Chapter 5

1746 Parole
“Sia chiaro una volta per tutte: sei caduto in casa e ti sei affacciato alla scala soltanto per chiedere aiuto!”. “Ma forse i vicini mi hanno visto che ero più giù del mio pianerottolo”. “Nessuno farà questioni per un metro o per quattro o cinque gradini. Tu sei caduto in casa! Chiaro?”. “Chiaro... Ma tu mi perdoni?”. “Sììì, ti perdono e non parliamone più”, mi tiro su perché mi sta venendo mal di schiena e riprendo con un tono di voce quasi normale: “Se adesso mi dai le tue chiavi di casa, compresa quella del marchingegno elettronico così posso disinserire l’allarme, vado da te e, ubbidendo strettamente alle tue indicazioni, mettendo le mani esattamente dove mi dirai tu, cercherò, troverò e ti porterò pigiama, asciugamani, pantofole, spazzolino, insomma le piccole cose necessarie, che ne so, l’altro paio di occhiali, un libro, quel che ti serve. Ti va?”. Per una persona come Gabriel Steiner, che ha vissuto una bella fetta di esistenza seguendo regole di segretezza e di sospetto, l’idea che qualcuno, per quanto fidato e amato, vada a ravanare nelle sue carabattole, è come minimo spaventosa. E la sua faccia dice tutto. Mi ricorda un aneddoto letto o forse ascoltato tanti anni fa che mi è rimasto impresso per sempre, intorno a uno dei padri, forse perfino nonni dei servizi segreti israeliani, un certo Reuven Zaslani, il quale dopo essersi seduto su un taxi, alle insistenze del tassista che gli domandava la destinazione, aveva risposto una cosa come: ‘Non serve che lei lo sappia!’. Glielo racconterò, ma non adesso. “Tu vuoi andare a casa mia a prendere le mie piccole cose per il tempo che dovrò stare all’ospedale? Ma è un gesto meraviglioso, però direi anche una fatica inutile: posso telefonare a Bianca, la mia signora delle pulizie, e chiedere tutto a lei. Conosce perfettamente cassetti e armadietti, è lei che lava e stira!”. “Preferisci così?”. “Per me è più di una semplice donna di servizio o collaboratrice domestica, è una specie di governante vecchio stile. È abituata a considerarmi un uomo solo che non ha nessun’altra persona alla quale rivolgersi in caso di necessità, quindi non si stupirebbe di questa richiesta, non credi?”. “Se vuoi chiamala pure, a me non importa. Quanti anni ha?”. “Una sessantina...”, s’inceppa, guarda il soffitto per un po’, con le labbra strette. Ha capito dove voglio arrivare. È autunno, ha piovuto tutto il giorno. Certo che la signora Bianca uscirebbe per recarsi a casa Steiner e riempire una modesta borsa con il necessario, sicuramente lui la ricompenserebbe con generosità per il suo disturbo. Però non sarebbe carino nei confronti della signora, che non è più una ragazzina, e neppure nei miei, perché potrei intendere il suo comportamento come un rifiuto a farmi entrare nel suo appartamento in sua assenza. Credo che il mio vecchio quasi zio sospetti e con ragione, che una sbirciatina qua e là ce la darei, sforzandomi di non perdere troppo tempo. L’unica cosa è affrontare l’argomento. “Ti giuro che non indago, non accendo il tuo computer sempre che te lo abbiano lasciato, non apro i cassetti, non cerco schedari e cartelline con documenti criptati, anche perché non ci capirei niente...”. “Ah be’, se è per quello la maggior parte delle mie cose è scritta in ebraico!”. “Ecco appunto! Allora me lo vuoi dire dove sono mutande e calzini, che poi credo te ne servirà uno solo per un bel pezzo?”