Né fu questa l'ultima pubblicazione; ma noi
delle posteriori non crediamo dover far menzione, come di cosa che
esce dal periodo della nostra storia. Ne accenneremo soltanto una
del 13 febbraio dell'anno 1632, nella quale l'Illustrissimo ed
Eccellentissimo Signore, el Duque de Feria, per la seconda volta
governatore, ci avvisa che le maggiori sceleraggini procedono da
quelli che chiamano bravi. Questo basta ad assicurarci che, nel
tempo di cui noi trattiamo, c'era de' bravi tuttavia.
Che i due descritti di sopra stessero ivi ad
aspettar qualcheduno, era cosa troppo evidente; ma quel che più
dispiacque a don Abbondio fu il dover accorgersi, per certi atti,
che l'aspettato era lui. Perché, al suo apparire, coloro s'eran
guardati in viso, alzando la testa, con un movimento dal quale si
scorgeva che tutt'e due a un tratto avevan detto: è lui; quello che
stava a cavalcioni s'era alzato, tirando la sua gamba sulla strada;
l'altro s'era staccato dal muro; e tutt'e due gli s'avviavano
incontro. Egli, tenendosi sempre il breviario aperto dinanzi, come
se leggesse, spingeva lo sguardo in su, per ispiar le mosse di
coloro; e, vedendoseli venir proprio incontro, fu assalito a un
tratto da mille pensieri. Domandò subito in fretta a se stesso, se,
tra i bravi e lui, ci fosse qualche uscita di strada, a destra o a
sinistra; e gli sovvenne subito di no. Fece un rapido esame, se
avesse peccato contro qualche potente, contro qualche vendicativo;
ma, anche in quel turbamento, il testimonio consolante della
coscienza lo rassicurava alquanto: i bravi però s'avvicinavano,
guardandolo fisso. Mise l'indice e il medio della mano sinistra nel
collare, come per raccomodarlo; e, girando le due dita intorno al
collo, volgeva intanto la faccia all'indietro, torcendo insieme la
bocca, e guardando con la coda dell'occhio, fin dove poteva, se
qualcheduno arrivasse; ma non vide nessuno. Diede un'occhiata, al
di sopra del muricciolo, ne' campi: nessuno; un'altra più modesta
sulla strada dinanzi; nessuno, fuorché i bravi. Che fare? tornare
indietro, non era a tempo: darla a gambe, era lo stesso che dire,
inseguitemi, o peggio. Non potendo schivare il pericolo, vi corse
incontro, perché i momenti di quell'incertezza erano allora così
penosi per lui, che non desiderava altro che d'abbreviarli.
Affrettò il passo, recitò un versetto a voce più alta, compose la
faccia a tutta quella quiete e ilarità che poté, fece ogni sforzo
per preparare un sorriso; quando si trovò a fronte dei due
galantuomini, disse mentalmente: ci siamo; e si fermò su due
piedi.
– Signor curato, – disse un di que' due,
piantandogli gli occhi in faccia.
– Cosa comanda? – rispose subito don Abbondio,
alzando i suoi dal libro, che gli restò spalancato nelle mani, come
sur un leggìo.
– Lei ha intenzione, – proseguì l'altro, con
l'atto minaccioso e iracondo di chi coglie un suo inferiore
sull'intraprendere una ribalderia, – lei ha intenzione di maritar
domani Renzo Tramaglino e Lucia Mondella!
– Cioè… – rispose, con voce tremolante, don
Abbondio: – cioè. Lor signori son uomini di mondo, e sanno
benissimo come vanno queste faccende. Il povero curato non c'entra:
fanno i loro pasticci tra loro, e poi… e poi, vengon da noi, come
s'anderebbe a un banco a riscotere; e noi… noi siamo i servitori
del comune.
– Or bene, – gli disse il bravo, all'orecchio,
ma in tono solenne di comando, – questo matrimonio non s'ha da
fare, né domani, né mai.
– Ma, signori miei, – replicò don Abbondio, con
la voce mansueta e gentile di chi vuol persuadere un impaziente, –
ma, signori miei, si degnino di mettersi ne' miei panni. Se la cosa
dipendesse da me,… vedon bene che a me non me ne vien nulla in
tasca…
– Orsù, – interruppe il bravo, – se la cosa
avesse a decidersi a ciarle, lei ci metterebbe in sacco. Noi non ne
sappiamo, né vogliam saperne di più. Uomo avvertito… lei
c'intende.
– Ma lor signori son troppo giusti, troppo
ragionevoli…
– Ma, – interruppe questa volta l'altro
compagnone, che non aveva parlato fin allora, – ma il matrimonio
non si farà, o… – e qui una buona bestemmia, – o chi lo farà non se
ne pentirà, perché non ne avrà tempo, e… – un'altra bestemmia.
– Zitto, zitto, – riprese il primo oratore: –
il signor curato è un uomo che sa il viver del mondo; e noi siam
galantuomini, che non vogliam fargli del male, purché abbia
giudizio. Signor curato, l'illustrissimo signor don Rodrigo nostro
padrone la riverisce caramente.
