Capitolo 1-3

2058 Parole
Non appena fu completamente pulito, si asciugò, indossò il camice e i calzini nuovi, si infilò le sue scarpe da ginnastica e mise i vestiti sporchi dentro la busta di plastica destinata al personale delle pulizie. Come il dottore aveva promesso, ritornò esattamente quindici minuti dopo. «Apprezzo davvero quello che sta facendo,» disse Dex, tendendogli i vestiti. «A essere sinceri, la sua organizzazione non è la più facile con cui relazionarsi.» Il dottore uscì e Dex lo seguì. Sembrava che non fosse la prima volta che l’uomo aveva dei problemi con i THIRDS. «Già, sto iniziando a rendermene conto,» borbottò Dex. Non riusciva ancora a credere che avessero tenuto nascoste delle informazioni fondamentali che potevano influenzare la vita di uno dei loro agenti. Nonostante tutto il bene fatto dai THIRDS, erano comunque parte del governo, e Dex non era tanto ingenuo da nutrire una fiducia cieca in alcuna istituzione. Aveva visto troppe cose nel corso della sua carriera, sia al CPU che nei THIRDS. Loro rappresentavano un passo nella direzione giusta per l’unione di umani e teriani, sì, ma non erano privi di difetti. «Suppongo che non lavori da molto nei THIRDS?» Il dottore si fermò a una delle postazioni degli infermieri e consegnò i vestiti di Dex mentre parlava a bassa voce con una giovane teriana dai capelli ricci. Lei fece un cenno al medico e svanì. Si rimisero subito in moto. Dex scosse la testa. «Un anno questo mese. Prima ero un detective della Omicidi al CPU.» «Aspetti.» Il dottore si accigliò pensieroso. «Daley. L’ho vista al telegiornale. Lei ha testimoniato contro il suo partner umano.» «Il mio momento di gloria,» rispose freddamente Dex. «Chiedo scusa. Non volevo insinuare nulla. Pensavo di averla riconosciuta. Considerando le alternative, preferisco avere a che fare con i THIRDS piuttosto che con il CPU. Senza offesa.» «Si figuri.» Non se ne era andato proprio in rapporti amichevoli. Tuttavia, ci aveva passato un bel periodo. Non avrebbe gettato al vento dieci anni di buon lavoro per un mucchio di stronzi burocrati. «Non sono tutti così male ma, sfortunatamente, di solito sono i coglioni quelli che gridano più forte.» Il medico ridacchiò. «Sfonda una porta aperta, agente Daley.» Attraversarono il reparto di Terapia Intensiva e si fermarono davanti a una delle stanze, dove Dex usò il dispenser di gel disinfettante per le mani che c’era sulla parete, nonostante si fosse già strofinato da capo a piedi. La porta scorrevole di vetro era chiusa, e la tenda bianca dal motivo blu e rosa era tirata, impedendogli di vedere all’interno. Si sfilò le scarpe senza toccarle e le spinse di lato così che nessuno ci potesse inciampare sopra. Poi allungò una mano verso il grosso pulsante che avrebbe aperto la porta. Esitò. Qualsiasi cosa si aspettasse, di certo gli sarebbe sembrato ancora peggio. Dex ricordò a se stesso tutto quello che il suo partner aveva passato nella vita e che, per quanto fosse stata dura, non aveva ceduto, e lo avrebbe fatto di nuovo. Si aggrappò a quello. Il dottore gli mise una mano sulla spalla, con uno sguardo comprensivo. «Il suo partner è un combattente, ma avrà bisogno della sua forza.» Dex annuì, stringendo le labbra per evitare di cedere al turbamento che gli infuriava dentro. Con un lieve sorriso, il dottore strinse un’ultima volta la sua spalla prima di andarsene, lasciandolo da solo. Beh, non poteva rimanere lì in piedi tutto il giorno. Facendosi coraggio, premette il pulsante e aspettò che la porta si aprisse prima di sollevare la tenda e scivolare dentro. C’era un infermiere con la schiena rivolta verso Dex a controllare i parametri vitali di Sloane. «Mi scusi,» disse il giovane teriano, per poi voltarsi e andarsene. Per un momento Dex pensò di aver riconosciuto l’infermiere, ma se lo scordò nell’attimo in cui il suo sguardo si posò su Sloane. «Gesù.» Si strofinò una mano sul volto nel tentativo di ricomporsi. Diventava sempre più difficile ogni momento che passava. Avvicinatosi al letto di Sloane, Dex si fermò, cercando di notare ogni