Bartolomeo
Secondo capitolo, nel quale una mano ignota getta l’invisibile semenza di disastri futuriBaciccia non c’è più. Detto così sembra un concetto elementare, facile da apprendere. E lo è: Baciccia prima c’era, adesso non esiste più. La parte razionale della mente fa in fretta ad appropriarsi di un’informazione, ma farla digerire a quella emotiva è tutto un altro discorso. Mi viene da girarmi sperando di vederlo arrivare, con la coda eretta che termina in un arco e la fa assomigliare a un punto interrogativo; il suo cestone potrebbe essere vuoto soltanto perché lui è a zonzo e non perché è morto. Invece non lo rivedrò mai più e mi sembra irreale. Se provo queste sensazioni io, chissà quanto sta male Ardelia. Mi è capitato abbastanza spesso di pensare che amasse più il gatto di me, il che, dopo quel che ho combinato qualche tempo fa, sarebbe anche stato comprensibile, ma il dubbio ce l’avevo anche prima.
Adesso finalmente s’è addormentata e mi alzo per non disturbarla. Non ho sonno. Vado in cucina. Effettivamente Baciccia manca, mi manca perfino il fastidio che mi dava quando si piazzava sulla lavatrice e fissava il mio pisello con espressione indecifrabile durante la consueta minzione notturna delle tre. La cucina è maledettamente vuota, mi sento solo. Cerco di pensare ad altro, perché ci sto proprio male e non so come comportarmi: farle vedere che soffro anch’io molto, così non si distrae dal suo dolore, oppure parlare d’altro correndo il rischio di passare da stronzo? Apro il frigo e lo richiudo: non ho voglia di bere roba fredda. Mi faccio un orzo liofilizzato. Mi fa schifo anche se lo mando giù sorridendo quando me lo prepara lei, però sento il bisogno di una brodaglia calda. Lo champagne mi fa sempre venire un puntino di mal di testa. Dalla camera mi arriva il suono di un colpo di tosse, mi affaccio aspettandomi che chiami, no, s’è girata e continua a dormire. Meno male, povera donna. E che coraggio! S’è fatta l’autopsia al gatto per chiarire la causa della morte! Se l’ha fatta al gatto, riuscirebbe senz’altro a farla pure a me, nel caso. Non è un’idea carina.
È andata bene, non s’è incazzata che mi sono fatto fare un duplicato, tanto più che non sa che me l’ero procurato allora, al momento della lite, esattamente il giorno prima di restituirle le chiavi. Avevo giurato a me stesso che lo avrei usato soltanto ‘dopo’ aver fatto la pace. Se non ci fossimo riavvicinati, lo avrei tenuto come ricordo. Certo che è stata pesante, mica tanti giorni fa ha ancora attaccato la solfa: ‘Le chiavi di casa sono come quelle del cuore, tu mi hai tradito, io non sono più serena e fiduciosa come una volta, passa dai tetti come il gatto, mi ci vorrà del tempo, non è detto che non te le dia, d’altronde le tue te le ho restituite e non le voglio indietro nemmeno se mi supplichi di riprenderle, eccetera eccetera...’ e che due maroni!
Per giustificare l’impiego di chiavi clandestine, l’ho minacciata di farne un duplicato, così, tanto per metterle il dubbio. E questa sera è arrivato il momento di usarle. Sono stato vago intorno alla data della fine del corso, l’ho convinta a cenare fuori con un’amica per poterle fare la sorpresa ed ho comprato una bottiglia di champagne per farmi perdonare l’intrusione. Ma il destino mi ha fatto una sorpresa ben peggiore: mai più avrei potuto immaginare una tragedia simile, che qualcuno le avesse ammazzato il gatto!
Da qualche tempo è reato penale, però beccalo! Mica facile! Abbiamo già abbastanza casini così, rogne e gatte da pelare, tanto per restare in tema, ci mancherebbe soltanto di dover dare la caccia ai serial killer di animali! Oddio, si fa anche quello, se è per questo, però ci vogliono delle denunce... A proposito, perché non ha sporto denuncia e poi perché non ha portato il cadaverino alla guardia veterinaria in modo che fossero loro a procedere e ha fatto tutto da sola, e di sicuro illegalmente, avvalendosi dei suoi canali privilegiati? Non avrà mica in testa di combinarmi qualche casino? Perché sarebbe capacissima, la conosco: sembra affidabile e molto logica, e lo è, ma è anche capace di atti irrazionali, di rancori duraturi e profondi: io lo so. La terrò d’occhio.
