CAPITOLO 3

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CAPITOLO 3 Novembre 2019 Virginia non aveva capito fino a che punto Diomira fosse una presenza significativa, ma se ne rese conto tra settembre e novembre trovandosi del tutto sola. Luca era rientrato a Vicenza e Ruggero era stato ovunque con brevi scali in Italia e sporadici giorni a casa. Niente di insolito, la loro vita era così da più di vent'anni, la novità era la riflessione in merito. Gli orari disordinati di entrambi erano stati tenuti insieme da Diomira che si era occupata di Luca garantendogli, fin da piccolo, un ritmo regolare, nei momenti in cui la mamma era in ospedale e il papà chissà dove. Ovvero quasi sempre. Adesso che quel fil di ferro con cui Diomira li aveva legati non c'era più, a Virginia sembrava che stessero andando tutti alla deriva come satelliti sganciati dall'orbita. Con una risolutezza che non era la sua cifra, in ottobre aveva fatto domanda per passare dal reparto di ostetricia all'organizzazione dei corsi pre-parto e allattamento. Con la sua anzianità l'avevano accontentata e così, nel giro di poche settimane, aveva impacchettato una mezza vita lavorativa a favore di un nuovo assetto professionale con un ritmo sonno-veglia nella norma. Ci aveva messo niente ad abituarsi. Sveglia alle sette, ritirata non oltre le dieci. Una noia mortale, ma una noia normale. Con Luca si sentivano una volta alla settimana intorno alle otto, con Ruggero quasi tutti i giorni negli orari più strani, ma ora non per colpa sua. A rendersi conto di essere sola ci aveva messo ancor meno che ad abituarsi a dormire di notte. Era sola di una solitudine per sottrazione che il chiasso di Diomira aveva coperto come un buon make up copre le discromie della pelle. I rumori in casa, per esempio, si erano amplificati, un'immaginaria cassa di risonanza li spandeva nel silenzio ininterrotto della giornata. Le chiavi rimbombavano nella toppa, gli avvolgibili scrosciavano come cascate, gli interruttori della luce parevano gong e la sacca da lavoro posata sul pavimento aveva lo stesso effetto di un macigno caduto dalla cima di una montagna. Il pomeriggio nebbioso e buio in cui era rientrata più tardi del solito non aveva costituito un'eccezione. Era rincasata dopo le sei perché, durante una di quelle sedute di allattamento forzato, un neonato aveva vomitato e la madre era andata nel panico. Non era nulla di grave, ma la poveretta non se l'era sentita di guidare, così Virginia si era offerta di accompagnarla a casa. Poco male, era sola e non doveva preparare la cena per nessuno. Aveva posato la sacca sul pavimento, acceso la luce dell'ingresso e poi alzato gli avvolgibili del tinello. Era stato in quel momento che si era accorta che la casa era diversa senza sapere esattamente come. Nulla era fuori posto, tuttavia c'era qualcosa di spostato. Poi udì un ronzio provenire dalla cucina, si affrettò e vide che il forno era acceso. Non poteva averlo lasciato acceso, era uscita di casa poco dopo le sette e non usava mai il forno per preparare la colazione. Si stava già guardando intorno in modo febbrile, con una sorta di paura in corpo e un tremore nelle mani che le impedivano di pensare lucidamente e individuare l'azione più sensata da compiere. Poi si accorse che, alle sue spalle, il vano della porta si era oscurato. Non aveva udito nessun rumore, ma c'era qualcuno in casa. «Nessuna stupida sorpresa, hai dimenticato il cellulare a casa.» La voce di Ruggero la fece voltare di scatto. Era lui, in accappatoio e piantato in mezzo alla porta. Di confessare lo spavento non ce ne fu bisogno. «Che ci fai... dovevi rientrare sabato. È successo qualcosa? Luca?» «Non è successo nulla e Luca non c'entra. Mi ha chiamato mio fratello.» Quindi Ruggero si avvicinò al forno, lo aprì e ci mise dentro la casseruola con l'arrosto che vi stazionava sopra e che Virginia non aveva nemmeno visto. Quello avrebbe dovuto tranquillizzarla, perché difficilmente un aggressore ti cucina la cena prima di saccheggiarti la casa