III
Alle diciassette spaccate di quello stesso giorno un commissario dall’animo inquieto tornò sul pianerottolo da cui era fuggito il giorno prima.
Alle diciassette e qualche secondo di quello stesso giorno il critico cinematografico fece accomodare nuovamente il poliziotto all’interno del suo guscio, dopo avergli regalato un sorriso un po’ beffardo, della serie ‘allora non mi sono sbagliato’.
Il look del poliziotto era lo stesso del giorno precedente: scarpe da tennis similNike, giubbotto blu di seta lavata e un paio di jeans decisamente vissuti. Il critico si domandò se quell’aspetto un po’ trasandato fosse dovuto ad una scelta ‘professionale’, da poliziotto in borghese, o se il buon gusto non fosse tra le qualità di quell’uomo.
“Mi segua, tanto conosce la strada. Posso offrirle un tè?”.
“Lo beve tutti i giorni a quest’ora?”.
“Ha già capito di trovarsi di fronte a un tipo piuttosto abitudinario. Dicono che a una certa età lo si diventi ma io, in fondo, lo sono sempre stato. Sono solo peggiorato”.
“Non dica così, metterei la firma per portare i settanta come lei”.
“Io la metterei per portare i suoi quaranta”.
Il commissario Crema non riuscì a non sorridere per quella battuta che era andata a segno.
“Lei ha figli piccoli, o mi sbaglio?”.
La domanda del critico, inviatagli appena varcarono la soglia dello studio, giunse inattesa alle orecchie del poliziotto.
“Sì, una di sei anni e uno di due. Si vede?”.
“Ha la faccia di uno che non dorme una notte intera da una vita”.
“Lei è molto attento, signor Bernardini”.
“Per giudicare bisogna prima osservare e poi il giudizio è il mio mestiere. Ma andiamo al sodo: se lei è qui devo dedurre che la custodia non c’era”.
“No, evidentemente”.
“E magari, a casa di quella donna, regnava un certo ordine, vista la sua professione, nella catalogazione del materiale filmico”.
“Esatto, non c’erano CD-ROM senza custodia tranne…”.
“Vuole lo zucchero nel tè?”.
Il commissario Crema avrebbe rifilato ben volentieri un gancio destro sulla mascella del critico proprio perché quella domanda sul tè, incastrata a quel punto della conversazione, era assolutamente fuori luogo.
“Sì, grazie”.
“Peccato perché il vero tè andrebbe assaporato amaro”.
“E allora perché me l’ha domandato?”.
“Per educazione, naturalmente”.
“Un cucchiaino e mezzo andrà benissimo, grazie”.
Il critico eseguì con irritante lentezza quell’operazione. Forse perché voleva tenere un po’ sulle spine il suo interlocutore, d’altronde il maestro Hitchcock gli aveva insegnato che arrivare alla meta senza tortuosi passaggi narrativi è piuttosto noioso.
“Ecco qua. Quindi siamo abbastanza certi del fatto che quel DVD sia stato portato in quella casa dall’assassino. Immagino sia giunto anche lei a questa conclusione”.
“Sì, un’idea del genere ovviamente me l’ero fatta. Ma a lei come è venuto in mente?”.
“Dal bigliettino che avete trovato, quello con le due lettere”.
“G e B?”.
“Sì, secondo me fanno riferimento alle iniziali del protagonista del film, George Bailey. Naturalmente poi c’era la circostanza della custodia del DVD che avete brillantemente verificato”.
Quel ‘brillantemente’ aveva una screziatura ironica a cui il commissario fu tentato di replicare seccamente.
“Quindi?”, riuscì solamente a dire.
“Quindi il vostro uomo si è firmato con quel film. Una rivendicazione cinematografica piuttosto suggestiva”.
“Perché?”.
“Dovrebbe dirmelo lei”.
“È possibile che lo abbia fatto perché in quella pellicola c’è qualcosa di attinente con la sua storia personale?”.
“Concordo”.
“Anche se l’accostamento tra un omicidio e un titolo come La vita è meravigliosa mette i brividi”.
“In effetti. Tra l’altro si tratta del film per eccellenza sui buoni sentimenti. È una commedia di ambientazione natalizia in cui trionfano i valori della famiglia, dell’amicizia e dell’amore”.
“Interessante”.
Il commissario iniziò a pizzicarsi i peli della barbetta incolta e assunse un’espressione ancor più pensierosa.
“Certo vengono messi in scena anche cattivi sentimenti, che riguardano soprattutto l’avidità di un capitalismo che non guarda in faccia nessuno. Da quel punto di vista gli sceneggiatori non si erano di certo sbagliati”.
“Ma il film di cosa parla? L’ho visto tempo fa e non ricordo”.
Il critico non accolse benevolmente quella domanda perché era da sempre infastidito da quella formula lessicale. Il fatto che i film ‘parlassero’ non gli piaceva proprio.
“Di cosa tratta?”.
“Sì, ha capito benissimo cosa intendessi dire”.
“Ha qualche minuto di tempo?”, gli domandò indicando un orologio a pendolo appeso a una delle pareti dello studio.
“Sì, certo”.
Mario Bernardini risistemò le tazze sul vassoio e asciugò alcune ribelli gocce di tè presenti sulla scrivania con il foglio di una recensione che stava imbastendo.
Poi, dopo aver tossito un paio di volte, iniziò a parlare.