,» ho detto allo specchio. «E ne dimostri trenta.»
La ragazza nello specchio non ha risposto.
Prima di uscire, ho sfiorato la foto sul comodino. Mamma, sorridente, coi capelli castani che le scendevano a cascata sulle spalle. La foto era di prima della malattia.
«Buongiorno, mamma. Io combatto. Anche tu, d’accordo?»
Ho infilato la cornice nella borsa e sono uscita.
L’autobus 27 era pieno fino all’orlo. Schiacciata contro il finestrino, guardavo la città scorrere sotto una pioggerella sottile. C’era una coppia che si baciava sotto una pensilina. Ho girato gli occhi dall’altra parte.
Non mi posso permettere di sognare. I sogni sono roba da chi ha una rete di sicurezza.
Le Petit Grain sapeva di caffè tostato e pane grigliato.
«Clara! Sei fradicia come un pulcino!»
Il signor Perrin mi ha lanciato il grembiule, col suo solito muso da scontroso.
«A me piace la pioggia, signor Perrin.»
«La pioggia non piace a nessuno. Dici fesserie.»
«È proprio affascinante, stamattina.»
«Io sono sempre affascinante. Dai, muoviti, madame Girard arriva tra dieci minuti. Caffellatte, una bustina e mezzo di zucchero.»
«Senza schiuma,» ho completato io.
«Ecco perché ti tengo qui.»
Madame Girard è arrivata alle otto in punto, con la sua borsa a tracolla.
«Un caffellatte, piccola Clara.»
«Una bustina e mezzo, senza schiuma.»
«Hai una faccia stanca, tu. Dormi abbastanza?»
«Dormire? E che roba è?»
Ha schioccato la lingua.
«I giovani. Sempre di corsa. Ti brucerai le ali.»
«Io non corro, madame Girard. Cerco di restare in piedi.»
Prima di andarsene, ha infilato una banconota nel barattolo delle mance.
Poi è arrivato il signor Leblanc, espresso ristretto. E dopo di lui la signora della tintoria, cioccolata viennese. Il valzer dei clienti fissi. Le loro ordinazioni le sapevo a memoria. Era il mio modo di dirgli: io vi vedo.
Alla pausa, mi sono seduta al tavolo in fondo con un tovagliolo di carta e una penna.
Ho disegnato un logo. Clara’s. La mia futura pasticceria. Lettere intrecciate, eleganti, la promessa di vetrine piene di macaron e crostate al limone.
«E questo cos’è?»
Il signor Perrin leggeva da dietro le mie spalle.
«Niente,» ho detto, coprendo il tovagliolo.
«Clara’s. È il tuo negozio?»
«Solo un sogno.»
Ha posato la tazza e mi ha guardato con un’espressione strana.
«I sogni, ragazza mia, sono quelli che ci tengono in piedi quando crolla tutto. Non devi nasconderli sotto un tovagliolo.»
«Perché tutti vedano che non ho i soldi per realizzarlo?»
«Tu non sei povera, Clara. Sei in pausa. Non è la stessa cosa.»
Ho sorriso, amaro.
«In pausa. Mi piace.»
«Dovresti essere a capo della tua pasticceria, non qui a servirmi i caffè. I giorni passano in fretta. Non aspettare troppo.»
È tornato dietro il bancone. Io ho piegato il tovagliolo e l’ho infilato in tasca.
È scesa la sera. Fuori il vento faceva sbattere le insegne. Stavo sciacquando le tazze quando il telefono ha vibrato.
Zia Patricia.
Il sangue mi si è gelato.
«Che c’è?» ha chiesto il signor Perrin.
«Mia zia. Mi sta chiamando.»
«E allora?»
«Non mi chiama mai. Solo quando è grave.»
Ho risposto.
«Pronto, zia Patricia?»
«Clara.»
La voce era tesa, irriconoscibile.
«Che succede?»
«Dobbiamo parlare. È urgente.»
«Urgente come? È mamma?»
«Tua madre sta… come può stare. Ma non è per questo. Vieni da me stasera. Subito.»
«Zia Patricia, mi sta facendo paura…»
«Vieni. Ti spiego. Riguarda il tuo futuro. E quello di tua madre. Non perdere tempo.»
Ha riattaccato.
Sono rimasta lì, col telefono in mano, il cuore a mille.
«Clara?» ha detto il signor Perrin. «Che ti ha detto?»
«Niente. Cioè, non ha detto niente. Però… devo andare. Mi dispiace…»
«Smettila di scusarti. Vai. Chiudo io.»
Mi ha allungato un biglietto da venti euro piegato in quattro.
«Prendi un taxi.»
«Non posso…»
«Me lo ridai un’altra volta. Filo via.»
Ho preso il biglietto bofonchiando un grazie strozzato. Poi mi sono messa a correre sotto la pioggia, col tovagliolo del logo Clara’s ancora appallottolato in mano.
Il taxi mi ha lasciata davanti a un palazzo signorile, facciate pulite. Patricia viveva in un altro mondo.
Mi aspettava sulla porta, pallida, senza trucco. Patricia non usciva mai senza trucco.
«Clara,» ha detto baciandomi in fretta. «Entra. Siediti.»
Mi sono seduta sul divano, le mani strette sulle ginocchia.
«Zia Patricia, che sta succedendo? È mamma?»
«No. Tua madre sta… come può stare. Ma tuo nonno ha preso una decisione.»
Mio nonno paterno. Henri Saint-James. Non lo vedevo dal funerale di mio padre.
«Che tipo di decisione?»
Ha chiuso gli occhi un secondo.
«Ti ricordi del patto tra i Saint-James e i Blackwood?»
«Blackwood? No…»
«Il nonno Blackwood e Henri erano amici. Molto legati. Hanno stretto un patto anni fa. E oggi… Henri esige che venga rispettato.»
«Cioè?»
Mi ha guardato con gli occhi pieni d’angoscia.
«Ha organizzato il tuo matrimonio, Clara. Con Nathan Blackwood. Tra un mese.»
Il silenzio che è seguito era assordante.
«Il mio cosa?»
«Il tuo matrimonio combinato.»
Mi è scappata una risata. Una risata isterica, assurda.
«È uno scherzo? Ma in che anno viviamo?»
«Non è uno scherzo,» ha mormorato. «E non hai scelta.»
«Come sarebbe a dire, non ho scelta?»
«Henri ha bloccato tutto. Se rifiuti, i fondi per le cure di tua madre vengono tagliati. La casa pignorata. Tua madre…»
«Mia madre cosa?»
«Finisce in mezzo a una strada. Senza cure. Senza niente.»
Mi sono alzata di scatto.
«È un ricatto!»
Patricia ha abbassato gli occhi. Non ha negato.
Ho fatto un passo indietro, le gambe mi tremavano.
«Non posso… Non lo conosco nemmeno, questo Nathan…»
«Almeno incontrarlo,» ha supplicato. «Una volta. Magari non è un mostro.»
«Magari,» ho ripetuto in un soffio.
Il tovagliolo col logo Clara’s era ancora stretto nella mia mano, stropicciato, bollente.
«E va bene,» ho ceduto, svuotata. «Lo incontrerò. Una volta. Solo una volta.»
Patricia ha annuito, sollevata. Ma nei suoi occhi è passata una scintilla di colpa.
Avrei dovuto insospettirmi. Avrei dovuto fare più domande.
Ma ancora non sapevo che quell’unico incontro mi avrebbe cambiato la vita per sempre.
E non sapevo che Nathan Blackwood non era affatto l’uomo che diceva di essere.