o prenderti a botte. «Come investigatrice non sei migliorata» la canzonò Ruggero. «Tu come topo da appartamento invece sì.» Il marito le sorrise. Aveva mantenuto intatto lo sguardo dei vent'anni, come ci fosse riuscito era un bel mistero. Virginia sospettava che avesse fatto un patto con il diavolo, del resto non si spiegava in altra maniera il modo in cui gli stavano la divisa da pilota, il cappello, e quell'andatura in bilico tra il marziale e il red carpet. Anche in accappatoio faceva una gran figura. Era una bella fortuna che passasse metà della sua vita a dormire in quelle catene d'alberghi che forniscono accappatoi bianco ottico. «Torno subito. Mi vesto e arrivo. Tu intanto apparecchia... o volevi uscire a cena?» «No. Domani devo andare al lavoro.» Non le piaceva uscire a cena con Ruggero. Lui, che mangiava più spesso nei ristoranti che a casa, si muoveva nei locali pubblici con la stessa disinvoltura di casa, mentre lei aveva sempre la sensazione di sentirsi fuori parte. Non sapeva mai con che tono di voce parlare, spesso non parlava proprio: le cose frivole non le venivano e quelle serie non le avrebbe discusse in un ristorante pieno di gente. Ruggero invece commentava il cibo, salutava le persone; ovunque andassero conosceva sempre un sacco di gente, nonostante non restasse mai a lungo in città; attaccava bottone con i camerieri e le cameriere: si godeva la serata. A lei sembrava essere di scorta. Apparecchiò la tavola per due poi andò a cambiarsi. Fece anche una doccia veloce e si presentò in cucina con la tuta che utilizzava per stare in casa. Trovò Ruggero intento a pulire delle verdure mentre ascoltava la radio. Lo guardò per un po' prima di entrare in cucina. Sapeva che lui si era accorto di lei, non gli sfuggiva nulla, ma stava sculettando sulle note di una canzoncina popolare e non si sarebbe fermato. Anche la tuta grigia con i polsini slabbrati gli stava bene, come pure i capelli bagnati e le ciabatte di gomma. Virginia entrò e andò a controllare l'arrosto nel forno, quindi si sedette sul top della cucina accanto al tagliere su cui Ruggero stava lavorando. «Daria ha lasciato mio fratello» disse lui senza nemmeno alzare gli occhi dalle carote ma spegnendo la radio. «Eh?» «Daria ha lasciato Rodolfo.» «In che senso?» «Nell'unico senso possibile. Vuole il divorzio.» «Perché?» «Non lo ama più, pare sia la versione ufficiale.» «E che razza di motivo è?» Con quella domanda ottenne lo sguardo di Ruggero, che sollevò il viso dalle carote e le sorrise per una frazione di secondo. «Uno di quelli che va per la maggiore, credo.» «Il motivo che va per la maggiore è: lui ha un'altra o lei ha un altro.» «O lui ha un altro, lei ha un'altra» precisò Ruggero. «Anche.» «E comunque se uno ha un'altra è segno che non ama più il tizio o la tizia del precedente rapporto.» Sì, ma finché non c'è un'altra persona di mezzo si tiene botta. Per i figli, per lo sbattimento inutile, perché è stressante e perché lasciarsi costa parecchio. «Quindi Daria ha un altro?» «Non lo so.» «E Rodolfo?» «Direi di no: lui non immaginava nemmeno che sua moglie volesse lasciarlo.» «Non lo immaginava nessuno.» Quell'ultima affermazione le fece ottenere un'altra occhiata. Ruggero aveva gli occhi giovani. Nonostante le rughe, le palpebre stanche e le occhiaie, era riuscito a conservare l'intensità di chi guarda con curiosità e rischio. «Sì, dai, chi l'avrebbe mai detto?» precisò Virginia. «Sono sempre insieme... lui le fa la regia di tutti quegli eventi...» «Del cazzo.» «Non sono eventi del cazzo.» «Le mostre di disegni zero-tre anni sono eventi del cazzo» puntualizzò Ruggero. Anche il parere di Virginia non era molto distante da quello, ma lei pensava di non avere gli strumenti intellettuali per capire. «E comunque non è questo il punto» replicò. «Il punto è che condividono molto. Lui la sostiene e lei sostiene lui.» «A lei fa comodo, anzi faceva comodo, sfoggiare il marito regista e lui si compiace della pseudoartista.» «Sei cinico.» Ruggero cinico? C'era da non crederci. Il