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4 A questo punto immagino che esistano quattro o cinque tritacazzi già pronti a obiettare che quanto mi sta accadendo non ha nulla di verosimile. Secondo questi impareggiabili coglioni è assolutamente impensabile che un tizio, vale a dire io, si porti a casa una puttana dieci minuti dopo aver trovato un cadavere sul pallet e che si accinga a intrattenere con questa l’insano (secondo loro) commercio di Numa Pompilio, e non dico di più. Ebbene, a costoro, io non rispondo. A me accade ciò che accade, né più né meno. Non ho bisogno di giustificare nulla, io. Ma intanto Angela urla, ed è sempre l’urlo di prima, non un secondo urlo. Ha visto il morto. E come tutti quelli che vedono un morto ha deciso di scorticarsi l’ugola con un vocalizzo che nemmeno un carnefice avrebbe saputo cavarle dal gargarozzo. Chissà poi per quale fottuta ragione uno deve urlare al cospetto di un morto. Per svegliarlo? Per dimostrargli quanto si è vivi, al suo confronto? Sia come sia, Angela sbraita. Con movenze da scimpanzé (provate voi a balzare dal bidè, nudi dalla cintola in giù, e a scaraventarvi, sgocciolando dalle dita e dalla virtù, nella camera a fianco) raggiungo Angela che, immobile, sulla porta della stanza sfondata, fissa il morto tenendo le due mani serrate sulla bocca. Non urla più, ma tenta di parlare, senza però cacciare fuori un solo suono, non appena appaio nel rettangolo della porta. «Tu, tu, tu», dice poi in un soffio, «tu, tu sei un maledetto porco, porco e assassino. Hai... Hai ucciso questo ciccione per... Per provare l’emozione di... Per eccitarti, per... Che ne so di quello che c’è nella tua testa malata. Ma te lo puoi scordare di mettermi in mezzo a questa storia di merda. Io voglio soltanto gente normale. Io non me la faccio con i maniaci che non godono se non hanno davanti un cadavere». E continua così per altri cinque minuti. Mi sciroppo tutta la sua filosofia, e intanto ne approfitto per asciugarmi il gocciolante con il bordo della camicia. Quando ha finito di berciare, Angela è più morta che viva. Spegne la luce della stanza, torna di là e si abbatte su una sedia. La seguo. Mi guarda disgustata mentre verso in un bicchiere sporco un fondo di vodka. È sudata come un pugile. E ha paura. Le porgo il bicchiere, lo afferra e tracanna a garganella. «Angela, stammi a sentire. Non ho ammazzato io quel fesso. Me lo sono trovato sul pallet mezz’ora fa, rientrando. Anch’io mi sono cacato addosso per la fifa, quando l’ho visto. Mi è anche passata la sbornia. Ero bello brasato e mi sono ritrovato di colpo lucido come il pavimento del notaio. E non fare quella faccia alla “chi credi di prendere per il culo’. Ma per chi mi prendi, eh? Di’ un po”, da quanto è che mi conosci? Quante volte sei entrata qui, eh? Non lo ricordi, d’improvviso? Ma mi conosci? Quante chiacchiere che abbiamo fatto, qui, io e te, per non dire del resto. Abbiamo parlato dei tuoi progetti, e dei miei, che non ne ho. E adesso te ne esci con un tu, tu, tu... quelli che si eccitano guardando i morti... Ma mi conosci o no?». Angela non vuole sentire ragioni. «Ti conosco, sì, e che vuol dire? Ho visto gente cento volte più normale di te farsi venire in testa le idee più strampalate, così, senza preavviso, tutto in una volta. C’è chi vuole farsela con le bestie, chi vuole farsi amputare un dito mentre gode. E fino a mezz’ora prima buongiorno buonasera, la moglie, i figli e il fine settimana a Sauze d’Oulx». «Angela, smettila di dire minchiate. È logico che una larva vada fuori di zucca e che gli salti la brocca dopo anni di ubbidienza alla moglie, al capoufficio, al confessore, al governo, alle rubriche di medicina, all’igiene intima, all’esercizio fisico, alla dieta, ma questo che c’entra con me? Gli stonati di cui parli tu sono quelli sposati. Lo sai meglio di me che il sesso coniugale è la cosa più noiosa che esista. I più