Isa Maggi

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Isa Maggi Le persone giovani continuano ad essere tra le più penalizzate sul mercato del lavoro e, tra loro, le giovani donne lo sono ancora di più, nonostante i migliori risultati conseguiti nei processi formativi scolastici ed universitari. La difficoltà di ingresso al mondo del lavoro si sta traducendo in misura crescente nella disponibilità ad accettare lavori meno qualificati. C’è un crescente divario tra le competenze richieste dalle imprese e quelle in possesso delle giovani donne che si affacciano sul mercato del lavoro. Il così detto Skills mismatch, che in Italia si attesta al 40% - contro la media europea del 36%. La recessione che il Paese sta attraversando ormai da 8 anni riflette l’effetto congiunto di diversi fattori che combinati tra loro hanno avuto conseguenze rilevanti con conseguente riduzione della domanda di lavoro. I dati Istat evidenziano una lieve ripresa e per questo si ritiene necessario attivare forme, strategie, azioni più incisive per dare maggiore impulso al miglioramento in atto, non ancora visibile nel quotidiano. Il part time, inteso come scelta “involontaria” e un dato che in Italia è superiore a quello di tutti gli altri paesi europei, soprattutto per le donne. Soggetti precedentemente non attivi hanno iniziato a cercare un lavoro, spinti della necessità di sostenere la propria famiglia in questo periodo di crisi. Un fenomeno che ha coinvolto in particolare la componente femminile. Donne che non lavoravano o che erano uscite dal mercato del lavoro cominciano a partecipare, spesso però in posizioni poco qualificate. Se nelle statistiche ufficiali al numero delle persone disoccupate affiancassimo anche quello delle inattive ora alla ricerca, avremmo un quadro molto più ampio. Un numero impressionate se si considera che è forza lavoro non utilizzata che causa delle perdite sia economiche che umane. Il deterioramento umano di chi rimane fuori dal mercato è un danno individuale che comporta una perdita sociale, sia per le ridotte potenzialità di crescita sia per le esternalità negative nei rapporti sociali. I talenti delle donne non devono essere sprecati. L’Europa raccomanda e sancisce principi di sostegno ai giovani e alle giovani donne in particolare fondati su politiche attive di istruzione, formazione e inserimento nel mondo del lavoro che, promuovendo la prevenzione dell’esclusione e della marginalizzazione sociale, introduce finanziamenti importanti con valenza anche anticiclica negli Stati dove la disoccupazione giovanile risulta superiore al 25%. Le donne e il lavoro delle donne sono un valore aggiunto per una riduzione delle povertà, per uno sviluppo delle città e l’attivazione di politiche di urbanizzazione sostenibili, per un’istruzione di qualità, per una vera attenzione all’ambiente e al cambiamento climatico, per affrontare criticità emergenti quali le migrazioni in atto. È ora di una nuova economia al femminile che si fondi su uno sviluppo economico e sociale inclusivo basato su sistemi di governance della cultura, dell’innovazione e della creatività che rispondano alle esigenze e ai bisogni delle popolazioni. Un sistema di gestione trasparente della società, partecipativo ed informato, che implichi anche il coinvolgimento di una ampia platea di voci, provenienti in particolare dalla società civile e dal settore privato. Abbiamo bisogno di un cambiamento nei valori trasmessi dai nostri sistemi economici e finanziari: dalla ricerca della redditività al benessere, dagli schemi di concorrenza alla solidarietà, dalla disuguaglianza alla trasparenza.
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