Sognai un fiume che scorreva lento. Un fiume enorme, non come quelli nostrani. La vegetazione intorno era rigogliosa e il suono degli uccellini meraviglioso. Io ero lì, sdraiato sulla riva in uno stato di semiveglia. Una leggera brezza trasportava pollini e aromi vari. Ero in pace. Un sublime stato di benessere interiore mi avvolgeva. Stavo pensando a qualcosa, ma non riuscivo a capire esattamente a cosa.
Con le dita della mano destra tamburellavo ritmicamente sulla terra.
Aprii gli occhi e guardai il cielo. Era azzurro e senza nuvole. Sorridevo estasiato. Una musica proveniva da lontano. Una musica che conoscevo. La sentivo sempre più forte e cercai di voltarmi per capire da quale direzione provenisse.
Sì, la conoscevo bene, si trattava di Bye Bye Blackbird di Ray Henderson, un brano reso famoso da John Coltrane.
Ora il volume era piuttosto alto. Mi svegliai di soprassalto. Era la suoneria del mio cellulare. Guardai l’ora. Le dieci e mezza.
«Pronto.»
«Mauri.»
«Sì?»
«Che cos’è questa voce da oltretomba?»
Mi stropicciai gli occhi e mi sedetti sul letto. Ero completamente rincoglionito.
«Quindi?», l’interlocutore replicò impaziente.
«Sì, chi e?»
«Cosa ti sei fumato stamattina? Il miglio del canarino? Sono Meucci.»
«Ale, scusami, ma stavo dormendo.»
«A quest’ora?»
«Eh, caro vecchio mio, di nuovo ad affrontare l’insonnia.»
«Brutta bestia, ne so qualcosa, ti chiamo dopo?»
«No, no, Ale, figurati, devo pur andare a lavorare no? Come stai?»
«Insomma, ho avuto momenti migliori, mi sa che presto valuterò l’opzione pensione.»
«Pure tu? Ma cos’è, una pestilenza? Ho incontrato Favaro che mi ha detto la stessa cosa. Pare che pure Bellavista sia intenzionato a mollare gli ormeggi.»
«Caro Mauri, ormai è parecchio che sono come un recluso qui ad Alessandria. Non sono mai riuscito a integrarmi, credimi. E poi sono stanco e malconcio.»
«Problemi postumi?»
«Beh, sai, quando uno rimane sforacchiato e con qualche pezzo in meno… forse è veramente giunto il momento di ritirarmi.»
Rimasi in silenzio e con la bocca impastata. Con la coda dell’occhio cercai la bottiglia d’acqua, la presi e bevvi a canna. Rimasi in silenzio a pensare.
«Beh? Sei morto nel frattempo?»
«No, Ale, è che da un po’ di tempo mi sento strano.»
«Non è che ti viene un infarto? Accusi dolori al petto? Al braccio sinistro?»
Mi toccai le palle e mi scappò da ridere.
«Ma che dici, deficiente! Pensa positivo, porca puttana, non è che poi porti sfiga.»
Sentivo Meucci ridere di gusto. In fondo non aveva perso il buon umore dei vecchi tempi.
«Dicevo con Favaro di organizzare una rimpatriata, che ne dici?»
«Sì, sì. Va bene. Io ci sono sempre.»
«Così parliamo un po’. Non ci si vede più come un tempo.»
«Caro Mauri, non ti nascondo che uno degli effetti devastanti della mia disgrazia è che ora sono sempre molto stanco. Alla sera, credimi, a volte mi addormento davanti al televisore, non mi vergogno a dirlo.»
Rimasi in silenzio.
«Ci sei?»
«Sì Ale. Ci sono. Dai, che tutto sommato devi ancora ritenerti un uomo fortunato, lo sai vero?»
«Anche grazie a te, a tutti voi. Non mi scorderò mai di quello che avete fatto per aiutarmi a vivere.»
«Bene», e cambiai bruscamente registro per non commuovermi. «Ragione in più per una bella rimpatriata. Un abbraccione Ale.»
«Ciao. E salutami Loretta.»
«Sarà fatto.»
Mi alzai dal letto e mi precipitai in bagno. Mi lavai il volto e mi osservai allo specchio. Stavo forse invecchiando precocemente? Cosa mi stava accadendo? Perché questa sensazione di disagio permanente e invadente?
Chiusi e riaprii gli occhi ripetutamente. Provai a voltare il capo a destra e a sinistra. La sensazione era decisamente strana e paradossale.
Quando voltavo il capo a occhi aperti avevo l’impressione di essere più veloce della mia vista. Le immagini che vedevo mi seguivano rallentate da una sorta di moviola.
Dovevo andare dal farmacista. Subito!
