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Ci sono molti vantaggi nell’abitare una cascina semiabbandonata.
Il primo e maggiore è che non vi si avventurano i testimoni di Geova la domenica mattina alle nove per chiedermi se ho letto la Bibbia. Avessi almeno visto il film, dico io.
Vantaggio numero due: non ci sono vicini di casa che mi arroventano i marroni con il bambino che dorme, il nonno che ha l’enfisema, le scale pulite, non sbatta il portone, ma lei dove vive, spenga la radio e ne va del buon nome del caseggiato.
C’è però uno svantaggio, ad abitare una cascina semiabbandonata.
Succede di tornare a casa e trovare un cadavere nel letto o sul pallet che lo sostituisce, nel mio caso.
E qui già me li vedo gli invidiosi, quelli che inizierebbero un romanzo immaginando il ritorno a casa in piena notte di un tanghero mezzo cotto dall’alcol che non accende nemmeno la luce, chiude la porta uncinandola con un piede e va a pisciare direttamente nel lavandino. Poi striscia nell’altra stanza sfiorando le pareti con le mani, per crollare poi, andando a memoria e a occhi chiusi, sul pallet. Di più, si abbatte sul pallet. Ma non incontra il solito materasso, quello preso in discarica. No, troppo facile. Lui rovina sulla pancia di un cadavere. Che nel buio lo riceve come un water riceve il suo pane quotidiano, vale a dire con un sonoro plof.
Zac. Ecco l’inizio del romanzo.
Un paio di palle, invece.
Perché sono io quel tanghero ubriaco. E io non scrivo i romanzi. A me le vicende accadono. Non ho bisogno di inventarle, di scriverle o di leggerle. C’è chi uccide il barbiere per movimentare un po’ la vita e dopo soli quindici giorni, vedi caso, si ritrova di nuovo in piena monotonia, come prima. Io, va’ a capire perché, sono sempre nei casini. Altro che leggere i romanzi. O, peggio ancora, scriverne.
Volete sapere chi sono i babbaloni che scrivono i romanzi? Vi faccio subito un elenco: al primo posto ci stanno gli impiegati di concetto, ma non tutti, attenzione, soltanto quelli che temono l’ira della moglie quando macchiano i calzoni. subito dopo vengono i mammalucchi che vanno in giro sempre soli, come i cani senza palle, soltanto perché la fortunata che ha suscitato la loro brama non ha capito quanto amore erompesse dall’ultima lettera, quella che è costata alla malcapitata donzella una lussazione della mandibola per il gran ridere. Poi non si possono dimenticare le facce di merda che quando sorridono sembrano Dracula e quando non sorridono pure. E non mancano medici e avvocati, che credono di conoscere la natura umana soltanto perché ne vedono la miseria, e che tentano di descriverla nel loro stile gonfio e anchilosato, come se ci fosse un legame fra la letteratura e la natura umana.
Insomma, poche palle, i romanzi li scrivono le persone prive di immaginazione, gli ottusi.
Io proprio non mi ci vedo seduto al tavolo a scrivere. Ho sempre di meglio da fare, io. E poi l’ho già detto, scrive chi è privo di testa. Io ho venti idee e trenta associazioni mentali al minuto. Ho più fantasia del volo d’un pipistrello, io. Come potrei scrivere? Come potrei tenere dietro a un’idea, puntellarla con le frasi, dosarne gli effetti, mentre altre mille idee e mille varianti e mille disegni e scherzi e burle mi si affollano sulla parte interna degli incisivi, e si perdono, risucchiati dalla saliva mentre trascrivo quella sola prima idea, crocifissa sul foglio, inchiodata su quattro lati dalle parole?
No, io non scrivo. Anzi, vi do un consiglio, pensate voi a scrivere i romanzi, a salvare la lingua dallo sfacelo. Io ho altro da fare. Adesso, per esempio, devo capire che ci fa questo cadavere sul mio pallet. In poche parole: chi è questo babbeo? Come è giunto qui? E perché, poi, è così grasso? A me, per giunta, fanno senso fin da vivi, i ciccioni.
Stai pur certo, trovare un morto in branda non è come trovare un tesoro. Anche supponendo che il morto sia, o sia stato, il tuo migliore amico. E io, questo, manco lo conosco. Ma lasciamo andare. Non è il momento di chiacchierare. Con un cadavere, poi, è veramente difficile. Sono pieni di sussiego, i morti. Loro si sentono superiori. Se ne fottono, dei vivi. Non si degnano di guardarli, di rispondere a una sola domanda, di fare un cenno. Se ne stanno lì, senza salutare, come se noi, i vivi, fossimo delle merde. E allora crepino, i morti.
Giro l’interruttore. Dalla lampadina da quaranta candele piove una luce gialla come i denti dei vecchi, ma sufficiente per farmi vedere meglio il mio coinquilino. Si potrebbe dire che è nudo, lo sfigato, se attorno al collo non portasse una elegante sciarpa fatta con una corda da montagna. Se voleva inventare una nuova moda ha sbagliato i conti, il mingherlino. Stringe un po’ sulla presa d’aria, la sua cravatta da gran sera.
E mentre tento di ridere per questa stupida battuta sulla moda, cerco gli abiti dell’uomo. Ma nello stesso istante mi attribuisco il Nobel della coglioneria, perché se qualcuno si prende la briga di spogliare un uomo, dopo averlo ucciso, è chiaro che vuole farne sparire gli abiti. Non si perde tempo quando si rischia di trascorrere il resto della vita facendo ceste di vimini.
Dunque la conclusione può essere soltanto una: gli abiti di quest’uomo sarebbero bastati a identificarlo o quantomeno a restringere il campo delle ipotesi sulla sua identità e quindi su quella dell’assassino.
Merda. Che faccio, ora? Mi ha fatto pure passare la sbornia, questa faccenda. Puttana miseria. Uno ci mette tutta la sera per costruirsi una lorda perfetta, dosata al millimetro in tutti i suoi passaggi, attendendone gli sviluppi e pilotandone gli effetti, ed ecco che, a impresa quasi riuscita, ti arriva un morto a rovinare tutto. E addio ciucca.
Ora bisogna agire.
Ma come? Chiamare la polizia? Non se ne parla neanche, perché sarei sicuramente accusato dell’omicidio. La serratura della porta d’ingresso non è forzata, per la buona ragione che la mia stamberga non ha serratura. Le finestre erano aperte, e aperte sono rimaste. Non potrei mai spiegare ai giudici che io non so chi sia, il ciccione, e che me lo sono trovato in casa, nudo e morto.
La prima cosa da fare, mi dico, è spostarlo da qui. Lo avvolgo nello straccio che mi fa da lenzuolo, chiudo gli occhi, afferro le caviglie della salma, strette nei lembi del sudario improvvisato, e tiro. L’ippopotamo pesa come un ippopotamo. Lo trascino di là, nella stanza mezza diroccata e con il tetto sfondato, e lo lascio lì, mezzo coperto e mezzo a vista.