più delle volte sfoggiava un equilibrio e una leggerezza che passavano erroneamente per superficialità. «Be', comunque tutta la loro condivisione è andata a puttane.» Che finezza. «Quando?» «Adesso. Di recente.» Ruggero aveva continuato a tagliare le carote e ora le stava buttando in una padella dove sobbolliva quietamente un soffritto verdognolo. Dopo le carote venne il turno delle zucchine. «La settimana scorsa lei gli ha detto che si trasferiva.» «Così, di punto in bianco...» «Esatto.» Virginia ripensò all'ultima volta che li aveva visti. Dopo il funerale li aveva incontrati una mattina al bar, stavano facendo colazione, lui stava leggendo il giornale e lei era occupata a rispondere ai messaggi. Però erano insieme ed emanavano quella complicità che lei gli aveva sempre invidiato. La parola invidia le esplose nel cervello. Non si era mica resa conto, nel ventennio appena trascorso, di aver invidiato Daria e Rodolfo. «Non mi capacito.» «Perché, scusa?» Virginia strinse con le mani il bordo del top su cui era seduta, ma non parlò. La risposta spontanea sarebbe stata che non si capacitava di come una coppia affiatata, due persone che condividevano l'uno la vita dell'altro, la carriera, i successi, le aspettative, i progetti, all'improvviso avessero deciso di lasciarsi senza un motivo... be' forse un motivo c'era e loro non lo sapevano. Ma non lo disse, si limitò a guardare gli occhi turchesi di Ruggero per poi passare alle zucchine sminuzzate in dischetti tondi tutti uguali. «E i ragazzi?» «Lapo convive con una compagna d'università a Pavia e Leone è partito per l'Erasmus.» «Non è mica una risposta.» «Non sono in casa.» «Sì, va be', ma sono sempre i loro figli.» «Non abbiamo parlato dei ragazzi.» In quel momento partì una versione digitale di “Raindrops keep fallin’ on my head” che eruppe dal cellulare di Ruggero. «È Rodolfo» disse. «Puoi finire di affettare le zucchine? Cinque millimetri.» Virginia non batté ciglio, era abituata alla precisione di Ruggero, bastava guardare come organizzava la valigia per avere un'idea di come prendesse sul serio spazi e misure. «Dimmi, sì, sono io.» La voce baritonale si perse nel corridoio. Virginia finì di tagliare la verdura, diede un'occhiata in frigo per controllare se ci fosse qualche altro ortaggio da giustiziare, poi, valutata la cottura delle carote, aggiunse le zucchine augurandosi di non aver fatto un danno irreparabile. Ruggero rientrò pochi minuti dopo. «Andiamo dall'avvocato domani» le disse. A lei sembrava una cosa inconcepibile. Come quando divorziano quelle star del cinema, quelli che la gente pensa si amino alla follia. Forse l'amore intenso è destinato a essere breve. Ventisette anni però non erano pochi. C'era comunque una logica nel supporre che un sentimento tiepido e diluito fosse destinato a durare nel tempo rispetto a uno intenso e impetuoso. Come quando allunghi il vino con l'acqua. Un amore ardente assomiglia più a un fuoco d'artificio, magnifico ma effimero. Restava da chiarire come potessero spegnersi ventisette anni di fuochi d'artificio. «Dall'avvocato?» «Sembra che tu non sappia com'è un divorzio.» «È che non riesco immaginare Daria e Rodolfo litigare.» «Non stanno litigando.» «E allora a che gli serve l'avvocato?» «Per la casa in Sardegna. Devono decidere che farne. Serve a tutti e due.» A chi ha una vita mondana, in effetti, può servire una casa in Sardegna. Rodolfo aveva sempre invitato gente per dar lustro alla carriera e Daria era stata la perfetta padrona di casa intellettuale. Una vera intellettuale, tra l'altro, di quelli che fanno un lavoro mal pagato, ma di grande prestigio, e che non lo cambierebbero per nulla al mondo perché ci credono. «E tu che c'entri?» «Rodolfo non è sicuro di capire. È confuso. Sai, non è mica come organizzare un funerale.» Virginia abbozzò un sorriso. Ruggero si era riappropriato del cucchiaio di legno e della pole position ai fornelli. Per farla scansare l'aveva afferrata per i fianchi e fatta slittare di lato. A Virginia faceva sempre