Non ho mai perso il piacere della nostalgia: mi mancano le mie nebbie, le stoppie infarinate di brina che scricchiolano sotto i piedi, quando l’autunno comincia a mordere, le prime giornate ‘da bollito’, così le chiama mia madre. Lei dice che il lesso ‘alla piemontese’ non soltanto stuzzica la fame, ma guarisce il freddo alle ossa. Di quei giorni sento ancora il fruscio delle foglie di faggio durante la cerca di funghi, mischiato al respiro e a rumori lontani, una motosega, la campana della chiesa, un cane.
Però devo riconoscere che nemmeno la Liguria è poi così male, anche se proprio non riesco ad immaginare come fosse una volta, quando rare case contadine stavano a custodia della terra, sparse tra macchie verdi e fasce coltivate, e sulle spiagge nude piccole barche tirate in secca indicavano le famiglie dei pescatori. Eppure qui sembra quasi di poter tornare indietro. Sono sulla collina sopra Alassio, in una regione che si chiama Cavea, e domino l’intera insenatura, da borgo Coscia fino al faro di Capo Mele. In mezzo a questi ulivi spettinati da folate improvvise, di moderno non c’è niente, nemmeno la stradina è asfaltata e potrei credere che il tempo si sia fermato, almeno per un po’. Nel cielo pieno di vento, le nuvole si sfilacciano e si scontrano; come un branco in fuga nascondono a tratti la luce del sole. Per adesso non pioverà.
Cosa ci faccio qui? Mi godo l’infinito? No, niente di così leopardiano: ci faccio lo sbirro, come sempre; e mi va bene così.
È stata una cosa strana. Inizio pomeriggio, avevo l’ufficio pieno di luce dorata, una finestra prendeva i raggi sonnolenti del dopopranzo. Papiri da firmare, rumore di passi nel corridoio, di tanto in tanto due parole di Ravera, poi di botto il cambiamento. Non è che io con l’inglese me la cavi proprio benissimo, non son portato per le lingue, però l’ho studiato, sono arrugginito più che altro. Se poi andiamo a parlare di pronuncia, beh, lì è meglio lasciar perdere: quei suoni infidi, arrotati, quelli sfregamenti di lingua che ti fanno solletico contro gli incisivi, proprio non li sopporto. Comunque mi arriva la telefonata in inglese, me l’ha passata quel balengo di Furlan senza anticiparmi niente e io mi ritrovo ad annaspare oltremanica capendo una parola su dieci. La voce femminile coglie il mio appello a una maggior lentezza e riprende il suo monologo, passando dai settantotto giri a più consoni quarantacinque, si diceva ai tempi del giradischi. Così comincio a capire e quello che capisco non mi piace. In mezzo alle fasce di ulivi di Cavea, due amiche vanno a passeggio, due inglesi non più giovani; ad un certo punto una delle due deve soddisfare un bisogno, quello piccolo, si apparta e trova un pacco di cellophane, compresso, fatto di pacchi più piccoli, marroni, come i sacchi di farina al supermercato, quelli da un chilo, il tutto nascosto ai piedi di un ulivo. Però forse non è farina per fare i dolci. Chiedo se lo hanno toccato, giurano di no. Non sarebbe una cattiva idea andare a vedere. Ed eccomi qua a rabbrividire nella giacca troppo leggera, che andava bene questa mattina con il sole, soltanto che adesso è sparito. Aspetto che i miei della scientifica tirino fuori il materiale dal posto dov’era stato nascosto e lo posino nel bagagliaio aperto di una delle due auto, sopra a un telo pulito di plastica. Mentre loro tornano indietro a controllare minuziosamente il sito, mi avvicino all’auto e guardo il pacco. Cerco di pesare a occhio il bel parallelepipedo presumibilmente di cocaina e penso di non sbagliare: dovrebbero essere cinque chili se le confezioni in cui è suddivisa sono da un chilo ciascuna. L’istinto mi dice è pura, cioè ancora da preparare per il mercato. È ben avvolta nel cellophane, per isolarla dall’esterno. Cosa ci fa un mucchio di cocaina, o comunque di droga, nel cavo di un ulivo secolare? È una faccenda maledettamente strana. O si tratta di un evento regolare di cui gli sbirri, cioè noi, non ne sapevamo un accidente, oppure è un fatto anomalo. Ravera lascia la Dominelli che è di madre inglese e per questo ho voluto che mi accompagnasse, a conversare freneticamente con le due carampane britanniche, e mi si avvicina.
“Ravera, era in quell’albero là se ho visto bene, vero?”.
“Sì, quello enorme soprastrada”.