. I suoi occhi sembrano di un verde più chiaro, l’espressione è divertita e dispettosa, sbuffa mentre traffica in una tasca dei pantaloni dalla quale, con un po’ di manovre, tira fuori un mazzo di chiavi a dir poco stravagante. Sono a casa sua, ho tremato quando ho disinserito l’impianto d’allarme, avevo paura di sbagliare qualche passaggio e di svegliare non solo la famiglia della signora Amina Abdessadki, ma l’intero quartiere e di vedermi arrivare i carabinieri, la polizia, i pompieri e la forestale in assetto antisommossa. Invece sono stata in gambissima e ho fatto tutto bene. Naturalmente un pensiero mi faceva più male di tutti gli altri: incontrare Dybbuk. Ho cercato le ciotole senza trovarle. Poi ho capito che il felino con tutto il suo corredo stava riposando in una stanza remota che non ho mai visto, ma dove non sono presenti sensori volumetrici, proprio allo scopo di ospitarlo quando nel resto della casa l’allarme è inserito. In una borsa di pelle di Prada, si tratta mica male il vecchietto, ho sistemato il necessario che ho trovato con facilità seguendo le sue indicazioni e sono tornata all’ospedale. Certo, al momento di rimettere in funzione l’ambaradan mi sono nuovamente agitata, ma mi è sembrato meno difficile di poco prima. Al rientro in ospedale sono stata indirizzata in reparto e ho potuto sistemare le sue cose nell’armadietto e sul comodino. Mi premeva sapere se il giorno dopo qualcuno sarebbe andato ad occuparsi del gatto yiddish[1] e lui mi ha tranquillizzato: “Domani la signora Bianca gli farà compagnia, ha da stirare, ci passerà il pomeriggio, anche se è domenica: tu adesso va a casa e cerca di dormire, per favore!”. Quando stavo per tornarmene finalmente a casa mia mi ha richiamato indietro, ha voluto che mi chinassi su di lui, mi ha abbracciato stringendomi forte e mi ha dato un grosso bacio sulla guancia. Sono rimasta esterrefatta! Il dottor Gabriel Steiner, copia semitica ma non meno algida dell’attore Anthony Hopkins, s’è perso in smancerie! Incredibile! Però sono contenta, e anche un po’ commossa! Oddio, che poi magari lo ha fatto soltanto perché ci sta prendendo gusto ad avere qualcuno dattorno che lo riempie di attenzioni e gli vuole bene, però lo ha fatto, lui che stringeva la mano solo in caso di necessità! Ed ecco che ritorno, e questa volta definitivamente a casa mia. È notte, sono sola, Baciccia non c’è più. Pur essendo rimasto il dolore sordo in sottofondo, non ho pensato direttamente a lui e Gabriel non mi ha chiesto niente, anche perché le sue domande sarebbero state di tipo investigativo e di sicuro non avevamo l’intimità necessaria per sviluppare il tema. So che tornerà sull’argomento e insieme scopriremo chi ha fatto la cosa e pagherà, oh se pagherà! La gente crede che io sia eternamente logica e affidabile solo perché svolgo un lavoro tecnico e pensa che non ci voglia fantasia. Invece ci vuole, perché io devo ricostruire una dinamica omicida attraverso quel che vedo, che apro, che estraggo; devo sforzarmi di entrare nella mente criminale, e in questi anni ho imparato tante cose, diciamo che ho acquisito tanta esperienza... O belin, non è possibile! Supero il pianerottolo dove abitano i signori La Grotteria e delicatissima si sente una musica arrivare da casa mia, una cosa fine fine che forse dall’appartamento di sotto nemmeno si avverte, ma che io noto subito per il semplice fatto che in casa mia non dovrebbe esserci nessuno! È la ‘Casta Diva’ della Norma di Bellini, cantata dalla Callas. Io non sono un’estimatrice dell’opera lirica, è lontana dalla mia sensibilità musicale, ma ho una raccolta delle più belle arie femminili cantate da Maria Callas. Mi commuovo quando la sento, ma adesso la paura supera la meraviglia: chi c’è in casa mia che s’è acceso lo stereo e ha scelto proprio quel cd? Il bastardo sabaudo è nella capitale a imparare cose da