Capitolo 1
Quel ramo del lago di Como, che volge a
mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e
a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien,
quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di
fiume, tra un promontorio a destra, e un'ampia costiera dall'altra
parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda
ancor più sensibile all'occhio questa trasformazione, e segni il
punto in cui il lago cessa, e l'Adda rincomincia, per ripigliar poi
nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l'acqua
distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni. La
costiera, formata dal deposito di tre grossi torrenti, scende
appoggiata a due monti contigui, l'uno detto di san Martino,
l'altro, con voce lombarda, il Resegone, dai molti suoi cocuzzoli
in fila, che in vero lo fanno somigliare a una sega: talché non è
chi, al primo vederlo, purché sia di fronte, come per esempio di su
le mura di Milano che guardano a settentrione, non lo discerna
tosto, a un tal contrassegno, in quella lunga e vasta giogaia,
dagli altri monti di nome più oscuro e di forma più comune. Per un
buon pezzo, la costa sale con un pendìo lento e continuo; poi si
rompe in poggi e in valloncelli, in erte e in ispianate, secondo
l'ossatura de' due monti, e il lavoro dell'acque. Il lembo estremo,
tagliato dalle foci de' torrenti, è quasi tutto ghiaia e
ciottoloni; il resto, campi e vigne, sparse di terre, di ville, di
casali; in qualche parte boschi, che si prolungano su per la
montagna. Lecco, la principale di quelle terre, e che dà nome al
territorio, giace poco discosto dal ponte, alla riva del lago, anzi
viene in parte a trovarsi nel lago stesso, quando questo ingrossa:
un gran borgo al giorno d'oggi, e che s'incammina a diventar città.
Ai tempi in cui accaddero i fatti che prendiamo a raccontare, quel
borgo, già considerabile, era anche un castello, e aveva perciò
l'onore d'alloggiare un comandante, e il vantaggio di possedere una
stabile guarnigione di soldati spagnoli, che insegnavan la modestia
alle fanciulle e alle donne del paese, accarezzavan di tempo in
tempo le spalle a qualche marito, a qualche padre; e, sul finir
dell'estate, non mancavan mai di spandersi nelle vigne, per diradar
l'uve, e alleggerire a' contadini le fatiche della vendemmia.
Dall'una all'altra di quelle terre, dall'alture alla riva, da un
poggio all'altro, correvano, e corrono tuttavia, strade e
stradette, più o men ripide, o piane; ogni tanto affondate, sepolte
tra due muri, donde, alzando lo sguardo, non iscoprite che un pezzo
di cielo e qualche vetta di monte; ogni tanto elevate su terrapieni
aperti: e da qui la vista spazia per prospetti più o meno estesi,
ma ricchi sempre e sempre qualcosa nuovi, secondo che i diversi
punti piglian più o meno della vasta scena circostante, e secondo
che questa o quella parte campeggia o si scorcia, spunta o sparisce
a vicenda. Dove un pezzo, dove un altro, dove una lunga distesa di
quel vasto e variato specchio dell'acqua; di qua lago, chiuso
all'estremità o piuttosto smarrito in un gruppo, in un andirivieni
di montagne, e di mano in mano più allargato tra altri monti che si
spiegano, a uno a uno, allo sguardo, e che l'acqua riflette
capovolti, co' paesetti posti sulle rive; di là braccio di fiume,
poi lago, poi fiume ancora, che va a perdersi in lucido
serpeggiamento pur tra' monti che l'accompagnano, degradando via
via, e perdendosi quasi anch'essi nell'orizzonte. Il luogo stesso
da dove contemplate que' vari spettacoli, vi fa spettacolo da ogni
parte: il monte di cui passeggiate le falde, vi svolge, al di
sopra, d'intorno, le sue cime e le balze, distinte, rilevate,
mutabili quasi a ogni passo, aprendosi e contornandosi in gioghi
ciò che v'era sembrato prima un sol giogo, e comparendo in vetta
ciò che poco innanzi vi si rappresentava sulla costa: e l'ameno, il
domestico di quelle falde tempera gradevolmente il selvaggio, e
orna vie più il magnifico dell'altre vedute.
