VI

1696 Parole
VIPartirono e passarono a Pietroburgo quasi tutta la stagione invernale. Ma, nel periodo della quaresima, tutto scoppiò come una bolla di sapone. I sogni svanirono e lo scompiglio non solo non si chiarì, ma diventò ancora più disgustoso. Per prima cosa, non fu possibile riavviare le alte relazioni, se non in misura microscopica e a prezzo di sforzi umilianti. Varvara Petrovna, fortemente offesa, si era gettata a capofitto nelle “nuove idee” e aveva deciso di organizzare due serate a casa sua. Invitò dei letterati e gliene portarono subito in gran numero. Poi cominciarono ad arrivare da soli anche senza invito: ognuno portava qualche amico. Non aveva mai visto dei simili letterati. Traboccavano vanagloria da tutta la loro persona e in modo del tutto esplicito, come se stessero compiendo un loro preciso dovere. Alcuni, anche se non tutti, si presentavano addirittura ubriachi, come se in questo trovassero un fascino particolare di cui vantarsi. Tutti si vantavano di qualche cosa. Su tutti i visi stava scritto che avevano appena scoperto un segreto straordinariamente importante. Continuavano a litigare fra loro, ritenendolo una cosa di cui vantarsi. Era difficile sapere precisamente cosa avessero scritto, ma c’erano comunque dei critici, dei romanzieri, dei drammaturghi, dei satirici, dei panflettisti. Stepan Trofimovič riuscì ad entrare perfino nel loro ambiente più riservato, dove si dirigeva il movimento. Arrivare fino ai dirigenti era un’impresa ardua, ma quelli lo accolsero cordialmente, benché, naturalmente, nessuno di loro sapesse o avesse mai sentito parlare di lui, se non che era un “rappresentante dell’idea”. Si dette da fare così tanto nel loro ambiente che riuscì perfino a farli venire un paio di volte nel salotto di Varvara Petrovna, malgrado la loro olimpica maestà. Avevano tutti un’aria molto seria e cortesissima; si comportavano bene; tutti sembravano temerli, ma era anche evidente che avevano una gran fretta di andarsene. Si fecero vedere anche due o tre celebrità letterarie di una volta, che passavano per caso proprio in quei giorni a Pietroburgo e con le quali Varvara Petrovna già da tempo intratteneva relazioni molto cordiali. Ma, con sua grande meraviglia, quelle che un tempo erano state delle autentiche e indiscutibili glorie erano più tranquille dell’acqua di uno stagno, più umili dell’erba, e alcune di esse andavano mendicando vergognosamente dei favori. Da principio a Stepan Trofimovič andò bene; si attaccarono a lui e cominciarono a metterlo in mostra nelle pubbliche riunioni letterarie. Quando salì per la prima volta su un palco, durante una di quelle letture pubbliche, fra gli oratori scoppiarono dei battimani fragorosi che andarono avanti per almeno cinque minuti. Nove anni dopo ricordava ancora quell’episodio con le lacrime agli occhi, anche se, per la verità, questo accadeva più per il carattere artistico della sua natura che per gratitudine. “Io sono pronto a scommettere… anzi, vi giuro…” mi diceva poi (ma solo a me in gran segreto) “che fra tutto quel pubblico nessuno sapeva nulla di me!”. Confessione non di poco conto; era dunque molto intelligente se in quell’occasione sul palco era stato in grado di capire tutta la situazione, nonostante quel momento fosse per lui a dir poco inebriante; ma, nello stesso tempo non doveva essere troppo intelligente se perfino nove anni dopo non riusciva a ricordare quell’episodio senza sentirsi offeso. Gli fecero firmare due o tre proteste collettive (contro che cosa non lo sapeva nemmeno lui), e lui firmò. Convinsero anche Varvara Petrovna ad apporre la sua firma sotto un certo “comportamento scandaloso”, e anche lei firmò senza battere ciglio. D’altronde, la maggior parte di quegli “uomini nuovi”, frequentavano, sì, Varvara Petrovna, ma si sentivano anche in diritto di guardarla con disprezzo e con una malcelata ironia. Nei suoi momenti di tristezza, Stepan Trofimovič mi confessava poi che appunto a quell’epoca lei aveva cominciato ad invidiarlo. Certamente, lei si rendeva conto di non poter frequentare quella gente, tuttavia, la riceveva con avidità, con tutta la sua impazienza isterica di donna e, soprattutto, era sempre in attesa di qualcosa. Durante quelle serate non parlava molto, anche se avrebbe potuto, per lo più preferiva ascoltare. Gli argomenti di conversazione erano, per esempio, la soppressione della censura, l’abolizione di una lettera dell’alfabeto antiquata, la sostituzione dell’alfabeto russo con quello latino, la deportazione di un tale avvenuta il giorno prima, un certo scandalo accaduto al Passage, l’opportunità dello smembramento della Russia secondo le nazionalità seguendo lo schema di un libero legame federativo, la soppressione dell’esercito e della flotta navale, la restaurazione della Polonia fino al Dnepr, la riforma contadina e i proclami, l’abolizione del diritto ereditario, della famiglia, dei figli e dei preti, i diritti delle donne, la casa di Kraevskij che nessuno avrebbe mai potuto perdonare, eccetera eccetera. Era evidente che in quella accozzaglia di uomini nuovi c’erano anche molti scrocconi, ma era anche evidente che molti di loro erano onesti ed anche molto simpatici, malgrado certi loro aspetti davvero sorprendenti. Gli onesti erano molto più