1 Indietro tutta!
Tom non riusciva a smettere di tremare.
Il suo corpo era scosso da brividi violenti, ferocissimi. Vibrava a una velocità insostenibile persino per un vampiro speciale come lui, tanto che entro pochi secondi si sarebbe smaterializzato. In effetti, ci sperava, visto quanto era appena accaduto… L’impensabile, l’indicibile. Perdere Alice, sua moglie, la sua ragion d’essere, per giunta sotto i suoi stessi occhi, era devastante come nient’altro al mondo. Per questo motivo, la prospettiva di morire non lo terrorizzava. Non poteva vivere senza di lei, non voleva. Ormai, non gli restava che raggiungerla. E poi, in qualunque aldilà lei fosse arrivata, l’avrebbe cercata, trovata e amata di nuovo, con ogni singola fibra del suo essere.
Il corpo senza vita di Alice, invece, non tremava, non vibrava come il suo e ricadde sul pavimento con un tonfo sordo. Tom si sforzò disperatamente di raccoglierlo, afferrarlo, abbracciarlo, ma le sue mani continuavano a passargli attraverso, incorporee.
“Cosa ti sta succedendo?” gli parve di sentire.
Magnus gli stava parlando, forse lo stava avvertendo, ma la sua voce era soffocata, sempre più distante. Il suo sguardo si spostava incredulo da Alice a un punto diverso da quello in cui Tom era inginocchiato, come se non riuscisse più a vederlo. Sgomento, indietreggiò e sfiorò una spalla di Cédric, chino sul corpo inerte di Maddie.
“Céd, guarda! Tom sta svanendo!”
L’amico non ebbe la forza di aprire bocca. Il suo strazio era totale.
Tom riportò gli occhi su Alice tentando, invano, di stringerla a sé.
“Lo so. Non posso evitarlo” rispose, mentre la sua voce sfumava, disperdendosi in un oblio oscuro, da cui forse non ci sarebbe stato ritorno.
“Riesco a sentirti, ma non a vederti!” iniziò a gridare il medico. “Cosa stai facendo? Dove vai? Fermati!”
E perché mai Tom avrebbe dovuto? Lei non c’era più. Era meglio andare. Meglio morire. Si chinò sulla sua amata e cercò un ultimo bacio, pur sapendo che anche quel tenue contatto, adesso, era impossibile, quindi chiuse gli occhi. La morte sarebbe stata la benvenuta, se avesse spazzato via quella sofferenza immane, che lo stava sgretolando come una vecchia, logora pergamena.
L’urlo lacerante dell’amico si spense di colpo, risucchiato dal vuoto che Tom aveva dentro, ma d’un tratto da quella voragine emerse qualcos’altro. Un richiamo, un bisbiglio. Era Alice? Sorrise, innamorato, folle. Lo stava chiamando a sé e lui era pronto, sì. Era ora di andare da lei. Stava accadendo, la fine era arrivata!
Prendimi! Fa’ presto! Pensò, rivolto alla morte.
Una forza brutale lo strappò dalla realtà. Si sentì schiacciare, poi riespandere, ancora e ancora, finché il dolore non raggiunse un nuovo, infernale livello. Le sue cellule si disgregarono, si frantumarono, per poi ricompattarsi in un corpo ugualmente spezzato. Alla fine, quella forza lo scagliò a terra e un vivido lampo di luce lo accecò. Istintivamente, si coprì gli occhi con una mano, ma qualunque cosa lo avesse causato era già passata. Si raddrizzò e fu travolto da una nausea insopprimibile. Vomitò altro sangue, poi si tamponò con la manica il viso madido di sudore e fu allora che si rese conto di essere di nuovo corporeo, di non tremare più. Abbassò lo sguardo su Alice, ma lei non c’era.
“Alice! Amore, amore mio, dove sei?” fremette.
Terrorizzato fin dentro il midollo, si voltò disperato e invocò a lungo i suoi amici, sperando che lo aiutassero a capire, ma Tiberius e Cédric erano scomparsi. Maddie? Nessuna traccia neanche di lei e così dei legionari sopravvissuti a quel massacro. Non c’era più anima viva. Distrutto, riportò lo sguardo in basso, dove soltanto un attimo prima si era trovata sua moglie. Cadde in avanti, sentendosi inutile. Solo. Singhiozzando ma ancora incapace di arrendersi, prese a sfregare l’asfalto, poi a grattarlo via rompendosi le unghie, lacerandosi la pelle, spezzandosi le dita.