un certo effetto essere toccata da lui, le sembrava una cosa un po' strana, anche se non l'aveva mai scandagliata a fondo. Non per mancanza di tempo. Con una forchetta punse una rondella di carota, ci soffiò sopra e la portò alla bocca. «Smettila» la redarguì Ruggero. «Siediti da qualche parte.» Virginia si rimise sul top della cucina accanto ai fornelli. «Le carote comunque sono cotte» disse. Ruggero aggiunse un po' di spezie e riprese a mescolare. «È la faccenda della casa che mi sconvolge.» «Quale casa?» «Se Rodolfo è caduto dal pero vuol dire che Daria ha cercato una nuova casa senza dirgli che se ne voleva andare.» «Mh, sì.» Ruggero non sembrava sconvolto a giudicare da come si dedicava a carote e zucchine. «Ci vuole un po' a trovare una casa...» «Immagino di sì.» «Quindi lei, con Rodolfo, ha fatto finta di niente per tutto il tempo della ricerca, dico bene?» «Sì...» Era frequente tra loro la sensazione di dare importanza a cose diverse, la percezione che lei e Ruggero percorressero binari paralleli, spazi vicini destinati a non incontrarsi mai. «Lo trovo inquietante.» «In che senso?» «Be' per un mese, due mesi... quello che è stato, ha finto una normalità e poi ha sganciato la bomba.» «Secondo me ha fatto bene.» Virginia lo guardò. Stava affettando il pane per metterlo nel forno e mangiarlo caldo. Quando cucinava, Ruggero aveva certe finezze che la spiazzavano sempre; anche quando metteva insieme un pasto veloce, curava i dettagli. «In che senso?» lo imitò a sua volta. «Gli ha risparmiato un paio di mesi di sofferenza.» L'ipocrisia come forma di carità. Faceva molto nuovo millennio. «Quindi Rodolfo sta male.» «Credo di sì.» «Credo di sì...» ripeté Virginia, e Ruggero non ritenne di dover chiarire. Rette parallele, appunto. «Anche tu faresti così?» aggiunse. «Così come?» «Rottura con premeditazione.» «Non lo so. Non ho mai pensato di divorziare.» Ah. Questa sì che era una notizia. Considerato che Ruggero non si prendeva mai il disturbo di mentire, c'era da pensare che fosse vero. Lui era in grado di omettere, quello sì, ed era anche un fuoriclasse nel settore, ma mentire non gli riusciva proprio. Le verdure erano cotte e il loro profumo si mescolava a quello dell'arrosto e del pane caldo. Cenarono parlando a smozzichi, Ruggero si occupò di tutto e Virginia si lasciò servire. Era rientrato dall'Asia, dove avrebbe dovuto trascorrere un lungo periodo, per assistere il fratello in una fase delicata della sua vita. Si comportava sempre come se le cose non lo riguardassero, come se le affiancasse anziché attraversarle. Era lì, avrebbe accompagnato Rodolfo dall'avvocato, gli avrebbe dato qualche consiglio, ma sarebbe rimasto distaccato, parallelo appunto. Lavorando in ospedale Virginia sapeva bene quanto fosse importante il distacco per essere efficaci ed efficienti. Sul piano professionale era una dote. Sul piano professionale, appunto. Dopo cena Virginia riordinò la cucina mentre Ruggero si dedicò allo zapping. Li separavano una parete, lo scroscio del rubinetto e le conversazioni disarticolate provenienti dalla TV. E anche una ridda di pensieri sconclusionati che avevano al proprio interno una chiarissima domanda ricorrente: perché Daria e Rodolfo? Non aveva senso che finisse una storia così, mentre altre si trascinavano per inerzia. Quando Virginia si presentò in salotto, Ruggero si era addormentato davanti a una puntata di “CSI: NY”. Con delicatezza gli sfilò il telecomando di mano e, scuotendolo appena, gli disse che potevano andare a letto. Ruggero aprì gli occhi e le sorrise. «Non è presto?» «Devo alzarmi alle sei domattina. Andiamo a letto.» Ruggero si lasciò trascinare lungo il corridoio fino alla loro camera, una stanza grande sempre impeccabile come se non ci dormisse mai nessuno. Si sedette sul proprio lato, si sfilò i vestiti che appoggiò sulla sedia sotto la finestra. Dall'altra parte, dandogli la schiena, Virginia stava compiendo i medesimi gesti in modo speculare. Il giardino era rischiarato appena da una bava di luce proveniente