CAPITOLO 2
Settembre 2019
Diomira non campò in eterno.
Morì all'improvviso due anni dopo aver acquistato l'abito per il proprio funerale che, in effetti, indossò solo un paio di volte.
Se ne andò di punto in bianco, in piena salute, colta da un ictus mentre guardava a letto le repliche di “Ballando con le stelle”.
A trovarla fu una vicina, la signora Lidia Baiocchi.
Si erano date appuntamento per un caffè e Diomira era in ritardo. Lidia l'aveva chiamata al telefono e, non avendo ricevuto risposta, era entrata in casa con il mazzo di chiavi che l'amica le aveva dato. L'aveva trovata a letto, la TV ancora accesa, il telecomando sul pavimento e un'espressione indecifrabile sul viso, una via di mezzo tra il sorriso e lo stupore.
Lidia non aveva nemmeno tentato di chiamarla, non aveva urlato, era stata solo indecisa se chiuderle gli occhi, poi aveva pensato a tutti i gialli che avevano visto insieme e aveva deciso di non farlo. Con il cellulare di Diomira, uno smartphone piuttosto sofisticato che lei usava con notevole disinvoltura, aveva cercato il numero di Virginia sperando che non fosse in ospedale. Per fortuna, le aveva risposto al terzo squillo.
«Diomira...» aveva sentito.
«Sono la Lidia.» Era bastato quello.
Era come se Diomira avesse sempre saputo che, in quel frangente, di tutto si sarebbe occupata Virginia. Non che ci volesse un indovino, Ruggero era spesso in un altro continente, Rodolfo su un altro pianeta e Daria fuori dal Sistema Solare. L'unica con i piedi per terra, in tutti i sensi, era Virginia.
Naturalmente Rodolfo, che era un seminoto regista cinematografico, si era prodigato nell'intralciare, con l'intento fallimentare di pianificare, mentre Ruggero aveva fatto appena in tempo a rientrare da Bombay per il funerale. Daria non pervenuta.
Al funerale c'erano tutti, però.
Daria, Rodolfo, Ruggero, Virginia e i relativi figli, Luca, Lapo e Leone. Virginia rimarcava spesso che la elle di Luca, suo figlio, era casuale e che comunque come età stava in mezzo ai cugini Lapo e Leone.
Erano belli tutti, in fila nei banchi della chiesa parrocchiale.
Virginia si era seduta dietro di loro perché era entrata per ultima visto che aveva dovuto spiegare all’addetto delle pompe funebri, per l'ennesima volta, che dovevano lasciare i fiori in chiesa e non portarli al cimitero.
Ruggero l'aveva raggiunta, si era seduto accanto a lei e le aveva preso la mano.
L'ultima volta che l'aveva fatto non erano ancora sposati, non stavano nemmeno del tutto insieme, a voler essere precisi. Virginia ricordava distintamente che si trovavano al cinema ed erano in quella fase che Ruggero aveva poi definito di trattativa. Forse si erano baciati poco dopo, ma non ne era sicura e comunque non era una cosa da pensare durante un funerale, anche se Diomira l'avrebbe trovato divertente. Pure appropriato. A modo suo, era stata una donna romantica.
Virginia non aveva ascoltato molto, aveva preferito pensare ai fatti suoi. Agli anni passati e ai giorni appena trascorsi che, sembrava incredibile, rappresentavano un distillato di quel che avevano vissuto e di come erano. Fragili e precari.
Ogni mese ha una luce tutta sua, ma settembre è il più particolare di tutti, forse perché culla l'ambizione di essere estivo senza averne la forza. La luce è chiara, fulgida, il cielo è terso e fa caldo, ma è settembre, non c'è niente da fare: porta con sé una malinconia nostalgica e gentile. Perfetta per un funerale, pensò Virginia guardando le persone uscire dalla chiesa e radunarsi a capannelli vicino a Ruggero e a Rodolfo.
Sarebbe piaciuta anche a Diomira una giornata così. Lei, che amava i colori caldi, le cose allegre, la leggerezza come antidoto per le tribolazioni, sicuramente avrebbe apprezzato, o stava apprezzando, ovunque fosse e in qualsiasi forma, che nel giorno del suo funerale splendesse il sole e il cielo fosse turchese.
Il tepore della giornata e la luce cristallina fecero indugiare di più le persone sul sagrato della chiesa. Tutti a complimentarsi con Rodolfo per l'organizzazione perfetta, l'annuncio sul giornale locale, i fiori, le parole... E mentre il seminoto regista Eller accoglieva con modestia e riconoscenza le buone parole che gli venivano rivolte, suo fratello cercò la moglie con lo sguardo, trovandola, come sempre, ai margini del gruppo; le sorrise alzando gli occhi al cielo, Virginia gli rispose con un cenno impercettibile che solo loro due coglievano, ça va sans dire.