“Dove sei?” urlò con quanta angoscia aveva dentro.
Si tirò su ma vacillò, perse l’equilibrio e ricadde all’indietro, sul muro dietro di sé. Un muro freddo, concreto, reale, e pensò che forse la morte era giunta, ma aveva avuto disprezzo di lui. Che la voce che aveva sentito fosse la sua e magari lo aveva preso in giro, conducendolo chissà dove, in un luogo in cui avrebbe scontato i propri peccati, senza poter più rivedere il gioioso sorriso di Alice.
Pianse in modo inconsolabile, con le ginocchia strette al petto, il capo chino, la sensazione di essere perduto, inutile. Non era morto, purtroppo, ma quella non era la cosa peggiore. L’amara verità era che il corpo di sua moglie, dovunque fosse, era ancora caldo e già i rimpianti lo stavano sopraffacendo. Doveva fare i conti con i propri errori, con le colpe e le mancanze che aveva accumulato durante il loro matrimonio. La più grave? Non essere riuscito a proteggerla. Proprio lui, che aveva visioni sul futuro, non era stato in grado di prevedere la morte della donna che adorava, né era riuscito a evitarla in alcuna maniera. La più imperdonabile? Non essere riuscito a darle la vita che meritava. Con arroganza e spesso troppa leggerezza, aveva accantonato i loro progetti, credendo di avere tutto il tempo del mondo per realizzarli. Aveva spento il suo entusiasmo per ogni singola idea, costringendola a seguirlo su quel cammino impervio e senza soddisfazioni, che l’aveva infine condotta alla morte. Non aveva neppure saputo consolarla adeguatamente, quando aveva avuto difficoltà a relazionarsi con sua sorella gemella, perché lui, figlio unico, non aveva idea di come fare. E quella bambina, che per tanto tempo avevano desiderato e sognato, adesso non sarebbe mai nata. Era colpa sua. Non era stato alla loro altezza. Non aveva fatto abbastanza. Non era stato abbastanza.
Un dolore straziante e acuto, diverso dal lutto, gli mandò in fiamme la schiena e, colto da un terrore viscerale, scattò in piedi.
“No, no, no!” gridò, togliendosi la camicia.
Temeva che il tatuaggio svanisse, che quell’ultimo segno tangibile di sua moglie stesse per lasciarlo, forse per distruggersi. Torse il collo per tentare di guardarselo, ma non ci riuscì. Corse allora per quella stradina angusta in cui era capitato, fino a che non trovò una vetrata impolverata in cui specchiarsi.
“Miei Dèi, vi ringrazio!” mormorò, quando constatò che sia il suo sia quello di Alice erano ancora presenti.
Brillavano, però, ed era strano, dal momento che in genere accadeva solo quando erano insieme, in intimità. Piegò il braccio all’indietro e sfiorò con delicatezza le linee nere di quello di Alice. Inaspettatamente, l’amore di sua moglie si riversò nel suo petto, impetuoso e pulsante come una cascata di acqua rovente.
Lei… Lei era viva! Sì, sì, era viva! Era così! Non sapeva come fosse possibile, ma ne era assolutamente certo. Se non fosse stato vero, il tatuaggio sarebbe rimasto su di lei o si sarebbe cancellato. Invece, si era trasferito su di lui, aggrappandosi come a un salvagente. Ma a quale scopo? E cosa poteva significare questo per la loro bambina?
Mentre farneticava in cerca di una spiegazione, si guardò attorno. Non capiva nemmeno dove fosse finito, ma era solo. A parte la camicia a terra e un paio di cassoni dell’immondizia in fondo, non c’era niente di rilevante da osservare. Di certo, non era la maledetta villa in cui sua moglie era stata appena assassinata… Dolore e collera, una collera furibonda e cieca, lo costrinsero a terra, in ginocchio. Si sporse in avanti e vomitò altro sangue, con conati veementi che bruciavano la gola e l’anima. Sarebbe stata quella la sua reazione, ogni volta che avesse pensato a lei? Forse sì, ma non se ne preoccupò. Dopo aver capito dov’era finito e per quale ragione, si sarebbe suicidato, mettendo fine a tutto. Alla sofferenza e al senso di perdita, liberando quell’amore che ancora sentiva dentro, infinito. Ma quasi in risposta alle sue intenzioni, di nuovo i due tatuaggi brillarono e arsero con maggiore intensità sulla sua schiena. Si raddrizzò, seppure a fatica, e provò a toccarli, a consolarli, come se fossero un animale ferito e le sue carezze potessero placarlo, ammansirlo. Appena ne sfiorò uno, il suo cuore palpitò. Galvanizzato, come sempre accadeva, da quella sensazione tanto inusuale per un vampiro, ci riprovò. Il suo petto si protese come una vela gonfiata da un vento di burrasca, sospinta verso una nuova meta che il suo cuore sapeva come raggiungere, ma la sua mente no, non ancora. I suoi piedi si mossero da soli, come fossero pilotati da qualcosa, da qualcuno, che cercava di attirarlo a sé.
