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1906 Parole
Non era stupido. Aveva già intuito che, se un altro se stesso lo supplicava in quel modo, qualcosa doveva essere accaduto. Qualcosa di grave, a giudicare dai suoi abiti insanguinati e dalle lacrime nere che gli deturpavano il volto come acido. “Non lo so” ammise Tom con sincerità. “Ma deve succedere adesso, prima che le cose diventino irreparabili.” “Che possano diventarlo, sei tu a dirlo” replicò, gelido. Questo era ridicolo! Se non riusciva a convincere neanche se stesso, allora quell’improbabile circostanza, quella specie di… di viaggio indietro nel tempo rischiava di concludersi con un totale fallimento e Tom non sapeva se avrebbe avuto un’altra opportunità per sistemare le cose. Doveva convincerlo con qualche argomentazione, una che lo toccasse nel profondo. Alla fine, optò per la verità, nuda e cruda. “Quella visione che hai, sulla donna che ti ucciderà…” Il giovane Tom s’irrigidì e tentò di arretrare, senza riuscirci. “No, ascoltami, non è come credi! Lei ti salverà la vita, diventerà tua moglie e sarete… Saremo felici, in un modo che non avremmo mai immaginato prima. Concepiremo una bambina, ma loro… Loro…” I singhiozzi gli impedirono di continuare. Non che ce ne fosse bisogno. Nel vederlo così sconvolto da non riuscire più a parlare, il giovane Tom era rimasto basito. Eppure, in qualche maniera, gli parve che capisse, che gli credesse. Annuì per accettare di fare a modo suo, poi si mossero l’uno verso l’altro in perfetta sincronia e la forza di attrazione divenne irresistibile. Ciascuno dei due vi si abbandonò e finirono l’uno addosso all’altro. Dentro l’altro. Il giovane Tom fu risucchiato al suo interno e l’unico corpo rimasto smise immediatamente di vibrare. Sfinito da quel susseguirsi di emozioni ed eventi assurdi, Tom cercò l’appoggio di un’auto vicina. Aveva la nausea, sudava, era disorientato e confuso. Era rimasto di nuovo da solo ma niente, assolutamente niente era cambiato. Ciò che sapeva, ciò che aveva vissuto in passato o che era appena accaduto nel futuro, non era variato di una virgola. Perché? Si fissò le mani e sulla sinistra la sua fede nuziale era ancora presente. Allora, che senso aveva essersi ricongiunto al se stesso del passato? Dove doveva andare, cos’era più giusto fare? Più di tutto, lo preoccupava e insospettiva che i tatuaggi avessero smesso di bruciare. Perché, se non aveva ancora trovato Alice? Gli parve di udire un altro sussurro. Era lei? Pensa, gli diceva. Si sfiorò le tempie dolenti e, di colpo, si ricordò di una conversazione avuta con lei poco tempo prima... “T’immagini come sarebbe poter viaggiare nel tempo?” gli aveva chiesto, con lo sguardo trasognato di chi ama fantasticare. “Non ci tengo proprio a scoprirlo” aveva risposto, mordicchiandole un lobo. “Sto bene qui, con te.” Alice aveva sospirato di piacere, poi si era strofinata con il fondoschiena sulla sua erezione, impegnandosi per farla riformare nel più breve tempo possibile. “Comunque, non potresti coesistere con te stesso. Due corpi non possono occupare lo stesso spazio, nello stesso tempo.” Stupito da quanto fosse informata sulla materia, aveva smesso di stuzzicarla. “Da quando t’interessi ai viaggi nel tempo?” Lei si era voltata e, pudica come in poche altre occasioni, si era morsa il labbro, guardandolo di sottecchi per capire se fosse o meno il caso di parlare. “Da quando immagino come sarebbe poter fare l’amore con due, tre Tom alla volta.” Quello che era accaduto dopo, tra risate e battutine, era stato uno degli amplessi più lunghi e soddisfacenti della sua vita. Lo stesso da cui si era generata la loro creaturina. Ripensarci in quel frangente fu come ricevere un pugno nello stomaco, di quelli capaci di trapassare il corpo da parte a parte, svuotandolo di tutto. Si sforzò di ricacciare indietro quel prezioso