II

551 Parole
II Non erano nemmeno trascorse ventiquattro ore dall’incontro tra il critico e il commissario quando il telefono di quest’ultimo suonò interrompendo il lavoro di analisi del fascicolo Morselli che il poliziotto stava svolgendo rintanato nel proprio ufficio, al secondo piano di via Grattoni, ormai da diverse ore. Le battute a carico della polizia, associate al nome di quella strada, negli anni si erano sprecate ma in quel momento c’era davvero poco da grattarsi con tutta quella pressione addosso. Il numero in entrata non era presente nella rubrica di quel telefonino, circostanza che indirizzò immediatamente, in maniera istintiva, il poliziotto verso una possibile ipotesi, poi avvalorata dai fatti. “Pronto?”. “Il commissario Crema?”. “Sì, signor Bernardini”. “Ah, mi ha riconosciuto?”. “Diciamo che l’istinto mi ha suggerito che fosse lei”. “Complimenti per l’intuizione. L’ho disturbata?”. “No, stavo solo lasciando che il mio cervello si fondesse scandagliando il fascicolo di Giovanna Morselli”. “È proprio per quello che l’ho chiamata”. “Ottimo”. “Non si aspetti però chissà quale clamorosa rivelazione”. “Ah...”, l’entusiasmo appena sbocciato stava già sfiorendo. “Ho invece una domanda da farle”. “Mi dica, l’ascolto”. “Volevo chiederle se avevate trovato la custodia del DVD presente nel lettore e se si trattava di una copia o di un DVD originale”. “Mi faccia pensare... Sì, sono sicuro che il DVD fosse originale perché ricordo di averlo visto personalmente. Si trattava di un dischetto con la foto di James Stewart e la scritta in rosso del titolo del film”. “E la custodia?”. “Non so, non ricordo. Dovrei controllare”. “Naturalmente è una risposta che può darmi nel corso della giornata. Non c’è fretta”. “Può anticiparmi qualcosa sulla motivazione che l’ha spinta a pormi questa domanda?”. “Certo, ma non per telefono e non prima che abbiate compiuto le verifiche del caso, sempre che ci riusciate”. “Guardi che il caso è mio e lo gestisco io, ‘superespertone’ di cinema dal merdoso carattere”, avrebbe voluto rispondere il commissario visto il tono impregnato d’arroganza che aveva caratterizzato le parole di quel simpaticone. Ripiegò invece su un più diplomatico: “allora mi lasci un paio d’ore e potrò fornire la risposta al suo chissà quanto incredibile dubbio”, caratterizzato comunque da una certa dose di ironia. “Va bene ma facciamo così: se trovate quella custodia non si faccia nemmeno sentire, se invece non la trovate l’aspetto qui oggi pomeriggio, non prima delle diciassette naturalmente”. “Ok, anche se devo prima verificare quali siano i miei impegni del pomeriggio”, il commissario pronunciò quella frase tanto per tirarsela un po’ perché sapeva benissimo che la sua agenda non prevedeva alcun appuntamento per le ore a seguire. “Li sposti, eventualmente. A dopo, commissario”. “A dopo, signor…”. Il critico mise giù senza nemmeno dare al commissario il tempo di replicare e il poliziotto si ritrovò in una condizione psicologica nella quale non sapeva cosa augurarsi: l’idea che Mario potesse fornirgli qualche elemento utile all’indagine non poteva dispiacergli ma, al tempo stesso, la possibilità che quel sapientone si ergesse a solutore del suo caso gli procurava un incontrollato senso di irritazione. Quell’uomo, nonostante la giovane età, era uno dei maggiori esponenti della Squadra mobile di Torino. Aveva bruciato le tappe entrando in quella sezione della polizia poco dopo essere uscito dalla scuola di polizia giudiziaria. La sua gavetta era stata breve rispetto al solito, ma le sue spiccate doti investigative avevano convinto i suoi superiori ad aggregarlo per un periodo di prova a quella squadra, un test che aveva brillantemente superato e che aveva comportato la sua ferma, quasi obbligata, in quello che era considerato il più importante servizio della Polizia di Stato. Perciò doveva buttare giù il boccone amaro di quella forzata collaborazione e guardare avanti, con un unico obiettivo in testa: la soluzione di quel caso di omicidio.
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