V

1153 Parole
VEra stata la stessa Varvara Petrovna a ideare il tipo di abbigliamento che lui portò per tutta la vita. Erano abiti eleganti e caratteristici: un soprabito nero a lunghe falde, abbottonato fin quasi in cima, ma che gli stava a pennello; un cappello floscio a tesa larga (d’estate di paglia), una cravatta bianca di batista con un gran nodo e le estremità penzolanti, una canna col pomo d’argento e i capelli lunghi fino alle spalle. I suoi capelli erano castani e solo negli ultimi tempi cominciarono a incanutire. Si radeva baffi e barba. Si dice che da giovane fosse molto bello. Ma, secondo me, anche da vecchio era molto imponente. E poi, possiamo parlare di vecchiaia a cinquantatré anni? Eppure, per una sorta di civetteria civica, non solo non si ringiovaniva, ma sembrava vantarsi della sua età matura e con il suo abbigliamento, con la sua figura alta, magra e con i capelli fino alle spalle dava l’idea di un patriarca o, meglio ancora, del ritratto del poeta Kukolnik, litografato in non so quale edizione intorno agli anni ’30 o ’40, specialmente quando d’estate sedeva su una panchina in giardino, sotto un arbusto di lillà fiorito, con le mani appoggiate al bastone, un libro aperto accanto, immerso in poetiche meditazioni sul tramonto del sole. A proposito di libri, noterò che verso la fine cominciò stranamente ad allontanarsi dalla lettura. Ma questo solo verso la fine. Leggeva regolarmente giornali e riviste che Varvara Petrovna gli faceva avere in quantità. Si interessava continuamente anche alle novità della letteratura russa, senza per questo perdere nulla della propria dignità. Un tempo si era interessato allo studio della nostra alta politica a proposito di affari interni ed esteri, ma aveva presto abbandonato questa impresa, facendo un gesto di rinuncia. Capitava anche che portasse con sé in giardino Tocqueville, mentre teneva nascosto in tasca Paul de Kock. Ma queste sono davvero delle inezie. Osserverò tra parentesi qualcosa a proposito del ritratto di Kukolnik: questo quadretto era capitato per la prima volta in mano a Varvara Petrovna quando, ancora bambina, si trovava in un collegio a Mosca. Si era subito innamorata del ritratto, seguendo la consuetudine di tutte le fanciulle dei collegi che si innamorano di tutto quello che capita loro a tiro, oltre che dei loro insegnanti, si capisce, soprattutto quelli di calligrafia e disegno. Ma il fatto curioso qui non è tanto il comportamento di una fanciulla, quanto il fatto che a cinquant’anni Varvara Petrovna conservasse ancora quel ritratto fra le sue cose più intime e preziose, al punto che forse solo per questo aveva ideato per Stepan Trofimovič un abbigliamento molto simile a quello del quadretto. Ma, naturalmente, anche queste non sono altro che inezie. Nei primi anni, o, più precisamente, nella prima metà della sua permanenza presso Varvara Petrovna, Stepan Trofimovič aveva ancora in animo di scrivere una certa opera e ogni giorno si accingeva molto seriamente a cominciare l’impresa. Ma nella seconda metà doveva aver dimenticato completamente questo suo progetto. Sempre più spesso ci diceva: “Mi pare di essere pronto, ormai ho raccolto tutto il materiale necessario, ma non riesco a lavorare! Non riesco a scrivere nulla!” e abbassava la testa, profondamente afflitto. Sicuramente, proprio questo gli conferiva ai nostri occhi una grandezza ancora maggiore, come se fosse un martire della scienza, ma lui voleva qualcos’altro. Più di una volta gli sfuggì detto: “Mi hanno dimenticato, nessuno ha bisogno di me!” Questa sorta di profonda malinconia si era impossessata di lui intorno al 1860. E Varvara Petrovna, alla fine, si rese conto che la questione era seria. Non poteva accettare l’idea che il suo amico fosse ormai dimenticato e inutile. Per distrarlo e anche per rinfrescare la sua gloria, lo aveva portato a Mosca, dove aveva alcune eleganti conoscenze nell’ambiente letterario e scientifico, ma anche in seguito alla permanenza a Mosca le cose sostanzialmente non cambiarono affatto, anche Mosca si era rivelata insoddisfacente. Era un periodo molto particolare, era nato un fermento nuovo, non c’era più il silenzio di prima, c’era un’atmosfera molto strana ma che poteva essere avvertita dovunque, persino a Skvorešniki. Giungevano diverse voci. Grosso modo i fatti erano noti a tutti, ma era ormai chiaro che, insieme ai fatti, si erano sviluppate anche certe idee che circolavano in grande quantità. Era proprio questo che provocava un turbamento: non era proprio possibile documentarsi e sapere con esattezza cosa significassero quelle idee. Varvara Petrovna, seguendo il suo istinto femminile, sospettava qualche segreto. E così cominciò a leggere giornali e riviste, comprese molte pubblicazioni proibite e stampate all’estero e perfino i primi volantini che cominciavano a diffondersi proprio in quel periodo (lei, infatti, riusciva a procurarsi tutto); ma il risultato fu solo un gran mal di testa. Si mise a scrivere lettere, ma le risposte a queste lettere erano poche e sempre più vaghe e incomprensibili. Stepan Trofimovič fu invitato in modo molto solenne a spiegarle “tutte quelle idee” una volta per tutte, ma lei rimase decisamente insoddisfatta delle spiegazioni del suo amico. Il punto di vista di Stepan Trofimovič sul movimento in generale era estremamente altezzoso e sprezzante, per lui tutto si riduceva al fatto che lui era stato dimenticato e che si sentiva inutile. Ma finalmente si ricordarono anche di lui, dapprima su certe pubblicazioni estere, dove veniva descritto come un martire in esilio, e subito dopo a Pietroburgo, dove veniva dipinto come una stella che aveva fatto parte di una certa costellazione; chissà perché, lo paragonavano perfino a Ra discev. Dopo di che qualcuno pubblicò addirittura la notizia che egli era morto e ne prometteva il necrologio. Stepan Trofimovič risuscitò in un battibaleno e cominciò subito a darsi un sacco di arie. Tutta l’altezzosità e il disprezzo che aveva dimostrato per i suoi contemporanei svanirono di colpo e in lui si formò un sogno, e cioè di aderire al movimento e mostrare tutto il suo valore. Varvara Petrovna tornò subito ad avere in lui una cieca fiducia e a darsi un gran da fare. Fu deciso di andare subito a Pietroburgo, di prendere informazioni precise su tutto quanto stava accadendo e, se possibile, dedicarsi alla nuova attività con tutte le forze. Dichiarò, fra l’altro, di essere disposta a fondare lei stessa una nuova rivista e dedicare all’impresa tutta la sua vita. Visto a che punto si era arrivati, Stepan Trofimovič si fece ancora più presuntuoso e durante il viaggio cominciò ad avere nei confronti di Varvara Petrovna un atteggiamento quasi protettivo, cosa che Varvara ripose subito nel suo cuore. D’altra parte, lei aveva anche un altro motivo molto importante per fare quel viaggio, vale a dire rinnovare le sue alte relazioni. Bisognava fare tutto il possibile perché il mondo si ricordasse di lei, o, almeno, tentare. Comunque, il presto ufficiale di quel viaggio era un incontro con il suo unico figlio che proprio in quei giorni terminava il corso di studi al liceo di Pietroburgo.
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