Chapter 3

2207 Parole
In effetti entrare in casa è una mazzata: non soltanto nessuno mi viene incontro, ma gli occhi mi cascano subito sul suo topo di pezza e poi su una matassa informe di elastici per capelli, aggrovigliati con uno spago, che fa capolino da sotto una sedia della cucina; per ultime noto le ciotole lucenti. Mi metto una mano sulla bocca, come se stessi per vomitare e volessi trattenermi fino al gabinetto, ma è solo un latrato soffocato quello che mi passa tra le dita. Non posso piangere come se fossi nel deserto, urlando al vento la mia disperazione, perché ai signori La Grotteria del piano di sotto verrebbe un accidente. Meno attiro l’attenzione, meglio è; non saprei come spiegare il mio comportamento, consapevole del fatto che alla maggior parte delle persone apparirebbe insensato. Quindi cerco di piangere in silenzio e stranamente ci riesco. Lacrime e lacrime e ancora lacrime si rinnovano sulla mia faccia, un rigenerarsi d’acqua marina che mi lava le guance, il collo, mi entra in bocca, mi riempie il naso che devo soffiarmi in continuazione. Spero solo che il commissario non prenda la bella iniziativa di chiamarmi in questo momento, a conclusione del corso quotidiano, per fare due chiacchiere rilassanti. Anzi mi auguro proprio che a nessuno venga l’idea di telefonarmi... Mah, pensandoci bene è sabato sera, la gente ha prenotato il ristorante, poi sceglie il cinema, oppure cura gli ultimi dettagli per rendere perfetta la tavola, aspettando gli amici per cena. Solo io sono sola, soltanto di me nessuno si ricorda, tutti hanno qualcosa di meglio da fare, Baciccia era l’unica autentica consolazione nella mia vita e adesso Baciccia è morto, anzi, no, me lo hanno ammazzato! E riparto con un nuovo diluvio. Mi lascio cadere sul divano del salotto, in penombra, perché l’unica luce accesa è quella dell’ingresso. E non so per quanto tempo continuo a piangere, i minuti trascorrono ma non me ne accorgo e forse perdo anche la nozione di me stessa. Piango, piango e basta: io non sono più Ardelia Spinola, una donna con un lavoro, un posto nel mondo, una capacità di relazione, un’identità insomma: no, io sono un ingorgo di pianto, un contenitore vuoto, due braccia che si chiudono su un’assenza. E giù lacrime. A un certo punto mi viene da guardare l’orologio al polso: le otto e mezza. Era l’ora del penultimo spuntino, una manciata di crocchette giusto prima del telegiornale, allo scopo di mangiare in pace, senza Baciccia seduto sulla seggiola di fianco alla mia che aspirava tutti gli odori che arrivavano dal tavolo. Già solo parlare all’imperfetto mi fa stare male. Mi viene su un sospirone di quelli che facevo da piccola, dopo aver pianto inascoltata per tre ore, quando subentrava la consapevole rassegnazione che nessuno sarebbe venuto a controllare nella mia cameretta in fondo al corridoio se fossi ancora viva. Sospiro di nuovo e trovo la forza per tirarmi su dal divano. Vado in bagno, faccio pipì, ma è poca perché le riserve idriche se ne sono andate per un’altra strada, mi metto le pantofole ed entro in cucina. Anche lì, mazzata, c’è il suo castello, una costruzione di corda e peluche per gatti viziati, dalla quale pende un topino finto legato a un elastico che non dondolerà mai più. Apro il frigo, ma ovviamente non ho fame. Con tenerezza noto che Rashid non soltanto ha fatto il caffè, ma ha messo quello avanzato nel bricco smaltato e ha lavato la caffettiera. Mi accorgo di avere sete, ma non di acqua naturalmente: io non ho mai sete di acqua, ne bevo un buon litro e mezzo perché bisogna, ma senza trarne godimento, e in questa congiuntura sciagurata un bicchiere d’acqua non mi sarebbe di nessuna consolazione. Vado in dispensa. Casa mia è molto antica e i muri trasudano un gelo secolare; la dispensa, dove ristagna il freddo anche ad agosto, svolge benissimo la funzione di piccola cantina, luogo di transito tra la cantina vera e propria e la tavola. Però non posso proprio bere senza toccare cibo, perché altrimenti mi rovescio lo stomaco. Prendo una baguette, la riscaldo un po’ nel microonde e tiro fuori dal frigo un salame di Varzi appena cominciato. Eccezionalmente ne avevo regalato una fettina anche a lui. Questo sarà il banchetto funebre: pane, salame e dolcetto! Lo verso in un pallone e lo riempio fino alla metà, poi lentamente mi accendo una sigaretta, la prima della giornata, sono le nove, non si può dire che sia una fumatrice accanita. Con queste ultime piogge la casa si è raffreddata parecchio, ma il vino mi conforta, sento il suo calore che scende e che apre le strettoie dell’anima. Dopo il primo bicchiere e una mezza dozzina di fette di pane e salame, mi sembra di tollerare meglio