IIICi sono delle amicizie strane: a volte due amici sembra che
vogliano divorarsi l’uno con l’altro e vivono così tutta la vita,
ma non riescono a fare a meno l’uno dell’altro. Anzi, non riescono
assolutamente ad allontanarsi; l’amico che si irrigidisse troppo
fino a troncare l’amicizia sarebbe il primo ad ammalarsi e magari a
morirne. Io so per certo che Stepan Trofimovič, varie volte, e
perfino dopo un intimo colloquio a quattr’occhi tra i due, dopo che
Varvara Petrovna se ne era andata, balzava su dal divano e
cominciava a tempestare di pugni i muri della stanza. E non faceva
per finta, tanto che una volta fece pesino cadere l’intonaco dal
muro. Qualcuno si domanderà come io sia venuto a conoscenza di un
particolare così intimo. Ebbene, e se io stesso fossi stato un
testimone oculare? E se lo stesso Stepan Trofimovič avesse in
diverse occasioni singhiozzato sulla mia spalla, raccontandomi a
chiare tinte tutti i retroscena? E cosa non raccontava in quelle
occasioni! Ma quasi sempre, il giorno dopo quegli scoppi di pianto,
lui era già pronto a spargersi il capo di cenere per farsi
perdonare la propria ingratitudine e correva a casa di lei oppure
si precipitava da me, solo per annunciarmi che Varvara Petrovna era
un autentico “angelo di onore e delicatezza, e che lui era
esattamente l’opposto”. Non solo correva da me, ma in varie
occasioni aveva scritto alla stessa Varvara Petrovna delle lettere
in cui le raccontava tutto, confessandole, per esempio, di aver,
non più tardi del giorno prima, raccontato ad un estraneo che lei
manteneva la sua amicizia con lui solo per vanità, che invidiava la
sua cultura e il suo talento, che lo odiava e che aveva paura di
palesare questo suo odio per timore che lui si allontanasse da lei
rovinandole così la sua reputazione letteraria e che tutto questo
lo portava a disprezzare sé stesso e aveva quindi deciso di morire
di morte violenta, e aspettava da lei l’ultima parola, eccetera
eccetera, sempre su questo tono. Dopo di che è facile immaginare a
quale livello di isterismo potessero arrivare certe crisi di nervi
di Stepan Trofimovič, il più infantile dei cinquantenni! Mi capitò
una volta di leggere una di queste sue lettere, scritta dopo non so
quale litigio fra loro per un futile motivo, ma risoltasi in una
lite piena di veleno. Mi spaventai e lo supplicai di non spedire
quella lettera.
- Non è possibile!... È più onesto… è mio dovere… morirò se
non riuscirò a confessarle tutto, tutto! - rispose quasi in uno
stato di delirio, e spedì ugualmente la lettera.
Proprio in questo consisteva la differenza tra loro: Varvara
Petrovna, infatti, non avrebbe mai mandato una lettera simile. È
vero che lui amava follemente scrivere, le scriveva pur abitando
nella stessa casa e quando cadeva nei suoi attacchi di nervi
arrivava a scriverle anche due volte al giorno. So con certezza che
lei leggeva quelle lettere sempre con la massima attenzione, anche
quando ne riceveva due al giorno e, dopo averle lette, le annotava
e le classificava riponendole poi in un certo cassetto oltre che
nel proprio cuore. Poi, dopo aver fatto attendere per tutto il
giorno una risposta al suo amico, lo incontrava come se niente
fosse, come se il giorno prima non fosse accaduto nulla di
speciale. A poco a poco l’aveva addestrato a tal punto che neanche
lui osava più ricordare quanto era accaduto il giorno prima e si
limitava a cercare lo sguardo di lei. Ma Varvara Petrovna, per la
verità, non dimenticava proprio nulla, mentre lui, al contrario,
dimenticava anche troppo rapidamente e, incoraggiato
dall’atteggiamento calmo e tranquillo di lei, nello stesso giorno
gli capitava di scoppiare a ridere e aveva un comportamento
spigliato bevendo champagne con gli amici. Chissà con quanto veleno
negli occhi doveva averlo guardato in quei momenti Varvara
Petrovna, ma lui non si accorgeva di nulla! Poi, magari una
settimana o un mese o sei mesi dopo, ricordandosi improvvisamente
di una frase di quelle lettere o della lettera intera in tutti i
particolari, avvampava per la vergogna e si tormentava a tal punto
da cadere in uno dei suoi attacchi di enterite. Erano una sorta di
attacchi di gastroenterite simili alla colerina e, a volte, erano
il risultato delle sue scosse nervose e rappresentavano una curiosa
particolarità della sua costituzione fisica.
In realtà, molto spesso Varvara Petrovna doveva odiarlo
sicuramente, ma di una cosa sola lui non si accorse mai: che per
lei, in un certo senso, era diventato come un figlio, una sua
creatura, addirittura una sua invenzione, di essere diventato carne
della sua carne e che lei non si prendeva cura di lui solo per
“invidia del suo talento”. E come doveva sentirsi offesa Varvara
Petrovna per simili supposizioni! Nel suo cuore, fra l’odio, la
gelosia e il disprezzo, doveva celarsi un incontenibile amore per
lui. Lo aveva tenuto lontano da ogni granello di polvere, lo aveva
cullato per ventidue anni e non avrebbe dormito per intere notti
per l’inquietudine e la preoccupazione, se solo fosse stata in
gioco la sua reputazione di poeta, di scienziato, di cittadino. Lo
aveva inventato lei e lei per prima credeva nella sua invenzione;
Stepan Trofimovič era come il frutto della sua fantasia… Ma, in
cambio, lei esigeva effettivamente molto, moltissimo da lui, fino a
renderlo schiavo, a volte. E serbava rancore fino all’inverosimile.
A questo proposito racconterò due storielle.