Questo nome fu, nella mente di don Abbondio,
come, nel forte d'un temporale notturno, un lampo che illumina
momentaneamente e in confuso gli oggetti, e accresce il terrore.
Fece, come per istinto, un grand'inchino, e disse: – se mi
sapessero suggerire…
– Oh! suggerire a lei che sa di latino! –
interruppe ancora il bravo, con un riso tra lo sguaiato e il
feroce. – A lei tocca. E sopra tutto, non si lasci uscir parola su
questo avviso che le abbiam dato per suo bene; altrimenti… ehm…
sarebbe lo stesso che fare quel tal matrimonio. Via, che vuol che
si dica in suo nome all'illustrissimo signor don Rodrigo?
– Il mio rispetto…
– Si spieghi meglio!
–… Disposto… disposto sempre all'ubbidienza –.
E, proferendo queste parole, non sapeva nemmen lui se faceva una
promessa, o un complimento. I bravi le presero, o mostraron di
prenderle nel significato più serio.
– Benissimo, e buona notte, messere, – disse
l'un d'essi, in atto di partir col compagno. Don Abbondio, che,
pochi momenti prima, avrebbe dato un occhio per iscansarli, allora
avrebbe voluto prolungar la conversazione e le trattative. –
Signori… – cominciò, chiudendo il libro con le due mani; ma quelli,
senza più dargli udienza, presero la strada dond'era lui venuto, e
s'allontanarono, cantando una canzonaccia che non voglio
trascrivere. Il povero don Abbondio rimase un momento a bocca
aperta, come incantato; poi prese quella delle due stradette che
conduceva a casa sua, mettendo innanzi a stento una gamba dopo
l'altra, che parevano aggranchiate. Come stesse di dentro,
s'intenderà meglio, quando avrem detto qualche cosa del suo
naturale, e de' tempi in cui gli era toccato di vivere.
Don Abbondio (il lettore se n'è già avveduto)
non era nato con un cuor di leone. Ma, fin da' primi suoi anni,
aveva dovuto comprendere che la peggior condizione, a que' tempi,
era quella d'un animale senza artigli e senza zanne, e che pure non
si sentisse inclinazione d'esser divorato. La forza legale non
proteggeva in alcun conto l'uomo tranquillo, inoffensivo, e che non
avesse altri mezzi di far paura altrui. Non già che mancassero
leggi e pene contro le violenze private. Le leggi anzi diluviavano;
i delitti erano enumerati, e particolareggiati, con minuta
prolissità; le pene, pazzamente esorbitanti e, se non basta,
aumentabili, quasi per ogni caso, ad arbitrio del legislatore
stesso e di cento esecutori; le procedure, studiate soltanto a
liberare il giudice da ogni cosa che potesse essergli d'impedimento
a proferire una condanna: gli squarci che abbiam riportati delle
gride contro i bravi, ne sono un piccolo, ma fedel saggio. Con
tutto ciò, anzi in gran parte a cagion di ciò, quelle gride,
ripubblicate e rinforzate di governo in governo, non servivano ad
altro che ad attestare ampollosamente l'impotenza de' loro autori;
o, se producevan qualche effetto immediato, era principalmente
d'aggiunger molte vessazioni a quelle che i pacifici e i deboli già
soffrivano da' perturbatori, e d'accrescer le violenze e l'astuzia
di questi. L'impunità era organizzata, e aveva radici che le gride
non toccavano, o non potevano smovere. Tali eran gli asili, tali i
privilegi d'alcune classi, in parte riconosciuti dalla forza
legale, in parte tollerati con astioso silenzio, o impugnati con
vane proteste, ma sostenuti in fatto e difesi da quelle classi, con
attività d'interesse, e con gelosia di puntiglio. Ora,
quest'impunità minacciata e insultata, ma non distrutta dalle
gride, doveva naturalmente, a ogni minaccia, e a ogni insulto,
adoperar nuovi sforzi e nuove invenzioni, per conservarsi. Così
accadeva in effetto; e, all'apparire delle gride dirette a
comprimere i violenti, questi cercavano nella loro forza reale i
nuovi mezzi più opportuni, per continuare a far ciò che le gride
venivano a proibire. Potevan ben esse inceppare a ogni passo, e
molestare l'uomo bonario, che fosse senza forza propria e senza
protezione; perché, col fine d'aver sotto la mano ogni uomo, per
prevenire o per punire ogni delitto, assoggettavano ogni mossa del
privato al volere arbitrario d'esecutori d'ogni genere. Ma chi,
prima di commettere il delitto, aveva prese le sue misure per
ricoverarsi a tempo in un convento, in un palazzo, dove i birri non
avrebber mai osato metter piede; chi, senz'altre precauzioni,
portava una livrea che impegnasse a difenderlo la vanità e
l'interesse d'una famiglia potente, di tutto un ceto, era libero
nelle sue operazioni, e poteva ridersi di tutto quel fracasso delle
gride. Di quegli stessi ch'eran deputati a farle eseguire, alcuni
appartenevano per nascita alla parte privilegiata, alcuni ne
dipendevano per clientela; gli uni e gli altri, per educazione, per
interesse, per consuetudine, per imitazione, ne avevano abbracciate
le massime, e si sarebbero ben guardati dall'offenderle, per amor
d'un pezzo di carta attaccato sulle cantonate. Gli uomini poi
incaricati dell'esecuzione immediata, quando fossero stati
intraprendenti come eroi, ubbidienti come monaci, e pronti a
sacrificarsi come martiri, non avrebber però potuto venirne alla
fine, inferiori com'eran di numero a quelli che si trattava di
sottomettere, e con una gran probabilità d'essere abbandonati da
chi, in astratto e, per così dire, in teoria, imponeva loro di
operare. Ma, oltre di ciò, costoro eran generalmente de' più
abbietti e ribaldi soggetti del loro tempo; l'incarico loro era
tenuto a vile anche da quelli che potevano averne terrore, e il
loro titolo un improperio. Era quindi ben naturale che costoro, in
vece d'arrischiare, anzi di gettar la vita in un'impresa disperata,
vendessero la loro inazione, o anche la loro connivenza ai potenti,
e si riservassero a esercitare la loro esecrata autorità e la forza
che pure avevano, in quelle occasioni dove non c'era pericolo;
nell'opprimer cioè, e nel vessare gli uomini pacifici e senza
difesa.