il dolore. L’atto di deglutire mi ricorda che Baciccia è morto avvelenato e questo pensiero per un attimo mi strizza lo stomaco; bevo un sorso e passa. Non accendo la televisione, non metto musica, i telefoni tacciono, strano che Bartolomeo non chiami. Magari è con qualche bella poliziotta... Ma chi se ne frega, che vada a fanculo lui e la poliziotta! Io ho altro a cui pensare, ben più grave della sua instabilità affettiva. Non lo avrà fatto apposta, ma certo che il suo è davvero un istinto raro: sembra quasi che scelga con attenzione i momenti migliori per non esserci! Sono le dieci e sento che ci risiamo, come una bordata di nausea incontenibile arriva un altro attacco di pianto, preceduto da qualcosa di molto simile al panico: non vorrei stare così male, vorrei poter scappare, ma non ci sono possibilità di fuga e non ho nessuna alternativa al dolore. Lo so perché mi è successo: con la coda dell’occhio ho visto nell’angolo tra il frigo e la finestra il suo minibisonte dell’Ikea, tutto strappato, del quale da tempo s’era stufato, senza però averlo abbandonato del tutto. Più di una volta era tornato utile, soprattutto durante interminabili giorni di pioggia: allora lo afferrava con le zampe davanti, lo teneva fermo come una preda e lo mitragliava di colpi con le zampe posteriori unite, allo scopo di sventrarlo, come fanno i leoni e le tigri. Dopo innumerevoli trattamenti di questo tipo il minibisonte era stremato, praticamente sgonfio, ma quando mi ripromettevo di buttarlo Baciccia che capiva tutto, ricominciava a giocarci e io rimandavo. Riprendo a piangere e devo di nuovo mettermi una mano sulla bocca per non prorompere in alti gemiti. A questo punto suona il telefono. Penso a Bartolomeo e mi irrito subito: non poteva chiamarmi mezz’ora fa, porca paletta, che stavo un po’ meglio e non sarei esplosa in un lamento incomprensibile, come invece rischio di fare adesso? “Mia piccola Ardelia? Tutto bene?”. Non è il commissario, è il mio quasi zio ebreo, lo psichiatra misterioso che ha schivato la galera soltanto per raggiunti limiti di età. “Oh Gabriel, Gabriel...”, e giù a ragliare, senza riuscire ad articolare una parola. Mi rendo subito conto che in questo modo rischio di far venire un infarto al mio povero vecchietto e così cerco di rimediare. “Scusa, scusa Gabriel, scusami se piango come una scema, ma è che, è che...” e non riesco a dire cos’è ‘che’, in modo da tranquillizzarlo. “È che cosa, bambina mia? È successa una disgrazia? Ma tu stai bene? Ti prego, dimmi cosa c’è che non va! Hai scoperto di avere una malattia? Perché sei così disperata?”, e sento nella sua voce l’angoscia che cresce. Devo calmarlo al più presto, non è mica un ragazzino, alla sua età con la pressione non si scherza! Devo anche trovare un modo garbato per dargli quella che è comunque una brutta notizia. “Mi hanno ammazzato Bacicciaaaa!”, e concludo con un lamento da prefica. Ecco, gliel’ho detto davvero con molto tatto. Dall’altra parte del telefono, una persona normale avrebbe espresso parole di cordoglio, di affettuosa solidarietà, avrebbe tentato in qualche modo di consolare, si sarebbe rivolto al cuore affranto e non alla mente, di certo un po’ intorpidita dal dispiacere. Ma il dottor Steiner non è una persona normale. Quando si spegne la lunga ‘...aaaa!’ finale di Baciccia, lui tace. Poi comincia con le domande. “Sei sicura che non si sia trattato di una morte accidentale?”. “Ho fatto i prelievi necessari, ci vorrà un po’ per avere le risposte, comunque sono sicura: non è mai una morte accidentale quando un gatto mangia un’esca avvelenata, perché vuol dire che qualcuno l’ha messa apposta”. Soffiata di naso. “Avresti dovuto vedere le condizioni degli organi interni! È solo questione di aspettare i referti del laboratorio: so di non sbagliarmi!”. “Laboratorio veterinario?”. “No, il mio, ma quello di Genova, a cui mi rivolgo per i casi complicati”. Ecco, è accaduto il miracolo! Domande pratiche, risposte pratiche, atteggiamento reattivo, da medico legale e non da vecchietta gattara. “Avvelenamento...”, dice quasi tra sé. “Ne sono sicura. Bisogna sapere prima di tutto la categoria di tossico, poi da lì arrivi a conoscere il principio attivo. Nella nostra zona non è difficile ottenere veleni micidiali in qualunque rivendita di prodotti per l’agricoltura, basta avere un patentino che quasi tutti i contadini posseggono”. “Questo ti orienta verso un contadino?”. “Potrebbe esserlo come no, magari si tratta di un parente, di un amico che ha facile accesso al magazzino”. “E potrebbe abitare nel centro storico?”