difficili da capire dei disonesti e degli ignoranti, ma non si sapeva bene chi dominasse sugli altri. Quando Varvara Petrovna comunicò il suo progetto di pubblicare una rivista, in casa sua arrivò ancora più gente, ma le rinfacciarono subito di essere una capitalista e una sfruttatrice del lavoro degli altri. Queste accuse erano tanto disinvolte quanto improvvise. Il decrepito generale Ivan Ivanovič Drozdov, vecchio amico e compagno d’armi del defunto generale Stavrogin, uomo a suo modo degnissimo e che noi tutti qui conosciamo, testardo e irascibile fino all’estremo, gran mangiatore e che aveva anche una gran paura dell’ateismo, in una di quelle serata a casa di Varvara Petrovna aveva cominciato a discutere con un giovane molto celebre. Questi gli disse subito: “Se parlate così siete sicuramente un generale!”, nel senso che non poteva trovare un insulto peggiore di “generale”. Ivan Ivanovič si inquietò terribilmente: “Certo, caro signore, io sono un generale, io ho servito il mio sovrano, mentre tu, caro signore, non sei altro che un moccioso senza Dio!” Si scatenò uno scandalo terribile. La faccenda finì anche sulla stampa e si cominciò a raccogliere le firme per una protesta collettiva contro il “comportamento indecente” di Varvara che non aveva cacciato subito il generale. In una rivista illustrata comparve addirittura una vignetta che raffigurava Varvara Petrovna, Stepan Trofimovič e il generale come tre amici retrogradi; la vignetta era accompagnata da alcuni versi scritti per l’occasione da un poeta popolare. Da parte mia, vorrei far notare che, in effetti, molti graduati dell’esercito hanno il vezzo un po’ ridicolo di dire: “Io ho servito il mio sovrano”, come se non avessero lo stesso sovrano che abbiamo tutti, ma ne avessero uno particolare, tutto per loro. Naturalmente, non era possibile rimanere ancora a Pietroburgo, tanto più che Stepan Trofimovič aveva subìto un fiasco definitivo. Non era riuscito a trattenersi e aveva proclamato pubblicamente i diritti dell’arte, attirando su di sé una valanga di sghignazzi. Nella sua ultima conferenza gli venne in mente di mettere in atto un’efficace forma di eloquenza civile, immaginando in questo modo di raggiungere il cuore degli ascoltatori e confidando sul rispetto per il suo “esilio”. Si dichiarò completamente d’accordo sull’inutilità e la comicità della parola “patria”, fu d’accordo anche sulla pericolosità della religione, ma dichiarò con fermezza, a voce alta, che Puškin era più importante di un paio di stivali, e anche di molto. Al che, fu fischiato senza pietà, tanto che scoppiò in lacrime di fronte a tutti, proprio lì, sul palco. Varvara Petrovna lo riportò a casa che era più morto che vivo. “ On m’ha traité comme un vieux bonnet de coton!” balbettava lui stordito. Lei lo vegliò per tutta la notte, gli diede delle gocce di lauro ceraso e gli ripeté fino all’alba: “Voi siete ancora utile, comparirete ancora in pubblico, vi apprezzeranno ancora… in un altro posto!” Il giorno dopo, di mattina presto, si presentarono da Varvara Petrovna cinque letterati, dei quali tre assolutamente sconosciuti e che lei non aveva mai visto. Con un’aria molto severa le comunicarono di aver esaminato tutta la faccenda della sua rivista ed erano venuti per esporre le loro opinioni sull’argomento. Per la verità, Varvara Petrovna non aveva mai dato a nessuno l’incarico di esaminare il progetto della rivista. La risoluzione che avevano preso era questa: una volta fondata la rivista, lei doveva cederla subito a loro, insieme ai capitali, a titolo di libera associazione, poi se ne doveva tornare a Skvorešniki insieme al suo amico Stepan Trofimovič “che era invecchiato”, come dicevano loro. Per delicatezza acconsentivano a riconoscerle i diritti di proprietà e a mandarle ogni anno un sesto dell’utile netto. La cosa più commovente era che almeno quattro di quelle cinque persone non si erano presentate da lei con nessun interesse di lucro e si davano da fare solo in nome della “causa comune”. - Ce ne andammo come tramortiti. - raccontava Stepan Trofimovič - Io non riuscivo neanche a rendermi conto di cosa fosse accaduto e ricordo che balbettavo continuamente, seguendo il ritmo del treno: Vek e Vek e Lev Kambèk, Lev Kambèk e Vek e Vek… E chissà cos’altro, fino a Mosca. Solo una volta arrivati a Mosca mi ripresi, come se là avessi potuto trovare qualcosa di diverso! - a volte esclamava - Oh, amici miei! Voi non potete immaginare che angoscia e che rabbia possa invadere la nostra anima quando degli ignoranti si impadroniscono di una vostra grande idea che voi avete fatto nascere e poi avete venerato come una cosa santa, quando viene rubata da dei cialtroni che poi la trascinano per la strada verso gente stupida come loro, e poi voi ritrovate improvvisamente quella vostra vecchia idea al mercatino degli stracci, irriconoscibile, sporca di fango, esposta male, senza proporzioni, senza armonia, ridotta come un giocattolo destinato a degli stupidi bambini! No! Ai nostri tempi non era così, non erano queste le nostre aspirazioni! Io non riconosco più nulla. Ma vedrete che il nostro tempo ritornerà e di nuovo tutto ciò che oggi vacilla sarà avviato su una nuova strada! Altrimenti, cosa mai accadrà?
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