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E per di più fa caldo.
Non è caldo, è una totale mancanza d’aria. Sto sudando come un maiale. Fa così caldo che quasi invidio il morto, sia perché è morto, sia perché è freddo, o lo sta diventando. Esco di casa. Passeggio per qualche minuto, al buio, nello spiazzo in terra battuta che un tempo era l’aia della cascina. Dalla parte opposta, sotto la tettoia che copriva il fienile, intuisco il riverbero metallico degli attrezzi agricoli ammonticchiati, abbandonati e ormai in parte arrugginiti.
Continuo a sudare. Sono ormai completamente sobrio.
Intanto, ho preso una decisione. Senza barcollare, attraverso il grande arco che costituisce l’ingresso della cascina ed esco sulla strada. Mi fermo un istante per valutare la situazione. Guardo a sinistra. Al fondo dello stradone, il cervo che troneggia sulla cupola della Palazzina di Caccia di Stupinigi, mio abituale consigliere, annuisce. Vuol dire che ho deciso per il meglio. M’incammino prendendo verso destra, in direzione della città.
Non ho ancora percorso cento metri e incontro Angela.
«Hai nostalgia di me, Cardo?», mi dice ridendo.
Non ricordo di averla incontrata, rientrando a casa, ma a dire il vero non ricordo nemmeno di essere rientrato in casa. E poi, c’è pure il caso che lei fosse con un cliente, mentre tornavo.
«Senti, Angela», dico avvicinandomi a lei, «hai visto qualcuno entrare in cascina, a casa mia, nelle ultime ore?».
«E che ne so? Non ci faccio caso, mentre lavoro. Che poi stasera proprio non si lavora. Manco uno. Dico, uno. Niente. Deve essere per il troppo caldo, non c’è altra spiegazione».
«Ma quale caldo, è che sei vecchia».
«Bravo merlo! Vecchia, ma sana. Che ti credi. Sai benissimo che noi quarantenni siamo le più richieste. Siamo della vecchia scuola, noi. Preservativo obbligatorio e niente droga. Si va sul sicuro, con me».
«Va bene. Vecchia, ma sana», taglio corto, «ma adesso ascoltami. Cerca di farti venire in mente se hai visto fermarsi una macchina o un furgone vicino a casa mia».
«Ti ho già detto che non lo so. Aspetta, che vado a chiedere al mio ragazzo».
Ho già capito. Aldo, il suo ragazzo, che ha quasi sessant’anni, è sicuramente addormentato in macchina, dall’altra parte della strada, o alla bocciofila a giocare a briscola, pieno di vino come al solito. Me lo immagino correre in aiuto del suo amore, in caso di guai. Quello, di certo non ha visto nulla. Non aspetto nemmeno che Angela torni e riprendo il cammino in direzione della bocciofila, dall’altra parte della strada.
Sono quasi le tre. Piattola sta finendo di lucidare il piano di zinco del bancone del bar. Gli chiedo se posso fare una telefonata dal fisso. Lui annuisce e io vado di là, nello stanzino privato. Senza esitazioni leggo il numero sull’avambraccio e afferro la cornetta. Non devo farmi troppi scrupoli. Ribò è la mia unica speranza. O mi dà una mano lui, o finisco in galera per qualche decennio. Suona libero. Nessuno risponde. Non appendo. Lascio suonare. Ancora silenzio.
«Pronto», sibila infine una voce.
«Ribò, sono il Cardo. Lo so che è notte, che stavi dormendo, che fa caldo, che non ci vediamo da tempo, che hai faticato per addormentarti, che domani forse devi lavorare e tutto il resto che vuoi. Ma sono nei guai. Nei guai, hai capito? C’è soltanto una cosa che puoi fare. Saltare in macchina e venire da me. Ma subito. Non è questione di ore, ma di minuti. Devo risolvere un casino e soltanto tu puoi dirmi qual è la strada più giusta. Fosse per me, io saprei come fare, appicco il fuoco a tutto e sparisco, ma forse non è la soluzione migliore. Devo parlarne con te. Tu conosci le leggi, i diritti, ammesso che esistano diritti per quelli come me, che campano come cazzo pare loro. Ribò, hai capito? Non puoi fregarmi, non puoi lasciarmi nella merda proprio adesso. Lo sai che non conosco nessuno. Le persone alle quali ho dipinto le pareti, escluso te, hanno apprezzato i miei lavori, ma poi, quanto fa, ecco i soldi, e chi s’è visto s’è visto. Tu non hai fatto così, Ribò. Mi giravi intorno, mentre lavoravo, ti interessavi alle tecniche, mi guardavi e stavi zitto. Poi, ogni tanto, parlavi, mi chiedevi dove avessi imparato, dove abito, come campo. E giù vino. E giù risate. O meglio, soltanto io, vino e risate. Perché tu non ridi mai. Ma tu, anche se non ridi non sei come le altre facce di culo, Ribò, e adesso devi dimostrarlo. Ti aspetto da me, vieni subito».
«Il reparto psichiatrico è all’interno 21, signore. Questa è la radiologia. Vuole rifare il numero, o glielo passo io?».
«Ma vaffanculo».
Ho sbagliato numero. E adesso non ho più nessuna voglia di ripetere quello sproloquio sentimentale. Rifaccio il numero con più attenzione e aspetto.
«Pronto?».
Risposta immediata, calma. A quest’ora di notte.
«Ribò, sono il Cardo. Puoi venire a casa mia?».
«Adesso?».
«Sì».
«Aspettami», fa lui. E riattacca.