furbi smettono di praticarlo, dopo un po’. Ma ci sono quelli che fanno finta di niente, e continuano a scopare con lo stesso entusiasmo che metterebbero per lavare i cessi di una caserma. Per forza che la fantasia galoppa, poi. E più sono remissivi, più combinano cazzate, quando gli salta il tappo. E tu vuoi paragonarmi a quei tontoloni? Sveglia, Angela. E stammi a sentire. Io ho trovato questo macaco stecchito sul mio pallet e basta. Ho già telefonato a uno che conosco, uno che lavora per la polizia. Fra poco sarà qui. Gli ho telefonato cinque minuti fa. Stavo proprio andando da Piattola, per telefonare, quando ti ho chiesto se avevi visto qualcosa, ricordi? Poi, dopo la telefonata, ho pensato di calmare un po’ i nervi chiedendoti di fare per me l’esercizio che ti ha reso famosa. Quello senza mani... Sai, no?». Angela riflette. Sono stato preciso e determinato. Mi guarda negli occhi. Un pezzo della sua bocca accenna un sorriso. Si è convinta. Sono tornato il Cardo che conosce lei. Non il maniaco che credeva fossi diventato. «Va bene, va bene. Mettiamo pure che tu non ne sappia niente, del cadavere. Mi incontri, mi chiedi il lavoretto, mi porti da te. E va bene. E mettiamo anche che a te il morto non dia nessun fastidio. Tanto hai già telefonato al tuo amico, dici. E va bene. Ma sia chiaro che io non ne voglio sapere. Io non l’ho visto, quello. E se devo dirla tutta, non mi piace lavorare vicino a un cadavere», insiste Angela. Potrei ricordarle che il suo lavoro si svolge qui, sul pallet, come sempre, e chiuderla lì, dato che il morto è di là. Ma a me fanno incazzare di brutto, i pregiudizi, e attacco. «Che ti frega del morto?», inveisco. «Ormai è morto. I morti non sono guardoni. A meno che tu ti riferisca all’anima che certamente sta volteggiando sul corpo ormai inutile dell’obeso. Ma è probabile che le anime dei morti abbiano un loro modo speciale di darci dentro. E credo che il nostro modo di accoppiarci risulti loro particolarmente banale e noioso, un po’ come se noi stessimo ore e ore a osservare le tecniche goderecce dei pesci rossi. Sai che palle, dopo un po’, e anche prima. Comunque, il morto è là, non dà fastidio. Smettila di comportarti da cocorita, e diamoci da fare, prima che arrivi Ribò». «A patto che si resti al buio», impone Angela. «Va bene, va bene», concedo. E spengo la luce. Sfilo la camicia, mollo i calzoni e mi stendo sul pallet. Angela si rannicchia su di me e comincia a lavorare. «Accompagnami in bagno», mugolo un quarto d’ora dopo, rendendo le dovute lodi, e l’anima, a questa infaticabile vecchietta, che poi ha soltanto quarantadue anni, a questa gran donna che è presente anche ai ricevimenti ufficiali di re, regine, papi, capi di stato e cardinali, se è vero che in tutte quelle occasioni l’importanza dell’evento esige la pompa magna. E mentre Angela, piegata sul lavabo, maneggia lo spazzolino e denteggia il dentifricio che porta sempre con sé; e mentre cavo dai calzoni ammonticchiati davanti al cacatoio un biglietto da cinquanta che le infilo fra l’elastico del reggiseno e la pelle, ecco che una serie di colpi simile a un rombo di aereo squassa la porta di casa e un orco barrisce: «Polizia». «Spegni la luce», sussurro ad Angela. Esegue. Restiamo muti. Rifletto. Merda, concludo, la finestra del cesso è sempre stata aperta, e inoltre dà sul cortile, proprio come la porta di accesso alla stamberga, e davanti alla quale stanno ora i poliziotti. Ed è inevitabile, perciò, che fino a un secondo fa loro abbiano visto un rettangolo di luce gialla disegnarsi sul terreno del cortile, se non addirittura sentito le nostre voci. E la finestra successiva, poi, è quella della stanza con il morto. Conclusione: sanno che c’è qualcuno in casa. E potrebbero anche entrare, se volessero, dato che basta spingere la porta. Che fare? Immobili, in silenzio, restiamo al buio.
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