dei lampioni della strada. Quando furono entrambi pronti per mettersi sotto le coperte, Ruggero abbassò l'avvolgibile e la stanza precipitò nel buio. Per un attimo rimasero immobili supini a fissare il soffitto, poi Ruggero le si avvicinò afferrandola per un fianco. Il solito, gesto vecchio di un ventennio, le dita callose posate al confine tra la pelle e l'elastico degli slip, una specie di carezza composta, poi il suo torace, nudo quella sera, contro la schiena e una sorta di bacio tra i capelli. «Non mi hai ancora detto com'è il nuovo lavoro» le disse. «Fa schifo» rispose Virginia. «Perché?» «Insegnare alla gente a partorire o ad allattare è ridicolo.» «Purtroppo il mio parere non è di grande aiuto.» La mano si era mossa dal fianco per spostarsi sulla pancia, sempre sul confine dell'elastico delle mutande. «Tu sei una da prima linea» aggiunse. «Nessuno lo direbbe mai perché sei pacata e schiva, ma ti piace la mischia.» Lui la conosceva. La cosa aveva risvolti inquietanti, ma era la pura verità. Altrettanto inquietante era non poter dire, viceversa, che lei conoscesse lui. «E non puoi fare marcia indietro?» le chiese. «Mi piacciono gli orari normali. Dormire di notte e star sveglia di giorno.» Quanto avevano pesato nel loro matrimonio il tempo e lo spazio sempre sballati? Lui che volava e tornava con il fuso orario di un altro continente, lei che faceva le notti in ospedale e che l'espressione orario fisso non sapeva nemmeno cosa volesse dire, perché non si smonta da un turno durante un parto podalico. Le venne in mente in quel momento che Luca da bambino aveva scritto in un tema che i suoi genitori vivevano in un altro mondo e che lui e la nonna ogni tanto li andavano a trovare. «Ha un suo fascino, te lo concedo» ammise lui. «Sto ingrassando.» «Colpa degli orari da cristiano?» «Credo di sì. Se non mangi quando capita, metti su peso.» Ruggero spostò la mano sotto la T-shirt e arrivò al seno. «Mi sa che hai ragione. Bene.» A volte Virginia pensava che certe parti del suo corpo subissero periodi di letargo disciplinati dalle assenze di Ruggero. Bastava che lui la toccasse, anche solo sfiorandole l'elastico delle mutande, perché iniziasse un tam tam d'eccitazione, un brulicare dei sensi i quali avevano avuto, fino a quel momento, la buonissima abitudine di starsene quieti. Vivere dentro un corpo anarchico era una seccatura. Ma quella era la realtà dei fatti. Ruggero la faceva eccitare. Era sempre stato così. Lui la toccava, o la baciava, o le sussurrava qualcosa tra i capelli e lei in un attimo lo voleva. Come in quel momento. Non aveva fatto molto, si era limitato a seguire il perimetro di un elastico e a cercare il seno sotto la maglietta. Lei però era brava a non darlo a vedere, che lo voleva. Partecipava sì, ma senza gesti o mugolii eclatanti. Questo basso profilo non aveva un radicato motivo, una ragion d'essere, a parte non volersi rassegnare a una reazione che, anziché assestarsi, aveva mantenuto negli anni il fulgore della giovinezza. Era come un'onda, un'eco, la risposta scontata che si presentava regolarmente ogni volta che suo marito le metteva le mani addosso. Per fortuna, lui non notava e, se notava, non chiedeva. Virginia aveva la sensazione che Ruggero non badasse mai a certi dettagli, men che meno quando facevano l'amore. Di certo non ci stava pensando in quel momento mentre levava di mezzo le mutande di entrambi. Simulare un contegno signorile era un gesto tanto inutile quanto idiota, visto che lei non aspettava altro che sentirselo dentro. «Dio, Virginia...» mugolò Ruggero penetrandola. Lo sentì sorridere al buio, le parve di vedere l'espressione sorniona dei suoi occhi; poi la bocca nella bocca, i fianchi nei fianchi, la danza e l'estasi; e infine il sonno. Il braccio di Ruggero intorno alla vita, le dita sulla cresta iliaca, il respiro nei capelli. Vicini ed equidistanti, come le rotaie di uno stesso binario, dirette nello stesso posto, una all'insaputa dell'altra.
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