4
Il traffico era caotico, ma io ormai ci ero abituato. Ascoltavo musica e aspettavo paziente in coda. Il brano era delizioso. Ninna nanna per Vale di Paolo Fresu. Le sue note riuscivano a trasportarmi lontano, in altre dimensioni fantastiche. Dolci e sinuose entravano in me come vibrazioni estatiche. A volte mi lasciavo trasportare così bene da trovarmi impacciato e completamente imbambolato tra gli schiamazzi e i clacson inferociti. Già. Il popolo degli automobilisti guerrieri non ti concede mai la grazia. Neppure per qualche istante.
Ero ormai quasi giunto alla fine di corso Massimo D’Azeglio e avrei dovuto girare a sinistra su corso Vittorio Emanuele, in direzione di Porta Nuova, quando per istinto voltai dalla parte opposta. Mi infilai sul ponte che superava il Po e mi trovai in corso Moncalieri. Senza esitazione puntai verso la chiesa della Gran Madre di Dio.
Non so il perché, ma avevo deciso di andare a trovare la signora Parodi. Quando ti assalgono dubbi o intuizioni, devi seguirli e basta. Senza troppe domande.
Posteggiai in via Villa della Regina poco distante dal civico 14.
Mi guardai attorno. Quella era proprio una bella zona, pensai. Non a caso, quartiere dedicato a una borghesia medio alta.
Suonai il campanello.
Quando una signora rispose, mi presentai. La voce mi invitò a salire. Secondo piano.
L’androne era ampio e luminoso. I marmi erano così lucidi da potersi specchiare. Però, dissi, tra me e me.
La domestica mi attendeva con la porta socchiusa. Mi osservò con sguardo sinistro quindi, dopo qualche titubanza, mi fece entrare. La signora Parodi sopraggiunse ad accogliermi.
La vidi sorridente e più distesa del solito e ne fui felice. Mi prese le mani tra le sue poi, fissandomi negli occhi, sussurrò.
«A cosa devo il piacere? Qualche novità forse?»
«No, signora Parodi, no. Non siamo che all’inizio. Diciamo che passavo da queste parti e mi è venuta in mente…»
Facendomi accomodare su di un divano, si sedette di fronte a me.
«Dica, dica.»
Mi stropicciai il mento e poi vomitai quello che avevo da dire.
«Perché dovrei controllare tra le amicizie di Laura? Ha qualche sospetto?»
Lei non si scompose affatto. Rimase immobile a osservarmi.
«Posso offrirle un caffè?», disse pensando evidentemente ad altro.
«Sì, grazie», risposi.
Fece cenno con la mano alla signora di servizio che sparì in un battibaleno. Sospirò e poi mi affrontò.
«Ha figli, dottor Vivaldi?»
«Sì. Ho un figlio di 26 anni.»
«Bene. Allora, mi faccia la cortesia. Provi a vestire i miei panni. Cosa farebbe da genitore? Non ci ha mai pensato?»
Mi ritrovai spiazzato. La guardai serio senza rispondere.
Già, fosse successo a me? Da che parte avrei iniziato?
Abbassai lo sguardo a terra osservando le sottili trame colorate di un bellissimo tappeto persiano e incrociai le dita delle mani in una sorta di morsa.
«È una questione di pancia, capisce?», continuò fissandomi seriamente negli occhi. «Non si può e non si riesce a essere razionali, sono sensazioni quelle che si provano.»
Nel sospendere la frase si mordicchiò il labbro superiore. Ora cercava le parole osservando il soffitto.
«Io le parlo da mamma, e una mamma sente certe cose. Forse per un padre sarà diverso, forse», e il suo sguardo si perse nel vuoto.
Sospirai e aggiunsi «capisco.»
Lei sorseggiò il caffè in silenzio e attese fiduciosa le mie parole che non si fecero attendere.
«Le vorrei chiedere una gentilezza, signora Parodi.»
«Mi dica, tutto quello che posso fare.»
«Mi servono le fotografie di sua figlia.»
«Tutte?»
«Sì. Tutte. Da quando era una bambina, quelle di scuola, gli amici e le conoscenze, le vacanze, la laurea, tutto quello di cui lei è in possesso.»
Rimase un attimo a pensare e poi rispose affermativamente con il capo.
«Poi», proseguii.
«Vorrei poter stare un pochino nella stanza di sua figlia. Non rovisterò più di tanto e lo farò con garbo e rispetto, mi creda. Ma ho bisogno di entrare nel suo mondo e da solo.»
Lei continuava a osservarmi con piglio arcigno. Cercava di comprendere cosa volessi veramente. Era curiosa di sapere in quale direzione mi stessi muovendo.