“Aha”, annuisco. E mi arrampico sulla ‘fascia’ superiore al piano stradale. Pochi passi e lo distinguo meglio tra gli altri. Trattandosi di un pacco piuttosto voluminoso, al piede di un albero più piccolo sarebbe stato visibile. Lì invece lo si nota soltanto se si va a ficcare il naso nella cavità che si è formata con gli anni alla base della pianta.
“Tu di olive e di olio non te ne capisci un tubo, vero?”, mi chiede lui mentre osservo.
“Onestamente no. So che l’olio si fa spremendo le olive e che bisogna portarle nel frantoio, ma la mia preparazione finisce lì”.
“Quindi di raccolta ne sai poco o niente?”.
“Fai pure niente. Perché?”.
“Vedi questa rete stesa in terra e poi le altre nelle fasce di sotto?”.
“Sì, e allora?”.
“E allora servono a raccogliere le olive quando cadono. Possono cadere per avvenuta maturazione, per il vento o per mano dell’uomo, il quale compie un’operazione che si chiama ‘bacchiatura’, cioè percuote i rami per farle venir giù”.
“E allora? Non ti seguo”.
“Qui non c’è ancora, ma vedi che la rete più vicina è a pochi metri? Credo di non sbagliare dicendo che la raccolta delle olive da questa pianta, che tra parentesi è bella carica, fosse imminente. Secondo me chi ha nascosto la roba lì, ha rischiato che fosse notata dalle persone sbagliate ed infatti è successo: avrebbero potuto essere i contadini, forse domani, invece ci hanno pensato le due turiste ancora prima”. Stiracchia un po’ il labbro superiore e conclude il pensiero: “Quindi, secondo me è un coglione”.
Mi guardo intorno: ci siamo solo noi sbirri.
“Ma se la raccolta delle olive comincia adesso, come mai non c’è nessuno?”.
“Diciamo che comincia dalla seconda metà di ottobre in avanti, dipende dal caldo, dal livello di maturazione, da un sacco di cose. Il fatto che non ci sia nessuno non vuol dire niente: intanto mettono le reti per non perdere olive e poi vengono quando possono. Tra quelli che producono olio ce ne sono ancora parecchi che lo vendono, ma tutti gli altri, che sono poi la maggior parte, hanno altre fonti di reddito, non sono più contadini e si accontentano di farsi l’olio per l’inverno, lavorandoci il sabato e la domenica o nei ritagli di tempo”.
“Lo so che mi ripeto: e allora?”.
“E allora chi ha mollato qui il pacco ha corso un rischio, per questo ho detto che secondo me è un coglione; oppure era sicuro che sarebbe stato ritirato in fretta, magari il giorno stesso, va a sapere. Non possiamo stabilire esattamente quando sia stato piazzato. Magari qualcosa non ha funzionato e chi doveva recuperarlo non lo ha fatto. Ci sono tante ipotesi. Comunque è un fatto strano, inusuale, a meno che i tizi lì, quelli che raccolgono le olive non fossero al corrente, cosa che dovremo verificare al più presto... In ogni caso non fa presagire niente di buono”.
Mmmm... Rimugino. La Dominelli continua a emettere suoni innaturali dalla bocca e le due signorine o signore inglesi fanno la stessa cosa. La conversazione è molto animata. Potrebbe essere divertente guardarle, se non fossi qui per della cocaina apparentemente abbandonata, fatto di per sé abbastanza straordinario.
Ora si dovrà procedere su due linee d’indagine: la prima sarà la ricerca d’impronte sulla confezione, questo è logico, per poter attuare un confronto per mezzo dell’AFIS; poi seguirà l’analisi di laboratorio per accertare che il contenuto del parallelepipedo sia davvero droga; bisognerà quindi individuarne l’appartenenza, cioè accertare se è chimicamente assimilabile ad analogo prodotto già noto, faccenda pressoché insolubile se la sostanza è pura. Contemporaneamente chiederemo in giro a quelle tristi figure che stanno con tutti e due i piedi al di là della legge e che per non finire con tutti e due i piedi dentro una galera si danno da fare per noi.
Tanto per cominciare ce ne scendiamo in Alassio, più precisamente verso il mio ufficio dove non tira questo vento affilato, e dove sarà più comodo per tutti ascoltare, parlare e scrivere punto per punto tutta la faccenda. Lancio uno sguardo colmo di gratitudine alla Dominelli che si sciroppa le due brillanti signore o signorine e che si prenderà l’onere di fornirci una limpida traduzione. Quando poi le due turiste saranno tornate al loro albergo e alla loro vacanza italiana, potremo organizzare un bel briefing che temo durerà fino a notte fonda.