“Alice!” sussurrò. Pregò.
La sua voce risuonò arida e granulosa come sabbia del deserto, ma sorretta da una tenue speranza. Raccolse la camicia e, nonostante fosse ormai inservibile, la indossò. Il sangue di sua moglie l’aveva inzuppata e non riusciva ancora a separarsene. Era obbligato a muoversi, perciò si arrese e seguì quella forza inspiegabile, quella corrente irresistibile che lo spingeva alla fine del vicolo. Anche là non trovò anima viva. Guardò con timore verso destra e non vide nessuno, se non il tratto di viale principale che univa quelle stradine secondarie. Lo riconobbe, però, e pur non essendo sicuro dell’orario, capì di trovarsi a New York, perché il Campo era vicinissimo. Sarebbe bastato girare a sinistra e avrebbe potuto vederlo di fronte a sé, a poco più di qualche centinaio di metri. Nella stessa direzione della casa che gli amici avevano regalato ad Alice per le loro nozze e dove insieme sognavano di tornare per costruire la loro famiglia. Il suo cuore batté forte, distogliendolo da quegli strazianti pensieri. La soverchiante sensazione lo indusse a scegliere, in fretta. Sinistra, dunque. S’incamminò seguendo i suoi battiti, che diventavano sempre più frequenti, rimbombando nel petto, nella gola, nella testa e imponendogli di accelerare. Iniziò a correre. Non sapeva incontro a cosa o a chi, ma doveva farlo. Più si precipitava, più i palpiti aumentavano d'intensità, fino a quando non somigliarono a un coro di tamburi da guerra, assordandolo. Pregò di non ritrovarsi in un’altra battaglia perché era troppo debole, troppo affranto per vincerla. Sentiva che da un momento all’altro sarebbe crollato e purtroppo non aveva ancora capito cosa ci facesse là, in mezzo a una strada vuota, così lontano dalla donna che amava.
“Che diavolo…” mormorò qualcuno che sopraggiungeva da una strada laterale.
Si voltò rapido, sorpreso di non aver udito alcun rumore, e rimase pietrificato. Il suo cuore si spense come se qualcuno ne avesse abbassato l’interruttore.
L’uomo davanti a sé aveva la medesima espressione di sconcerto. Poi, diffidenza e terrore lo fecero impallidire. Tom lo vide muovere le labbra, ma non ne venne fuori alcun suono. Anche il suo cuore aveva palpitato, ne aveva udito l’ultimo spasmo. E adesso era solo con… se stesso! Una versione diversa, evidentemente più giovane, se non altro per via dei capelli ancora lunghi, di quel cappotto color cammello che non possedeva più da anni e di due occhi cupi e diffidenti, che mai l’amore aveva fatto brillare.
L’altro Tom lo fissò accigliato, valutando quale fossa la mossa migliore da fare, la cosa giusta da dire. Lui, invece, non ne ebbe alcun bisogno perché lo sapeva già: doveva avvertirlo. Doveva parlargli, spiegargli cosa sarebbe successo di lì a qualche anno, in modo che… Che la salvasse, sì! Che salvasse tutti da quel destino assurdo e crudele!
Spostò un piede in avanti e mosse le labbra ma, non appena ebbe compiuto quel primo passo, lo spazio ricominciò a distorcersi, a tremare. No, non lo spazio, ma il suo corpo e, allo stesso tempo, anche quello dell’altro Tom, che reagì con assoluta incredulità.
“Lascia che accada, ti prego” lo implorò, vedendo le sue mani spostarsi sui fianchi, dove portava le spade. Quelle maledette spade, che solo pochi minuti prima gli avevano strappato la vita dal petto!
Colpito dalla sua voce querula e penosa, l’altro Tom si bloccò e lo fissò inorridito, come se davanti a sé avesse una replica guasta, un clone difettato.
“Perché?” domandò, con quella diffidenza che era solito usare a mo’ di scudo.