dettaglio. Sapeva cosa avrebbe dovuto aspettarsi, ma vedere Sloane sdraiato lì, in quello stato… Era un pugno a tradimento al suo cuore. Il lato sinistro del suo bel volto era gonfio e coperto di lividi. Le macchie violacee continuavano lungo il collo e svanivano sotto il camice da ospedale, il cui colore blu era in forte contrasto contro la sua pelle abbronzata, che era tutta graffiata. C’erano flebo e tubi attaccati da tutte le parti, mentre il ronzio delle macchine e i bip dei monitor risuonavano nella stanza altrimenti silenziosa. Dex aveva visto di peggio durante la sua carriera, ma sul lavoro aveva trovato dei modi per superarlo. Quando era qualcuno che amava a lottare per la propria vita, come diavolo poteva affrontarlo? Trascinò una poltrona imbottita fino al capezzale di Sloane e si sedette, rifiutandosi di perdere il suo autocontrollo. Sloane aveva bisogno che fosse forte. Quando il suo partner avrebbe ripreso i sensi, chi poteva dire che cosa avrebbe scoperto il dottore? Dex poteva solo sperare per il meglio. Non poteva permettersi di pensare a nient’altro. «Ehi, bellissimo.» Dex voleva toccarlo, ma esitò. Non aveva mai visto Sloane in quello stato e trovava difficile capire che cosa fare. Il letto era stato sistemato per far star comodo Sloane ed era leggermente sollevato; quella posizione permetteva a Dex di vedere le condizioni pessime in cui si trovava il suo partner. Come poteva sembrare tanto fragile quel teriano così forte? Molti umani temevano e odiavano i teriani, si sentivano minacciati da loro e dalle loro abilità, e li ritenevano invulnerabili ai difetti umani. I teriani potevano essere resistenti, ma non erano affatto immuni al dolore, alle malattie o alla morte. Non erano perfetti, e sì, c’erano teriani che si sentivano superiori agli umani, ma secondo Dex ciò dimostrava soltanto che, anche se la mutazione del loro DNA li aveva resi fisicamente differenti, all’interno erano fallibili quanto gli umani. Dex si portò la mano di Sloane alle labbra per un bacio e serrò gli occhi contro le lacrime che minacciavano di scendere. Mantieni il controllo, novellino. Sorrise nonostante la situazione. Pronunciata da Sloane, quella parola era diventata un termine affettuoso. Che cosa non avrebbe dato per sentire la sua voce bassa e roca o per vedere quei profondi occhi color ambra. Cercava di non pensare troppo al loro futuro, considerando la sua tendenza a muoversi troppo velocemente, ma ogni tanto gli venivano in mente delle idee sciocche. Come loro due che vivevano insieme e che passavano insieme il resto delle loro vite. Che erano una famiglia. «Devi stare bene. Ho bisogno che tu stia bene. Maledizione, ho bisogno di te. Mi hai promesso un pomeriggio a letto, ricordi?» Una lacrima gli scivolò lungo la guancia e lui l’asciugò in fretta. Va tutto bene. Respira. Solo quella mattina era tra le braccia di Sloane, e sorrideva a quegli occhi scintillanti. Si erano presi in giro a vicenda e avevano riso, prima che Dex si sciogliesse contro Sloane come faceva sempre quando lui lo baciava. Era stato stupidamente felice. Dopo gli ultimi mesi, tutto aveva iniziato a sembrare di nuovo normale. E poi… Si portò nuovamente la mano di Sloane alle labbra e la tenne lì, con gli occhi chiusi con forza mentre gli sfuggiva un’altra lacrima. Sarebbe andato tutto bene. Lo aveva detto il dottore. Sloane era un combattente. «Ho bisogno che tu stia bene, Sloane. Ti prego. Non so se riesci a sentirmi. Probabilmente non puoi, ma lo dirò lo stesso. Ti amo. Ti amo e non puoi lasciarmi.» Un colpetto sulla finestra lo spaventò a morte e riappoggiò con attenzione la mano di Sloane sul letto. Maledizione, si era dimenticato di chiudere la tenda quando era entrato, e ora suo padre era in piedi là fuori con un’aria piuttosto incazzata. Merda. Non si era aspettato che tornasse tanto presto. Maledicendosi per essere stato così disattento, afferrò un camice da uno degli appendiabiti sul muro e se lo infilò, insieme a una cuffia di plastica. I parametri di Sloane erano a livelli normali, e Dex non voleva che si