ricordo e di concentrare le sue esigue energie su quel concetto. Aveva assorbito il Tom del passato, non c’era dubbio, però lo sentiva scalpitare dentro di sé, agitandosi come per indurlo a sbrigarsi, prima che entrambi esplodessero. Già, ma cosa doveva fare? Dove doveva andare? Le possibilità erano infinite. Tanto per cominciare, non sapeva neanche che anno fosse di preciso, né dove fossero i legionari. Decise, quindi, di appurarlo, avviandosi verso il Campo. Sulla strada trovò un distributore di giornali appena riempito. Non aveva spiccioli con sé, però gli bastò usare uno dei suoi Doni e lo sportello si sbloccò. La data era il 15 aprile 1991. Santi Numi! Tre giorni prima che Alice nascesse! Non è morta pensò, sentendo una parte del suo dolore scivolare via. Il fatto che non fosse neanche nata, anzi, che né lei né Maddie lo fossero, offriva tutto d’un tratto una miriade di possibili scenari. Aveva bisogno di valutarli con estrema attenzione e di muoversi con cautela, dal momento che una cosa gli era ben chiara: qualsiasi modifica avrebbe apportato al presente, il futuro sarebbe stato diverso. Alterare la linea temporale di Alice, seppure in minima parte e nella speranza di offrirle una vita migliore, poteva significare addirittura allontanarla da lui. Un’ipotesi realistica e, al tempo stesso, terrificante, anche se… Considerando che le sue visioni su di lei duravano da secoli, probabilmente si sbagliava. Il giovane Tom avrebbe finito per andare comunque a cercarla o meglio, per imbattersi in lei per una mera coincidenza, com’era già accaduto. Su quella nota, la testa prese a dolergli in modo insopportabile, come lo stomaco. Non ricordava quando si fosse nutrito per l’ultima volta, però era certo che quella non fosse vera fame. Erano le preoccupazioni a rendergli impossibile pensare con calma e lucidità. Doveva trovare qualcuno che lo facesse per lui, che lo aiutasse a elaborare un piano, una strategia, ma chi? Come trovare un alleato, un complice, qualcuno che proteggesse il futuro di Alice e di sua sorella a ogni costo? Gli vennero in mente due nomi su tutti perché anche per loro, nonostante le sue realistiche perplessità e la paura di peggiorare il futuro manipolandolo, la perdita di Alice e di Maddie sarebbe stata devastante, inammissibile. In qualunque tempo. Stabilito cosa fare, aumentò il passo. Non aveva idea di quanto a lungo sarebbe riuscito a tenere a bada l’altro Tom dentro di sé, né per quanto avrebbe padroneggiato il suo Dono, visto che ormai si era convinto di essere stato lui a muoversi, lui a spostarsi nel passato. La morte, come aveva sospettato, non lo aveva voluto. Tuttavia, esitò quando fu davanti al portone d’ingresso del Campo. Da un pezzo, ormai, non era più quel capo taciturno e intransigente con cui i legionari avevano convissuto per centinaia di secoli e temeva potessero smascherarlo da una parola, da un gesto, persino da una semplice espressione del viso. Purtroppo, l’immane tragedia che aveva appena vissuto si poteva leggere a chiare lettere nei suoi occhi, per non parlare dei suoi abiti insozzati. Ciononostante, doveva sforzarsi di fingere. Ricalarsi addosso quella maschera che aveva portato a lungo prima che Alice, con il suo amore incondizionato, gliela strappasse via. Si schiarì la voce, ingoiando quel grumo viscido di sofferenza che minacciava di mandare all’aria il suo fragile, improvvisato piano, e citofonò. Gus aprì senza fare domande e lui entrò. “Dov’è Doc?” gli chiese, parlando nell’auricolare. Quando non ottenne risposta, ricordò che nel 1991 ancora non li usavano e fu costretto prima a toglierselo, per evitare che qualcuno lo vedesse, poi ad andare a trovare l’amico alla sua postazione. Gus lo intravide arrivare, ma non sembrò sorpreso e a malapena gli prestò attenzione. “Seratina interessante… Come mai sei già tornato? Sei uscito meno di