supersbirri e quindi non dovrebbe essere lui. Guardo l’orologio e con un po’ di fantasia immagino la sala dove s’è tenuto il suo corso, ormai immersa nel buio e nel silenzio. Il dottor Rebaudengo a quest’ora ha concluso la sua allegra cena insieme ad altri poliziotti e potrebbe avviarsi, perché no, nel letto di qualche collega tettona! Chissà perché in un momento come questo, abbastanza critico, mi viene in mente una belinata che ripetevo da ragazza per nascondere il disagio di possedere un decolletè misero: prima di nascere, quando nel mondo di là distribuivano le tette, io ero in coda per i cervelli! Da allora mi sono abituata a pensare che una rivale sconosciuta debba sempre avere le tette più grosse delle mie, ma anche il cervello più piccolo. Come consolazione non è un granché, visto che gli uomini se devono prediligere una cosa grossa in una donna non è mai il cervello! Scaccio con fastidio questi pensieri scemi che mi distraggono: non è saggio affrontare la persona che si trova in casa mia con incoscienza, perché potrebbe essere pericolosa; ma proprio mentre mi rimprovero, capisco di non crederci fino in fondo. I miei sospetti tornano a cadere sul commissario. La prima domanda è: come avrà fatto ad entrare? Non ha mica le chiavi! Però, però, adesso che ci penso... In passato il commissario aveva le chiavi di casa mia, poi un brutto giorno sono accadute brutte cose, in seguito alle quali ho imposto che me le restituisse. Tornato il sereno, davanti alla mia resistenza a concedergli nuovamente le famose chiavi, sarà neanche un mese fa, mi ha brontolato qualcosa del tipo: ‘va a finire che mi faccio un duplicato! Non è per appropriarmi di qualcosa, tesoro, ma vivi sola, non si sa mai, è un mondo così brutto!’: come se non lo sapessi! Sta a vedere che s’è fatto il duplicato e non posso neanche rinfacciargli di non avermelo detto! Oddio, non è che abbia agito in modo proprio ortodosso, avrebbe dovuto essere una mia iniziativa, però io la tiravo per le lunghe e non mi decidevo mai; in fondo era anche un modo per rinfacciargli ad oltranza la mia delusione. E se non fosse lui? Ma non può non essere lui! Quale ladro potrebbe mai cercare, trovare un cd della Callas e metterselo su per farsi compagnia intanto che ruba? No, no, non contiamoci balle, è il vicequestore Rebaudengo, ma per tutti commissario, che: primo, s’è fatto le chiavi clandestinamente, poi ha mollato la collega tettona, o magari semplicemente la collega tettona non gliel’ha data e lui ha macinato settecento chilometri per farsi consolare dalla sottoscritta. Volendo ci sarebbe un’altra possibilità, ma la vedo remota: il corso finiva oggi e io non me lo ricordavo più! Impugno lo spray al peperoncino e infilo la chiave nella toppa: c’è solo la cricca, spingo e me lo trovo davanti con una bottiglia di champagne in mano e il secchiello con il ghiaccio nell’altra. Ha la faccia stanca e anche un po’ triste: forse non si aspettava di non trovarmi in casa, ma mi sorride subito. Posa i due oggetti sul mobiletto dell’ingresso e mi viene incontro a braccia aperte, pronto a stringermi. Lo guardo, di colpo mi piomba addosso tutta la giornata e scoppio in un pianto dirotto. Solo a fine bottiglia, dopo aver consumato due pacchetti di Kleneex, ha un quadro completo della situazione, dal risveglio ad opera di Rashid, fino alla caviglia fracassata del dottor Steiner che stava venendo a casa mia a consolarmi. [1] Yiddish: lingua degli ebrei dell’Europa centro-orientale In questo caso ne viene fatto un uso improprio, al fine di indicare l’appartenenza del gatto alla comunità.
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