Capitolo 4: Assenza materna

953 Parole
La luce del mattino inondava la cucina dalle grandi finestre a vetrata, creando rettangoli perfetti di sole sul pavimento in pietra. Emma aveva impiegato un po' ad addormentarsi la sera prima, perseguitata dal contatto sotto il tavolo e dalla promessa velata di una visita. Era scesa un po' tardi, sperando di aver saltato la colazione. Claire era già lì, impeccabile in un tailleur color crema, in piedi davanti al piano di lavoro con una tazza di caffè vuota in mano. Marc, lui, era seduto al tavolo, attaccando un succo di frutta con una lentezza deliberata. Alzò gli occhi quando lei entrò, un leggero movimento delle sopracciglia che faceva le veci di un saluto. "Ah, Emma! Finalmente sveglia," disse Claire posando la sua tazza. Non sembrava arrabbiata, solo distante, la mente già altrove. "Vuoi un caffè? Un tè?" "Solo un tè, grazie," mormorò Emma dirigendosi verso l'armadio. "Perfetto." Claire fece un respiro, incrociando e incrociando le braccia. "Ascolta, tesoro, devo parlarti. Un'opportunità formidabile si è appena presentata." La parola "tesoro" suonava falsa, troppo brusca, come un preambolo a una cattiva notizia. Emma sentì un freddo percorrerle la schiena. Si girò verso sua madre, il bollitore elettrico dimenticato in mano. "Un'opportunità?" "Un contratto importante a Seoul. Tre settimane, forse un mese. È... è imperdibile, Emma. Per la carriera, è fondamentale." La parola "imperdibile" cadde come un sasso nel silenzio della cucina. Emma guardò il viso di sua madre, così vivo quando parlava di affari, così liscio e così chiuso a tutto il resto. Tre settimane. Un mese. Proprio ora che era appena arrivata. "Tre settimane?" ripeté, la sua voce più piccola di quanto avrebbe voluto. "Ma... sei appena tornata. E io..." "Lo so, lo so." Claire si avvicinò, le posò una mano rapida sul braccio. "È un tempismo orribile. Ma è così. L'aereo è stasera." Stasera. Lo shock la fece vacillare. Cercò lo sguardo di Marc, come per una conferma, una protesta. Lui era ancora seduto, il bicchiere di succo a metà strada verso le labbra. La stava osservando, impassibile. Quando Claire si girò per prendere il suo telefono che vibrava sul bancone, lui sostenne lo sguardo di Emma. Poi, molto lentamente, un sorriso apparve sulle sue labbra. Un sorriso strano, quasi impercettibile, che modificava solo la curva della sua bocca. I suoi occhi, invece, rimanevano scuri, inespressivi, come se stessero semplicemente assorbendo il suo sconforto. Era un sorriso che non la rassicurò. La gelò. Claire, il telefono all'orecchio, faceva "sì, sì" con tono pressante. Riappese e si girò di nuovo verso di loro, con un'aria insieme scusata e sollevata che la conversazione l'avesse tirata fuori da un momento difficile. "Marc, tu... vuoi tenere d'occhio lei?" chiese, posando finalmente gli occhi su suo marito. Marc posò il suo bicchiere con un clic netto sul tavolo di vetro. Si alzò, e la sua presenza sembrò improvvisamente occupare tutta la stanza. Si diresse verso Claire, le prese la mano con una solennità gentile. "Non preoccuparti un solo istante, tesoro," disse, la sua voce un velluto rassicurante. Accarezzò il dorso della mano di Claire con il pollice. "Mi prenderò cura di lei. Noi andremo molto d'accordo, Emma e io." Pronunciò la frase con una lentezza calcolata, girandosi leggermente verso Emma alla fine. "Emma e io." Le parole risuonarono nella cucina troppo bianca, cariche di una promessa che non sapeva decifrare, ma che le fece salire un'ondata di panico sordo. Claire parve sciogliersi di sollievo. Si alzò sulla punta dei piedi per baciare Marc sulla guancia. "Sei un amore. Lo sapevo. Emma, vedi? Sarai in buone mani." Emma cercò di parlare, ma le parole rimasero bloccate in gola. Non voleva essere "nelle sue mani". Voleva che sua madre restasse. Voleva del tempo. Voleva una casa che non fosse così silenziosa, così perfetta, così... maschile, all'improvviso. La giornata volò alla velocità dell'angoscia. Claire trascorse le sue ultime ore a preparare febbrilmente la valigia, al telefono con i suoi assistenti, con la compagnia aerea. Distribuiva istruzioni rapide tra una chiamata e l'altra, senza mai fermarsi veramente per parlare con Emma. La sera arrivò troppo presto. Il taxi aspettava davanti al cancello. "Bene, dobbiamo andare!" annunciò Claire, infilando il suo cappotto di cachemire. Si precipitò verso Emma, la avvolse in un abbraccio rapido e profumato. "Sii brava, tesoro. Ascolta Marc. Ti chiamerò appena posso. C'è un fuso orario terribile, ma troverò dei momenti." La baciò su entrambe le guance, baci secchi e frettolosi. Poi si girò verso Marc, che se ne stava sulla soglia della porta, le mani in tasca ai jeans. "Prenditi cura di lei, amore mio." "Viaggio tranquillo," disse semplicemente. La attirò a sé per un bacio più lungo, più profondo, una mano nei suoi capelli. Un bacio che sembrava significare io tengo le redini. E poi se ne fu andata. I suoi tacchi scoccarono sulla ghiaia, lo sportello del taxi sbatté, e il veicolo scomparve nell'oscurità della strada. Il silenzio che calò allora fu di una densità nuova. Non era più il silizio pulito e ordinato della casa di Claire. Era un silenzio vivo, carico, che sembrava gonfiarsi per colmare il vuoto lasciato dalla sua partenza. Emma rimase immobile nell'ingresso, a guardare la porta chiusa. Sentì dietro di sé il leggero rumore dei passi di Marc sul parquet. Non diceva nulla. Aspettava. Poi, parlò. La sua voce, nel salone vuoto, risuonò con una chiarezza gelida. "Allora," disse, con un tono quasi distaccato, ma lei poteva sentire il suo sguardo sulla sua schiena. "Ci divertiremo." Chiuse gli occhi. Le quattro parole, semplici, caddero come una sentenza. Il brivido che la percorse non era più solo di tristezza o di abbandono. Era pura apprensione. La casa era appena cambiata di natura. Ed era lei al suo interno, con lui. Da sola.
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