mezz’ora fa!” “Devo parlare con Doc. È tornato?” Attratto dall’asprezza della sua voce, Gus si voltò e aggrottò la fronte, stranito. “Tornato da dove? Non lo vedo uscire dal suo laboratorio da almeno quindici, venti anni!” D’istinto, Tom abbozzò un sorriso. Aveva scordato come fosse recluso Tiberius, prima dell’arrivo delle donne. Mormorò un grazie e girò sui tacchi, prima che l’amico s’insospettisse per la sua eccessiva affabilità. O peggio, prima di tradirsi da solo. Corse al sesto piano e, quando entrò in laboratorio senza bussare, lui e Tiberius si fissarono con la stessa espressione sbigottita. Tom non ricordava che il medico avesse portato la barba così folta negli anni novanta o che indossasse maglioni così colorati, mentre lui prendeva nota di ogni singola macchia di sangue che gli vedeva addosso. “Se tu sei ridotto così, non oso immaginare in quali condizioni sia quell’altro!” esclamò l’amico, alzandosi dalla sua sedia e abbandonando il lavoro al microscopio. Tom s’irrigidì. Se solo Doc avesse saputo, se avesse iniziato a sospettare di chi fosse quel sangue… Fece un passo indietro e sollevò le mani per indurlo a bloccarsi. “Non è niente, sto bene. Vado a farmi una doccia, poi ho bisogno che tu venga con me in un posto. È importante, non te lo chiederei, altrimenti.” Tiberius chinò la testa di lato, com’era solita fare Alice, e lo studiò un altro po’ ma, alla fine, annuì. “D’accordo, ci vediamo all’ingresso. Aspetta, ci sono feriti? Devo portare con me qualcosa di specifico oppure basta la mia sacca per le emergenze?” “Non serve niente. Devi solo venire con me. Ci vediamo appena sono pronto.” Lo lasciò e si dileguò, prima che potesse notare quanta fatica facesse a rimanere in piedi senza barcollare o a trattenere le lacrime. Se la sua sola presenza lo addolorava così, con quale coraggio gli avrebbe raccontato di Alice e di Maddie? Andò di filato nella sua stanza, passando con tale rapidità davanti alle telecamere che Gus, anche volendo, non sarebbe riuscito a ottenere un fotogramma decente del suo viso stravolto. Tornare là e non trovarvi Alice, né la sua roba fu un altro duro colpo. Si era talmente abituato alla sua presenza da dare per scontato molte cose. Gli abiti usati che lasciava sulla poltrona, gli anelli d’argento sul comodino, i libri che teneva in pile disordinate in un angolo della stanza… Era tutto svanito, come se non ci fossero mai stati. Come se non fosse mai successo niente. E, in effetti, era così. In quel momento, non si erano ancora incontrati e, purtroppo, lui non poteva aspettarla. Sapeva con certezza di avere le ore contate e non poteva fare affidamento su quel nuovo Dono così instabile. Doveva solamente salvarla. Assicurarsi che il futuro, suo e di Maddie, fosse garantito. Entrò in doccia, si lavò e si rivestì con ciò che trovò. Ogni gesto era un supplizio e, mentre stava ripulendo la stanza da ogni traccia sospetta del suo passaggio, percepì il Tom del passato urlare. Non riusciva a comunicare con lui, ma esisteva una possibilità concreta che stesse sperimentando la sua stessa sofferenza. Quel lutto amaro, che come veleno gli corrodeva l’anima. Tuttavia, non poteva aiutarlo, né sapeva come fare. Sospettava soltanto che, se fosse riemerso prima che lui fosse riuscito a spiegare tutto agli amici, avrebbe sprecato l’unica vera occasione che aveva di salvare Alice. Dunque, raccolse i suoi indumenti sporchi e, dopo aver stretto un’ultima volta tra le mani la camicia intrisa del sangue di lei, li chiuse per bene in un sacco della spazzatura. Lo gettò nello scivolo della spazzatura destinata all’inceneritore e sperò che la proverbiale curiosità di Gus non lo spingesse a recuperarlo, per scoprire cosa fosse accaduto. Poi corse di sotto, nel suo vecchio ufficio, a cercare il numero di telefono che gli serviva.
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