VIII
Era quasi sera, ma Sergio Crema si trovava, l’ultimo tra i colleghi di quella squadra, ancora asserragliato all’interno dell’ufficio della mobile, concentrato su quei tabulati telefonici da cui sperava di ricavare qualche informazione utile sulla possibile presenza di un potenziale sospettato nei pressi di casa Morselli in prossimità dell’ora in cui era avvenuto il delitto.
Aveva avvertito sua moglie del ritardo con uno striminzito sms che lei aveva accolto avvampando in volto mentre provava a impedire che il figlio più piccolo si arrampicasse sul tavolo sfruttando un secondo di distrazione da parte della madre.
Il poliziotto stava per abbandonare quell’impresa quando entrò nel suo ufficio la dottoressa Bonamico, il PM titolare di quella scottante indagine.
Bruna, non troppo alta e con una carnagione olivastra quella donna era dotata di un notevole fascino.
Lo stesso commissario non era esente da quella “maledizione” e in più occasioni aveva apprezzato la concentrazione di tanto ben di Dio in quel metro e sessanta scarsi di altezza.
“Ancora qui, Crema?”.
“È dura la vita del poliziotto, dottoressa Bonamico”.
“Sua moglie l’avrà data per disperso”.
“No, ho avvisato. Non si preoccupi. D’altronde è abituata”.
“Devo sentirmi in colpa?”, il tono di quella donna era leggermente più informale del solito.
“Se non l’ha fatto per il caso Nicotra…”.
“Sempre quella storia?”.
“Le assicuro che non è piacevole stare per un paio di giorni nascosto in un furgone, senza potersi muovere, pisciando in una bottiglia e mangiando panini secchi, in attesa che uno stronzo esca dalla sua tana”.
Il poliziotto faceva riferimento a un lunghissimo appostamento per stanare un latitante della ’ndrangheta.
“Ma poi l’avete preso”.
“Almeno quello, ma immagino che non sia un argomento così interessante in questo momento, vero?”.
“No, volevo sapere le ultime novità sull’omicidio Morselli, al di là di quelle che saranno le comunicazioni ufficiali”.
“Si accomodi allora”.
Il poliziotto recuperò una sedia da un’altra scrivania e la posizionò proprio di fronte a sé.
“Grazie, molto gentile”.
La donna si mise comoda accavallando un paio di atletiche gambe solo in parte occultate da una gonna di quelle vedi non vedi, le preferite dagli uomini.
Il poliziotto cercò un pensiero di riserva per concentrarsi solo su ciò che stava per dire. Iniziò, quindi, a raccontare al magistrato gli ultimi sviluppi di quella vicenda e riferì il sospetto, relativo al biglietto con le iniziali, avanzato qualche ora prima da Mario Bernardini.
“Acuto il nostro amico”, fu l’osservazione della Bonamico.
“Anche un po’ invadente direi…”.
“Spero sia anche riservato. L’idea che la Procura della Repubblica si affidi a un critico cinematografico come consulente potrebbe farci diventare lo zimbello d’Italia”.
“Non si preoccupi, siamo di fronte a una persona seria e poi io non ci vedo niente di male. Conosce l’ambiente del cinema come pochi ed è molto probabile che proprio da quell’ambiente provenga il nostro uomo”.
“Quello sì, naturalmente, mi fido di lei commissario Crema”.
Quella dichiarazione provocò un abbozzo di erezione tra le gambe del poliziotto. Era evidente che nella sua mente si stessero mescolando pensieri di diversa natura ormai fuori controllo. Cercò di tirarsi fuori da quell’impaccio ripassando la palla alla dottoressa Bonamico con una domanda pressante.
“Ha intenzione di andare avanti con Giulio Bardi?”.
“Direi di sì, sinora è l’unico sospettato con un movente piuttosto chiaro. Dobbiamo però metterlo in relazione con l’omicidio della segretaria. Avesse fatto fuori Facelli le cose sarebbero state più semplici. Per adesso lo ascolterò come persona informata sui fatti. Magari si tradirà da solo. Voi comunque continuate a stargli dietro”.
“Non mancheremo”.
Quando il magistrato si alzò dalla sedia il poliziotto provò una fugace sensazione di delusione.
“Adesso è meglio che ce ne torniamo a casa”, suggerì la donna.
Sergio Crema ebbe la tentazione di proporre al PM di seguirlo in uno dei bar di corso Vinzaglio per un romantico aperitivo, ma non trovò il coraggio per farlo.
“Concordo. Buona serata”.
“Buona serata a lei”.
Giulia Bonamico era quasi fuori dall’ufficio quando la voce del poliziotto ne stoppò i passi.
“Mi scusi, dottoressa”.
“Dica?”.
“Lei ha figli?”, da tempo avrebbe voluto porle quella domanda.
“No, no, non sarei proprio portata”.
Sigillò quell’affermazione con un’espressione del viso che contraddiceva quelle parole. Il commissario vi colse infatti una venatura di rimpianto mal celato.
“Mi scusi l’invadenza, ero solo curioso”.
“Di nulla… Commissario, arrivederci”.
“Arrivederci, dottoressa”.
Il passaggio, nello spazio di qualche frase, da Sergio a commissario, gli fece capire che, con ogni probabilità, aveva posto la domanda sbagliata.