prendesse un’infezione per causa sua. Non appena ebbe finito, lasciò la stanza, si chiuse la porta alle spalle e affrontò suo padre. Quando parlò, cercò di sembrare naturale. «Ehi, va tutto bene?» Tony contrasse le labbra, il suo sguardo severo su Dex. Oh, Dio, Lo sa. Certo che lo sa. Come diavolo aveva fatto a pensare che avrebbe potuto tenere la relazione segreta a suo padre? Non era mai riuscito a nascondergli nulla. Poteva contare sulle dita di una mano il numero di volte che era riuscito a farla franca, durante la sua infanzia, senza che suo padre a un certo punto lo scoprisse. Tony era un sergente dei THIRDS, per l’amor del cielo. Se suo padre non sapeva qualcosa, o stava facendo appositamente finta di niente oppure non era abbastanza interessato da ficcare il naso. La miglior linea d’azione per Dex era rimanere calmo, silenzioso e fermo. Dopo un momento straziante, l’espressione di Tony si addolcì. «Sì. Va tutto bene. Tu come te la stai cavando?» Dex annuì, sentendosi pizzicare gli occhi. Suo padre lo stava coprendo? Doveva essere così. Non sarebbe stata la prima volta che Tony metteva i suoi ragazzi davanti a tutto, incluso il lavoro. Che diavolo, era per quello che si era fatto reclutare dai THIRDS, dopo aver adottato Cael. Il pensiero di ciò che suo padre stava facendo per lui, insieme a Sloane steso nella stanza alle sue spalle, gli fece sbattere le palpebre varie volte per cercare di mantenere il controllo su di sé. Non che suo padre non lo avesse mai visto piangere prima, ma Dex aveva paura che, se avesse cominciato, non si sarebbe più riuscito a fermare. «Figliolo…» Quella parola pronunciata con dolcezza spezzò Dex. Si lasciò andare tra le braccia aperte di suo padre e permise alle lacrime di cadere. Non riusciva a ricordarsi l’ultima volta che aveva pianto in quel modo. Da quanto tempo era che accumulava? Gli ultimi mesi lo avevano spinto fino al limite, ma aveva indossato la sua maschera da duro e aveva fatto tutto il necessario per continuare ad andare avanti. Era sempre stato bravo a stare su di morale, a trovare un motivo per sorridere anche se dentro di sé stava urlando. Da quando si era unito ai THIRDS, era stato rapito, picchiato, gli avevano sparato, lo avevano quasi fatto saltare per aria e ora quello. Se non fosse stato per Sloane che gli aveva preso le chiavi, sarebbe rimasto coinvolto lui nell’esplosione. «Avrei dovuto esserci io…» Tony si allontanò e prese il volto di Dex tra le mani. «Smettila. Conosco Sloane. Avrebbe fatto tutto ciò che era in suo potere per tenerti al sicuro. Dimentica ciò che sarebbe dovuto o potuto succedere e pensa a come potrai essere presente per lui quando si sveglierà. Avrà bisogno che tu ti prenda cura di lui, e sappiamo entrambi che con tutto quello che Sloane ha passato nella sua vita, si merita una brava persona che si occupi di lui, anche se è troppo testardo per ammetterlo. Okay?» «Sì.» Dex tirò su con il naso e prese il fazzoletto che suo padre gli stava tendendo. Ci si soffiò il naso e poi lo gettò nel cestino accanto alla porta. Aveva le orecchie in fiamme, la gola dolorante, gli pizzicavano gli occhi e gli faceva male la testa. Era costretto a respirare con la bocca perché aveva il naso chiuso. Dio, in che stato era. Si voltò e si avvicinò alla finestra per osservare Sloane. Tony si fermò accanto a lui, gli mise un braccio attorno alle spalle e lo attirò a sé. «Starà bene, ma come ti ho detto, avrà bisogno del suo partner. È per questo che sono venuto qui. Con Hogan e il suo gruppo ancora là fuori, Sloane è in una posizione vulnerabile. Credo che sarebbe una buona idea se voi due rimaneste insieme. Magari potrebbe stare a casa tua mentre si riprende. Non mi piace pensare a lui da solo nel suo appartamento. Ci sono troppi punti d’accesso, dentro e attorno all’edificio. Quel posto è un incubo tattico. La tua strada è stata sgombrata, e Hogan non è tanto stupido da colpire due volte lo stesso posto. In più, nelle vicinanze ci sarà qualcuno di guardia per ogni eventualità.»
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