Per una di queste stradicciole, tornava bel
bello dalla passeggiata verso casa, sulla sera del giorno 7
novembre dell'anno 1628, don Abbondio, curato d'una delle terre
accennate di sopra: il nome di questa, né il casato del
personaggio, non si trovan nel manoscritto, né a questo luogo né
altrove. Diceva tranquillamente il suo ufizio, e talvolta, tra un
salmo e l'altro, chiudeva il breviario, tenendovi dentro, per
segno, l'indice della mano destra, e, messa poi questa nell'altra
dietro la schiena, proseguiva il suo cammino, guardando a terra, e
buttando con un piede verso il muro i ciottoli che facevano
inciampo nel sentiero: poi alzava il viso, e, girati oziosamente
gli occhi all'intorno, li fissava alla parte d'un monte, dove la
luce del sole già scomparso, scappando per i fessi del monte
opposto, si dipingeva qua e là sui massi sporgenti, come a larghe e
inuguali pezze di porpora. Aperto poi di nuovo il breviario, e
recitato un altro squarcio, giunse a una voltata della stradetta,
dov'era solito d'alzar sempre gli occhi dal libro, e di guardarsi
dinanzi: e così fece anche quel giorno. Dopo la voltata, la strada
correva diritta, forse un sessanta passi, e poi si divideva in due
viottole, a foggia d'un ipsilon: quella a destra saliva verso il
monte, e menava alla cura: l'altra scendeva nella valle fino a un
torrente; e da questa parte il muro non arrivava che all'anche del
passeggiero. I muri interni delle due viottole, in vece di riunirsi
ad angolo, terminavano in un tabernacolo, sul quale eran dipinte
certe figure lunghe, serpeggianti, che finivano in punta, e che,
nell'intenzion dell'artista, e agli occhi degli abitanti del
vicinato, volevan dir fiamme; e, alternate con le fiamme,
cert'altre figure da non potersi descrivere, che volevan dire anime
del purgatorio: anime e fiamme a color di mattone, sur un fondo
bigiognolo, con qualche scalcinatura qua e là. Il curato, voltata
la stradetta, e dirizzando, com'era solito, lo sguardo al
tabernacolo, vide una cosa che non s'aspettava, e che non avrebbe
voluto vedere. Due uomini stavano, l'uno dirimpetto all'altro, al
confluente, per dir così, delle due viottole: un di costoro, a
cavalcioni sul muricciolo basso, con una gamba spenzolata al di
fuori, e l'altro piede posato sul terreno della strada; il
compagno, in piedi, appoggiato al muro, con le braccia incrociate
sul petto. L'abito, il portamento, e quello che, dal luogo ov'era
giunto il curato, si poteva distinguer dell'aspetto, non lasciavan
dubbio intorno alla lor condizione. Avevano entrambi intorno al
capo una reticella verde, che cadeva sull'omero sinistro, terminata
in una gran nappa, e dalla quale usciva sulla fronte un enorme
ciuffo: due lunghi mustacchi arricciati in punta: una cintura
lucida di cuoio, e a quella attaccate due pistole: un piccol corno
ripieno di polvere, cascante sul petto, come una collana: un manico
di coltellaccio che spuntava fuori d'un taschino degli ampi e gonfi
calzoni: uno spadone, con una gran guardia traforata a lamine
d'ottone, congegnate come in cifra, forbite e lucenti: a prima
vista si davano a conoscere per individui della specie de'
bravi.
Questa specie, ora del tutto perduta, era
allora floridissima in Lombardia, e già molto antica. Chi non ne
avesse idea, ecco alcuni squarci autentici, che potranno darne una
bastante de' suoi caratteri principali, degli sforzi fatti per
ispegnerla, e della sua dura e rigogliosa vitalità.
Fino dall'otto aprile dell'anno 1583,
l'Illustrissimo ed Eccellentissimo signor don Carlo d'Aragon,
Principe di Castelvetrano, Duca di Terranuova, Marchese d'Avola,
Conte di Burgeto, grande Ammiraglio, e gran Contestabile di
Sicilia, Governatore di Milano e Capitan Generale di Sua Maestà
Cattolica in Italia, pienamente informato della intollerabile
miseria in che è vivuta e vive questa città di Milano, per cagione
dei bravi e vagabondi, pubblica un bando contro di essi. Dichiara e
diffinisce tutti coloro essere compresi in questo bando, e doversi
ritenere bravi e vagabondi… i quali, essendo forestieri o del
paese, non hanno esercizio alcuno, od avendolo, non lo fanno… ma,
senza salario, o pur con esso, s'appoggiano a qualche cavaliere o
gentiluomo, officiale o mercante… per fargli spalle e favore, o
veramente, come si può presumere, per tendere insidie ad altri… A
tutti costoro ordina che, nel termine di giorni sei, abbiano a
sgomberare il paese, intima la galera a' renitenti, e dà a tutti
gli ufiziali della giustizia le più stranamente ampie e indefinite
facoltà, per l'esecuzione dell'ordine. Ma, nell'anno seguente, il
12 aprile, scorgendo il detto signore, che questa Città è tuttavia
piena di detti bravi… tornati a vivere come prima vivevano, non
punto mutato il costume loro, né scemato il numero, dà fuori
un'altra grida, ancor più vigorosa e notabile, nella quale, tra
l'altre ordinazioni, prescrive:
Che qualsivoglia persona, così di questa Città,
come forestiera, che per due testimonj consterà esser tenuto, e
comunemente riputato per bravo, et aver tal nome, ancorché non si
verifichi aver fatto delitto alcuno… per questa sola riputazione di
bravo, senza altri indizj, possa dai detti giudici e da ognuno di
loro esser posto alla corda et al tormento, per processo
informativo… et ancorché non confessi delitto alcuno, tuttavia sia
mandato alla galea, per detto triennio, per la sola opinione e nome
di bravo, come di sopra. Tutto ciò, e il di più che si tralascia,
perché Sua Eccellenza è risoluta di voler essere obbedita da
ognuno.