L'uomo che vuole offendere, o che teme, ogni
momento, d'essere offeso, cerca naturalmente alleati e compagni.
Quindi era, in que' tempi, portata al massimo punto la tendenza
degl'individui a tenersi collegati in classi, a formarne delle
nuove, e a procurare ognuno la maggior potenza di quella a cui
apparteneva. Il clero vegliava a sostenere e ad estendere le sue
immunità, la nobiltà i suoi privilegi, il militare le sue
esenzioni. I mercanti, gli artigiani erano arrolati in maestranze e
in confraternite, i giurisperiti formavano una lega, i medici
stessi una corporazione. Ognuna di queste piccole oligarchie aveva
una sua forza speciale e propria; in ognuna l'individuo trovava il
vantaggio d'impiegar per sé, a proporzione della sua autorità e
della sua destrezza, le forze riunite di molti. I più onesti si
valevan di questo vantaggio a difesa soltanto; gli astuti e i
facinorosi ne approfittavano, per condurre a termine ribalderie,
alle quali i loro mezzi personali non sarebber bastati, e per
assicurarsene l'impunità. Le forze però di queste varie leghe eran
molto disuguali; e, nelle campagne principalmente, il nobile
dovizioso e violento, con intorno uno stuolo di bravi, e una
popolazione di contadini avvezzi, per tradizione famigliare, e
interessati o forzati a riguardarsi quasi come sudditi e soldati
del padrone, esercitava un potere, a cui difficilmente nessun'altra
frazione di lega avrebbe ivi potuto resistere.
Il nostro Abbondio, non nobile, non ricco,
coraggioso ancor meno, s'era dunque accorto, prima quasi di toccar
gli anni della discrezione, d'essere, in quella società, come un
vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti
vasi di ferro. Aveva quindi, assai di buon grado, ubbidito ai
parenti, che lo vollero prete. Per dir la verità, non aveva gran
fatto pensato agli obblighi e ai nobili fini del ministero al quale
si dedicava: procacciarsi di che vivere con qualche agio, e
mettersi in una classe riverita e forte, gli eran sembrate due
ragioni più che sufficienti per una tale scelta. Ma una classe
qualunque non protegge un individuo, non lo assicura, che fino a un
certo segno: nessuna lo dispensa dal farsi un suo sistema
particolare. Don Abbondio, assorbito continuamente ne' pensieri
della propria quiete, non si curava di que' vantaggi, per ottenere
i quali facesse bisogno d'adoperarsi molto, o d'arrischiarsi un
poco. Il suo sistema consisteva principalmente nello scansar tutti
i contrasti, e nel cedere, in quelli che non poteva scansare.
Neutralità disarmata in tutte le guerre che scoppiavano intorno a
lui, dalle contese, allora frequentissime, tra il clero e le
podestà laiche, tra il militare e il civile, tra nobili e nobili,
fino alle questioni tra due contadini, nate da una parola, e decise
coi pugni, o con le coltellate. Se si trovava assolutamente
costretto a prender parte tra due contendenti, stava col più forte,
sempre però alla retroguardia, e procurando di far vedere all'altro
ch'egli non gli era volontariamente nemico: pareva che gli dicesse:
ma perché non avete saputo esser voi il più forte? ch'io mi sarei
messo dalla vostra parte. Stando alla larga da' prepotenti,
dissimulando le loro soverchierie passeggiere e capricciose,
corrispondendo con sommissioni a quelle che venissero da
un'intenzione più seria e più meditata, costringendo, a forza
d'inchini e di rispetto gioviale, anche i più burberi e sdegnosi, a
fargli un sorriso, quando gl'incontrava per la strada, il
pover'uomo era riuscito a passare i sessant'anni, senza gran
burrasche.