«Le pare una richiesta inaccettabile?», commentai.
«No, assolutamente no. Originale forse. Ma sì, va bene, quando vuole, anche subito.»
Affermai con un cenno del capo. Rispose con la stessa mia espressione. Si alzò e mi fece cenno di seguirla.
Prima di aprire una porta del corridoio rimase per qualche istante immobile e muta. Osservava tenacemente la maniglia.
«Coraggio signora», la pregai.
Lei aprì ed entrò all’interno del locale. Si avvicinò alla finestra e tirò su la serranda. La luce entrò prepotente. Mi guardò ancora e poi aggiunse.
«Se ha bisogno di me, chiami pure. Io resterò in casa, naturalmente», e così facendo, chiuse la porta dietro di sé.
Misi le mani in tasca e cercai dei guanti in lattice, quelli monouso. Li indossai. Presi una matita dal portapenne e la tenni in mano.
Mi posizionai esattamente all’ingresso della stanza con la schiena poggiata alla porta. Guardai intorno con calma così come mi aveva insegnato il Dottor Ales alla scuola di polizia investigativa di Brescia quando ero ancora uno sbarbatello. Dall’alto verso il basso, da destra a sinistra, dal generale al particolare.
Era singolare come, in molte circostanze della vita professionale, riemergessero le lezioni della scuola di polizia. Mi era successo parecchie volte. Ricordo che tanti anni prima, in una scena del delitto con il corpo ancora caldo a terra, avevo fatto fuggire tutti lontano urlando come una scimmia. Stavano inquinando il teatro del crimine. Cosa che, ahimè, avviene quasi sempre. Anche in quell’occasione mi vennero in mente le preziose lezioni dei docenti di Vicenza, Brescia e Nettuno, le scuole di polizia che ho avuto la fortuna di frequentare. Già, quanto tempo era passato?
Osservai in silenzio per parecchio tempo.
Quella stanza non rappresentava la scena di un delitto, ma avrebbe potuto raccontare storie importanti, rivelare indizi, tracce, indicarmi strade diverse finora mai percorse da alcuno. Oppure sviarmi completamente e farmi languire su di una falsa pista.
Quella stanza poteva altresì tacere per sempre, perché Laura era morta e basta. Respirai lentamente.
Il locale era ampio. Sulla sinistra un grande armadio a sei ante in noce e, subito dopo, una grande cassettiera. Una scrivania sotto la finestra, delle mensole e, sulla destra, una libreria zeppa di volumi e tomi universitari. Infine il letto, da una piazza e mezza, alla francese. Un altro armadietto di colore bianco e un grosso cesto in vimini strapieno di riviste, per lo più scientifiche.
Al centro della stanza nulla. Nemmeno un tappeto. Sul soffitto una semplice plafoniera bianca.
Mi voltai. Attaccato al retro della porta d’ingresso un poster raffigurante il corpo umano.
Respiravo un silenzio quasi irreale.
La zona era già di per sé molto tranquilla, ma la stanza era anche rivolta verso l’interno della casa che si affacciava su di un piccolo giardino con degli alberi. Scostai le tende e guardai fuori.
Oltre il giardino altri palazzi di gente per bene, per lo più professionisti. Gente per bene, cosa vuol dire poi? L’esperienza mi aveva insegnato che chiunque può nascondere uno scheletro nell’armadio. Anche il più insospettabile. Nel voltarmi feci una smorfia.
Aprii alcune ante e notai un ordine meticoloso non molto confacente a una ragazza così giovane. Spostai i vestiti e guardai nelle tasche, alla ricerca di tracce. Già, tracce. Ma di che cosa?
Mi spostai verso la cassettiera. Stessa cosa. Tutto meticolosamente riposto. Un ordine a dir poco maniacale.
Mi sedetti alla sua scrivania. Accesi il computer, ma non avevo la password. Sfogliai i suoi quaderni, le sue agende, alcuni suoi libri.
Sul comodino vicino al letto la custodia di un dvd, Notre Dame De Paris. Lo aprii. Era vuoto. Cercai un lettore nella stanza, ma non lo vidi. Andai a cercarlo nel pc. Nulla da fare. Segnai sul mio taccuino questo particolare.
Mi inginocchiai per guardare sotto il letto. Tra i denti stringevo una piccola torcia. Mi avvicinai per osservare le doghe. Poi infilai le mani per alzare leggermente il materasso. Nulla.
La coperta era di un colore vivace tendente all’arancio mentre le lenzuola sotto erano di un colore azzurro intenso.
Osservai alcune fotografie appese al muro.
Lei con una amica, lei sulla spiaggia, ancora lei all’università il giorno della laurea. Nessuna foto del ragazzo. Come mai?