All'udir parole d'un tanto signore, così
gagliarde e sicure, e accompagnate da tali ordini, viene una gran
voglia di credere che, al solo rimbombo di esse, tutti i bravi
siano scomparsi per sempre. Ma la testimonianza d'un signore non
meno autorevole, né meno dotato di nomi, ci obbliga a credere tutto
il contrario. È questi l'Illustrissimo ed Eccellentissimo Signor
Juan Fernandez de Velasco, Contestabile di Castiglia, Cameriero
maggiore di Sua Maestà, Duca della Città di Frias, Conte di Haro e
Castelnovo, Signore della Casa di Velasco, e di quella delli sette
Infanti di Lara, Governatore dello Stato di Milano, etc. Il 5
giugno dell'anno 1593, pienamente informato anche lui di quanto
danno e rovine sieno… i bravi e vagabondi, e del pessimo effetto
che tal sorta di gente, fa contra il ben pubblico, et in delusione
della giustizia, intima loro di nuovo che, nel termine di giorni
sei, abbiano a sbrattare il paese, ripetendo a un dipresso le
prescrizioni e le minacce medesime del suo predecessore. Il 23
maggio poi dell'anno 1598, informato, con non poco dispiacere
dell'animo suo, che… ogni dì più in questa Città e Stato va
crescendo il numero di questi tali(bravi e vagabondi), né di loro,
giorno e notte, altro si sente che ferite appostatamente date,
omicidii e ruberie et ogni altra qualità di delitti, ai quali si
rendono più facili, confidati essi bravi d'essere aiutati dai capi
e fautori loro… prescrive di nuovo gli stessi rimedi, accrescendo
la dose, come s'usa nelle malattie ostinate. Ognuno dunque,
conchiude poi, onninamente si guardi di contravvenire in parte
alcuna alla grida presente, perché, in luogo di provare la clemenza
di Sua Eccellenza, proverà il rigore, e l'ira sua… essendo risoluta
e determinata che questa sia l'ultima e perentoria monizione.
Non fu però di questo parere l'Illustrissimo ed
Eccellentissimo Signore, il Signor Don Pietro Enriquez de Acevedo,
Conte di Fuentes, Capitano, e Governatore dello Stato di Milano;
non fu di questo parere, e per buone ragioni. Pienamente informato
della miseria in che vive questa Città e Stato per cagione del gran
numero di bravi che in esso abbonda… e risoluto di totalmente
estirpare seme tanto pernizioso, dà fuori, il 5 decembre 1600, una
nuova grida piena anch'essa di severissime comminazioni, con fermo
proponimento che, con ogni rigore, e senza speranza di remissione,
siano onninamente eseguite.
Convien credere però che non ci si mettesse con
tutta quella buona voglia che sapeva impiegare nell'ordir cabale, e
nel suscitar nemici al suo gran nemico Enrico IV; giacché, per
questa parte, la storia attesta come riuscisse ad armare contro
quel re il duca di Savoia, a cui fece perder più d'una città; come
riuscisse a far congiurare il duca di Biron, a cui fece perder la
testa; ma, per ciò che riguarda quel seme tanto pernizioso de'
bravi, certo è che esso continuava a germogliare, il 22 settembre
dell'anno 1612. In quel giorno l'Illustrissimo ed Eccellentissimo
Signore, il Signor Don Giovanni de Mendozza, Marchese de la
Hynojosa, Gentiluomo etc., Governatore etc., pensò seriamente ad
estirparlo. A quest'effetto, spedì a Pandolfo e Marco Tullio
Malatesti, stampatori regii camerali, la solita grida, corretta ed
accresciuta, perché la stampassero ad esterminio de' bravi. Ma
questi vissero ancora per ricevere, il 24 decembre dell'anno 1618,
gli stessi e più forti colpi dall'Illustrissimo ed Eccellentissimo
Signore, il Signor Don Gomez Suarez de Figueroa, Duca di Feria,
etc., Governatore etc. Però, non essendo essi morti neppur di
quelli, l'Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore, il Signor
Gonzalo Fernandez di Cordova, sotto il cui governo accadde la
passeggiata di don Abbondio, s'era trovato costretto a ricorreggere
e ripubblicare la solita grida contro i bravi, il giorno 5 ottobre
del 1627, cioè un anno, un mese e due giorni prima di quel
memorabile avvenimento.