I

1734 Parole
INell’accingermi a raccontare i recenti e strani avvenimenti che si sono verificati nella nostra città, nella quale finora non è mai accaduto nulla di speciale, la mia inesperienza mi costringe a cominciare da più lontano e a fornire alcuni particolari biografici sul molto rispettabile Stepan Trofimovič Verchovenskij. Questi particolari serviranno da introduzione alla presente cronaca che mi accingo a scrivere. Lo dirò sinceramente: Stepan Trofimovič ha avuto sempre tra noi un ruolo speciale, civile, per così dire, e ha amato questo suo ruolo fino alla passione, e credo che sarebbe morto piuttosto che rinunciarvi. Non è che io voglia paragonarlo ad un attore sulla scena: Dio me ne guardi, tanto più che ha tutta la mia stima. Nel suo caso, tutto poteva dipendere dall’abitudine, o, per meglio dire, da una nobile tendenza che, sin dalla sua infanzia, l’aveva sempre spinto a sognare una bella posizione civica. Per esempio, amava straordinariamente la sua condizione di “perseguitato” e di “esiliato”. In tutte e due queste parolette c’è una sorta di splendore classico che lo aveva sedotto definitivamente e che, innalzandolo a poco a poco, nella considerazione di sé stesso, nel corso degli anni, lo aveva issato sopra un piedistallo particolarmente alto e lusinghiero per la sua vanità. In un romanzo satirico inglese del secolo scorso, un certo Gulliver, tornato dal paese dei Lillipuziani, dove la statura media della gente era non più di due pollici, stando fra loro si era talmente abituato a considerarsi un gigante, che, anche camminando per le vie di Londra, involontariamente lanciava grida ai passanti e alle carrozze perché si facessero da parte davanti a lui e perché facessero attenzione dato che lui avrebbe potuto schiacciarli, perché immaginava di essere ancora un gigante fra i nani. Per questo tutti ridevano di lui o lo insultavano e qualche rozzo cocchiere prendeva perfino a frustate quel presunto gigante. Ma era forse giusto? Cosa non può fare l'abitudine! L'abitudine aveva condotto quasi allo stesso punto anche Stepan Trofimovič, anche se in modo più innocente e inoffensivo, se ci possiamo esprimere così, perché era davvero un'ottima persona. Io credo che, verso la fine, tutti l’avessero dimenticato, ma non si può dire che prima fosse stato uno sconosciuto. È indiscutibile che per un certo periodo egli abbia fatto parte di quella famosa pleiade di illustri personaggi della nostra passata generazione e che per un certo tempo, magari anche solo per un minuto, il suo nome fosse stato pronunciato da gente frettolosa di allora, accanto, se non addirittura allo stesso livello, a nomi del calibro di Čaadàev, di Belinskij, di Granovskij e di Herzen, il quale in quel periodo stava appena iniziando la sua carriera all’estero. Disgraziatamente, la carriera di Stepan Trofimovič si interruppe proprio all’inizio, stroncata, come diceva lui “dal vortice delle circostanze”. Ebbene? Sta di fatto che, non solo il “vortice”, ma anche le circostanze” risultarono in seguito del tutto inesistenti in questo caso. Solo pochi giorni fa sono venuto a sapere, con mia grande meraviglia, ma con assoluta certezza, che Stepan Trofimovič viveva tra noi nella nostra provincia, nient’affatto in esilio, come tutti credevamo, ma che non era mai stato neanche sotto sorveglianza. Guardate, dunque, che grande potere ha l’immaginazione! Lui stesso credette per tutta la vita che in certi ambienti avessero una gran paura di lui, che i suoi passi fossero contati, i suoi gesti spiati, e che ognuno dei tre nuovi governatori mandati da Pietroburgo negli ultimi venti anni a reggere la nostra provincia, avesse istruzioni precise concernenti la sua persona. Se a quell’epoca qualcuno, con prove inconfutabili, avesse dimostrato al molto rispettabile Stepan Trofimovič che, in realtà, non aveva proprio nulla da temere, egli certamente si sarebbe offeso. Tuttavia, era un uomo intelligentissimo e pieno di talento, addirittura un uomo di scienza, per dir così… sebbene in campo scientifico sembra che non avesse fatto proprio un bel niente. Ma con gli uomini di scienza, da noi in Russia, queste cose capitano di continuo. Tornato dall’estero, verso il 1850 aveva occupato brillantemente una cattedra universitaria; riuscì però a tenere solo poche lezioni, sembra sull’argomento degli arabi. Svolse inoltre con molto successo una tesi sull’importanza civica e anseatica della piccola città tedesca di Hanau nel periodo tra gli anni 1413 e 1428 e sulle mai ben chiarite cause per cui tale importanza non fu mai acquisita. Questa tesi era piena di frecciate pungenti conto gli slavofili [1] dell’epoca, cosa che gli fece guadagnare una grande quantità di nemici in quell’ambiente. In seguito - del resto questo avvenne quando aveva già perso la cattedra universitaria - fece pubblicare in una rivista mensile di tendenze progressiste e che traduceva Dickens e che diffondeva le idee di George Sand, il principio di uno studio molto approfondito sulle cause della straordinaria nobiltà morale di certi cavalieri in una certa epoca, o qualcosa di simile. Per lo meno, vi era sostenuta un’idea molto elevata e nobile. Si sparse poi la voce che il seguito dello studio era stato tempestivamente vietato e anche che quella rivista progressista aveva corso