. “Non lo possiamo escludere”. “Io credevo che i contadini abitassero tutti presso i loro terreni; la piana di Albenga è disseminata di case vecchie e nuove, circondate da serre e coltivazioni”. “Questo è vero nella maggior parte dei casi, ma non è una regola rigida, ci sono eccezioni”. “Bene, è un argomento molto ampio, e complesso. Sarà opportuno parlarne di persona”. “Ma io non me la sento adesso di venire da te!”. “Infatti, non te lo avrei chiesto”. “E tu non devi venire da me, lo sai benissimo, non a quest’ora!”. “Certo cara, stai tranquilla: ‘sarà opportuno’ non voleva dire adesso. Andrà benissimo domani, che è domenica”. Mmmm, strano questo eccesso di buon senso, questa chiusura rapida di un discorso che sembrava dovesse andare avanti ancora... Mi resta il sospetto che possa piombarmi in casa adesso. Naa, non è mica matto! Per quanto siano scarse le possibilità che gli sbirri si presentino a casa sua a mezzanotte per verificare il rispetto degli arresti domiciliari, lui comunque non può avere la certezza che non succeda! “Buonanotte piccola mia”. “Buonanotte”, rispondo a un telefono ormai muto. Strambo personaggio. Quanto può impiegarci ad arrivare qui? Dieci minuti, ma pensando in grande. Cosa faccio, gli vado incontro? Che poi magari è un’idea mia, magari vuole davvero parlarne domani, con calma e certamente non per telefono. Sono indecisa sul da farsi. Entro in cucina e metto sul fuoco il pentolino della tisana. Io non è che ci muoia dietro alle tisane, nemmeno quelle con nomi suggestivi, tipo: vaniglia e lampone, frutti di bosco e ginseng, rosa canina e violetta; è solo che il beverone serale va a colmare ciò che manca al litro e mezzo di acqua quotidiana, il ‘lavaggio dei tubi’, come lo chiamo io. Il dottor Gabriel Steiner con le sue domande spoglie di qualsiasi emotività è come se avesse chiuso un rubinetto. Non mi viene più da piangere. Questo non significa che stia meno male, sto esattamente come prima, solo che ora penso in modo organizzato. Credo che ricorrerò nuovamente a Pasqualino, il mio agente nei carruggi. Solo lui, attraverso le sue fonti che si chiamano: zia Ninì, il cugino Beppe, la cognata di sua cugina Nunzia, la sorella di Ciccillo, può fornirmi una specie di mappa dettagliata di Albenga vecchia, perché sento che è da qui che devo partire. Il mio obbiettivo appartiene a una categoria precisa d’individui: i sadici. Questi soggetti ignorano le leggi o fingono d’ignorarle, e si sentono in diritto di eliminare piccoli animali fingendo di agire in nome di qualche fasullo criterio sanitario o economico, valido solo nella loro fantasia. Una specie di motivazione di superficie li spinge a ‘disinfestare’ soprattutto le aree che circondano la loro casa o più ampiamente il loro territorio, perché se lo facessero altrove non otterrebbero alcun vantaggio dalla bonifica. La verità più profonda è che si tratta di individui disturbati che traggono piacere dall’infliggere sofferenza; per alcuni gli animali rappresentano soltanto l’inizio di una ‘carriera’ e quasi per tutti è gratificante verificare l’esito delle loro azioni. Quindi meglio agire in prossimità dei percorsi abituali perché il raggiungimento del piacere è più agevole. Certo esistono sadici che non assistono, che godono comunque immaginando da distante il dolore inferto alle vittime, ma sono rari; la maggior parte di loro non resiste al piacere della verifica. Per questi motivi ‘sento’ che il responsabile abita o frequenta assiduamente il centro storico e che l’aiuto di Pasqualino è ideale. Naturalmente non devo considerare soltanto gli abitanti delle vie limitrofe a casa mia, perché non conosco ancora il tipo di veleno usato e nemmeno la quantità, pertanto ignoro l’autonomia di movimento che ha avuto Baciccia dal momento dell’ingestione a quello del decesso. Solo quando saprò il nome del prodotto e la sua letal dose, potrò stabilire con discreta approssimazione questo intervallo di tempo: con la punta di un compasso sul luogo del rinvenimento della salma, disegnerò un cerchio che avrà per raggio la lunghezza presunta del percorso compiuto dopo il pasto incriminato e prima di cadere definitivamente. L’eventualità di uno spostamento per mano umana e la considerazione che di certo, anche sulle sue zampe, il micio non ha proceduto in modo rettilineo, sono variabili che complicano parecchio il quadro. È comunque l’unico modo per ottenere un approssimativo ‘dove’, il quale non risponde alla domanda ‘chi?’, perché non è detto che l’assassino abiti nel punto in cui ha posto l’esca, però può avere comunque un valore indicativo, anche perché il centro storico è relativamente piccolo. Non vanno trascurate altre informazioni, relative agli abitanti della zona e alle loro attività e abitudini.
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