Poi la gente si diradò, il carro funebre partì lento con dietro l'auto di Ruggero e Rodolfo. Diomira sarebbe stata cremata nei giorni successivi per cui, al momento, non c'era nient'altro da fare.
Erano le undici passate e Virginia si avviò verso casa. Alla spicciolata erano andati via tutti, anche Daria che aveva un impegno improrogabile.
«Noi andiamo a casa della nonna» annunciò Luca cogliendola di sorpresa.
Non si era accorta che suo figlio e i due cugini erano ancora lì. Si erano allontanati per salutare alcuni amici e lei li aveva persi di vista.
«Chi? Dove?» rispose.
«Io, Lapo e Leone andiamo a farci una carbonara a casa della nonna. Lei lo avrebbe apprezzato. La sua carbonara, nella sua cucina. Sistemo tutto dopo, non preoccuparti.»
Non era preoccupata, come non lo sarebbe stata Diomira.
«Mi sembra una buona idea» sorrise Virginia.
Nonostante avesse ventidue anni, Luca andava a mangiare dalla nonna ogni volta che era a casa e spesso cucinavano insieme come quando lui era bambino e diceva che da grande avrebbe fatto il cuoco sulle navi da crociera.
«Ci vediamo dopo, d'accordo?»
«D'accordo.»
Sempre grande, sempre equilibrato, con un intuito che metteva i brividi.
Virginia guardò suo figlio allontanarsi insieme ai cugini. Apparivano identici, tre ventenni gagliardi con la vita in mano, solo che il suo Luca, anziché perseverare nel voler fare il cuoco sulle navi da crociera, aveva finito per scegliere di diventare pilota di aerei militari.
Ruggero rientrò dopo un'ora.
Silenzioso come un gatto, Virginia se lo ritrovò in cucina.
Si muoveva da sempre con la leggerezza di un ladro, per non svegliarli, interromperli, disturbarli, lui che abitava la casa come un ospite di passaggio.
«Mangi o dormi?» gli chiese Virginia, abituata ai suoi agguati.
«Dormo. E tu?»
Erano le due del pomeriggio.
Facevano entrambi un mestiere per il quale bisognava dormire a comando, quando si poteva.
«Vengo con te.»
Quando non andava al lavoro, Virginia si sforzava di tenere ritmi di sonno e veglia normali, era convinta che alla lunga dormire di giorno e star svegli di notte, in modo casuale e caotico oltretutto, sballasse il cervello, ma era un'idea sua, non c'era letteratura di settore che confermasse quella teoria.
Il letto era rifatto, con le coperte tirate sul punto di strapparsi, quindi si levarono pantaloni e camicia e si misero sotto il plaid che Virginia teneva piegato in fondo.
Si erano visti direttamente al funerale, Ruggero era arrivato dall'aeroporto e si era fatto portare in chiesa. Nei giorni precedenti si erano parlati al telefono, ma di fatto non c'era stato modo di dire per bene com'erano andate le cose, di raccontare, elaborare. Un silenzio saturo e quieto si posava spesso su di loro scoraggiando le parole che finivano per uscire una alla volta e ben distanziate tra loro.
«Grazie, Virginia.»
«Di che?»
«Ti sei occupata di tutto.»
«Te lo ha detto Rodolfo?»
Ruggero sogghignò sommessamente. «No, no. Lui è sempre convinto di aver gestito tutto da solo.»
«Ah ecco.»
La stanza era in penombra, a Virginia sembrava di dormire in un acquario. C'erano ombre sui muri, disegni che conosceva a menadito e che continuava a guardare con ottuso interesse.
«Non ho fatto in tempo a vedere il vestito verde petrolio» aggiunse Ruggero avvicinandosi. Dormivano in fila indiana, tutti e due sul fianco sinistro, lei davanti e lui dietro.
«Ottanio.»
«Giusto.»
«Le stava molto bene. Luca le ha cotonato i capelli.» Il pilota, futuro maresciallo dell'aeronautica militare, era uno che cotonava i capelli alla nonna.
Poi sentì la mano di Ruggero posarsi sul suo fianco, sull'osso sporgente della cresta iliaca. Quando dormivano insieme, lui le posava la mano lì, tra la pelle e l'elastico delle mutande, dicendo che senza quel gesto non si sarebbe addormentato. Virginia si chiedeva, senza dirlo, come facesse a dormire quando era solo negli alberghi di mezzo mondo. Il suo pensiero, però, si fermava lì, in genere vinto dal sonno di entrambi.