VII

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VII Erano passate poche ore da quella “scarpinata” mattutina quando a Mario Bernardini, dopo aver deciso che il disaster movie oggetto di recensione non meritava più di un pallino (ed era anche troppo), venne in mente un aspetto della vicenda inedito, da approfondire insieme al fidato commissario Crema. Il critico si sedette sulla poltrona più comoda, digitò sulla tastiera del suo cellulare antidiluviano il numero del poliziotto e attese. “Buonasera, signor Bernardini”. “Buonasera a lei, commissario”. “Ci sono novità?”, tono speranzoso di chi non ha certezze, ma le cerca disperatamente. “Mi è venuta in mente una cosa, magari è una sciocchezza”. “Mi dica?”. “Vengo subito al punto, dunque”. “Perfetto”. “Grazie”. “Quindi?”, il punto in questione viaggiava già in ritardo. “Mi è d’obbligo, però, fare una premessa”. “L’ascolto”. “Personalmente credo che Giulio Bardi sia innocente…”. “Però?”, il poliziotto valutò l’ipotesi di fare fuori il critico, d’altronde di uno che al massimo ti dà tre pallini se fai un capolavoro, il mondo del cinema poteva fare tranquillamente a meno. “C’è una pista, comunque anche solo per coerenza, da seguire. E se quelle due iniziali non fossero state ‘scritte’ dall’assassino, ma dalla vittima?”. “In che senso?”. “Mettiamo il caso che la Morselli abbia fatto accomodare nel proprio appartamento Giulio Bardi e che avesse già una sorta di timore per quello che sarebbe potuto accadere. Sapeva che quell’uomo era infuriato per quella parte che non gli era stata assegnata. Magari, per una ragione che c’è ancora oscura, la stessa segretaria di produzione era implicata in quella delusione più di quanto possiamo immaginare”. “Quindi?”. “Ipotizziamo che la Morselli stesse lavorando al computer quando è arrivato il Bardi e che per tutelarsi da ogni possibile pericolo abbia stampato al volo quel foglio con le iniziali di quello che temeva potesse essere il suo carnefice. Forse l’ha fatto mentre lui stava salendo. Mettiamo che volesse lasciare una traccia...”. “Non so...”, il poliziotto non riuscì a nascondere tutta la propria perplessità. “Cosa avrebbe dovuto fare altrimenti? Chiamare la polizia senza aver ricevuto nemmeno lo straccio di una minaccia? La sua può essere stata una forma di cautela. Ovviamente non poteva scrivere per esteso il nome del sospettato, sarebbe stato troppo rischioso se lui se ne fosse accorto. Cosa ne pensa commissario?”. “Potrebbe essere un’ipotesi. Se la Morselli avesse salvato sul suo PC quel file di word utilizzato per scrivere le due iniziali allora la sua diventerebbe una ricostruzione maggiormente convincente”. “Il mio è solo un dubbio. Volevo renderla partecipe”. “La ringrazio e ne parlerò di certo con il magistrato”, fu quella la risposta ufficiale del commissario che iniziò a percepire come un po’ invadente l’ombra di quell’uomo sulla propria indagine. “Io, comunque, resto dell’idea che il Bardi sia innocente. Anche se, vista la mia passione per i film di Hitchcock, sa benissimo che potrei non essere obiettivo”. “Si riferisce al fatto che molti dei protagonisti dei film del grande maestro sono uomini accusati di un delitto che non hanno commesso?”. “Esattamente, complimenti”, rispose Bernardini non riuscendo a nascondere l’apprezzamento per la congruità di quella risposta, “è un tema ricorrente nelle sue trame. Lo faceva per procurare un alto grado di immedesimazione del pubblico con una vittima accusata ingiustamente. Sin da The Lodger, uno dei suoi primi film, ha utilizzato questo schema narrativo”. “Non ci resta che scoprirlo”. “Non penso che per i vostri tecnici sia un’impresa improba”. “No, naturalmente”, aggiunse il commissario apprezzando che il, seppur schietto, critico non gli avesse fatto ancora notare che avrebbero dovuto pensarci prima, senza il suo aiuto. “Anche solo risalendo al tipo di stampante potrebbero…”. “Grazie signor Bernardini, ma spero ci arrivino da soli!”. “Mi scusi ma il gioco comincia a farsi divertente”. “C’è poco da giocare, se non troviamo il colpevole in fretta saremo alla mercé dei media, hanno denti aguzzi alcuni squali che conosco molto bene”. “Ma su, non faccia così. In Italia ci sono delitti irrisolti dalla notte dei tempi”. “Bella consolazione. Mi lasci andare a lavorare adesso. Le faccio sapere le ultime news prossimamente”. “Va bene, io vado a completare alcune schede per il mio Bernardini 2013”. “Mi tolga una curiosità, già che ci siamo: le rivede tutte ogni anno?”. Il critico scosse il capo per l’ingenuità di quella domanda. “Dovrei avere due vite. Mi capita di riscrivere una piccola percentuale delle schede presenti dopo aver rivisto i film in televisione o in DVD. Con il trascorrere del tempo io, come persona, sono cambiato ed è cambiato ovviamente anche il mio modo di vedere le cose, non so se mi spiego”. “Ho capito. Buon lavoro, allora”. “Grazie, a presto commissario”. “A presto, Mario”. Per la prima volta aveva chiamato per nome il Bernardini, un atto di lesa maestà a cui il critico non fece nemmeno caso. Forse la condivisione di quella vicenda aveva iniziato ad avvicinare la distanza tra due persone sino ad allora unite soltanto dalla comune passione per la magia prodotta dal grande schermo.
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