un brutto rischio per aver osato pubblicarne la prima parte. Non è impossibile che tutto questo sia accaduto perché cosa non succedeva a quell’epoca? Ma in questo caso specifico l’ipotesi più probabile è che non sia accaduto nulla e che solo la pigrizia abbia impedito all’autore di terminare il suo lavoro. Aveva cessato le sue lezioni sugli arabi a causa di un piccolo incidente: una lettera compromettente, scritta da Stepan Trofimovič e indirizzata non si sa bene a chi, e contenente l’esposizione di certe “circostanze” era stata intercettata da un terzo (probabilmente un retrogrado), cosa che lo costrinse a fornire spiegazioni alle autorità. Non so se sia vero, ma affermavano anche che nello stesso periodo a Pietroburgo era stata scoperta una società segreta formata da una trentina di persone, società segreta che tramava contro lo Stato. Si diceva che si stessero preparando a tradurre lo stesso Fourier. Neanche a farlo apposta, proprio in quei giorni, a Mosca furono sequestrate in casa di alcuni studenti, alcune copie di un poema che Stepan Trofimovič aveva scritto a Berlino sei anni prima, nella sua prima giovinezza. Proprio ora, mentre scrivo, una copia di questo poema si trova nel cassetto del mio tavolo, me ne diede una copia autografata non più tardi di un anno fa lo stesso Stepan Trofimovič, con tanto di dedica e una rilegatura in marocchino rosso. Per la verità, questo poema non è del tutto privo di valore letterario e di un certo ingegno, (parrà strano, ma a quell’epoca, cioè fra il ’30 e il ’40 si scrivevano spesso cose del genere); ma mi troverei in imbarazzo se mi si chiedesse di raccontarne il soggetto, perché non ci capisco davvero nulla. È una specie di allegoria scritta in forma lirico-drammatica che ricorda vagamente la seconda parte del “Faust”. La scena si apre con un coro di donne, segue poi un coro maschile, poi entra in scena un coro di non so quali forze, e sul finale un coro di anime che non hanno ancora vissuto, ma che avrebbero una gran voglia di vivere. Tutti questi cori cantano qualcosa di molto indefinito, in particolare una maledizione verso non so bene chi, ma sempre con una sfumatura fortemente ironica. Poi la scena cambia all’improvviso per lasciare il posto a una sorta di “festa della vita” nella quale cantano persino gli insetti, poi appare una tartaruga che sproloquia certe parole sacramentali in latino e canta qualcosa e, se non ricordo male, canta persino un minerale, cioè un oggetto assolutamente inanimato. Insomma, cantano tutti ininterrottamente e, quando parlano, non fanno altro che litigare e far confusione, ma sempre con sfumature di altissimo significato. Infine, la scena cambia di nuovo e appare un luogo selvaggio e fra i dirupi si vede vagare un giovane incivilito che strappa certe erbe per succhiarle e alla domanda di una fata “perché succhi quelle erbe? ...”, lui risponde che sentendo in sé un eccesso di vita, va in cerca dell’oblio e che lo trova nel succo di quelle erbe, ma che il suo desiderio più grande è quello è quello di perdere al più presto la ragione (desiderio tutto sommato superfluo). Poi, improvvisamente entra in scena un giovanetto di indescrivibile bellezza a cavallo di un destriero nero, seguito da una folla sterminata di popoli. Il giovanetto rappresenta la morte, e tutti i popoli la desiderano. Alla fine, proprio nell’ultima scena, a un tratto appare la torre di Babele, e certi atleti finiscono di costruirla innalzando un canto di speranza, e quando ormai sono arrivati fino alla cima, il signore dell’Olimpo se ne scappa via in modo abbastanza comico e l’umanità, che alla fine ha capito, occupa il suo posto e inizia subito una nuova vita, con un modo completamente nuovo di capire le cose. Ecco, è proprio questo il poema che avevano trovato tanto pericoloso. L’anno scorso proposi a Stepan Trofimovič di pubblicarlo, vista la sua perfetta innocenza e innocuità, ma lui rifiutò la proposta con un evidente malcontento. Era proprio il fatto che io lo considerassi un poema del tutto innocente e innocuo a non andargli giù e penso che sia proprio questa la ragione di una sua certa freddezza verso di me che è durata almeno per un paio di mesi. Ma cosa avvenne a questo punto? Avvenne che proprio nei giorni in cui io gli proponevo di pubblicarlo qui, il poema fu stampato là, cioè all’estero, in una di quelle riviste rivoluzionarie e per giunta del tutto all’insaputa di Stepan Trofimovič. All’inizio lui rimase spaventato, tanto che si precipitò dal governatore e scrisse una nobilissima lettera di giustificazione, me la lesse due volte, ma non la spedì, non sapendo a chi indirizzarla. Insomma, si agitò per un mese intero, ma io sono convinto che nei più reconditi meandri del suo cuore egli, in realtà fosse straordinariamente lusingato. Per poco non dormiva con la rivista che gli avevano fatto avere e di giorno la nascondeva sotto il materasso e aveva vietato alla domestica di rifare il letto e, sebbene aspettasse da un giorno all’altro un certo telegramma non si sa bene da chi, guardava tutti dall’alto in basso. Non arrivò nessun telegramma. E allora si riconciliò anche con me, cosa che testimonia la straordinaria bontà del suo cuore mite, del tutto incapace di serbare rancore.
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