Non è però che non avesse anche lui il suo po'
di fiele in corpo; e quel continuo esercitar la pazienza, quel dar
così spesso ragione agli altri, que' tanti bocconi amari
inghiottiti in silenzio, glielo avevano esacerbato a segno che, se
non avesse, di tanto in tanto, potuto dargli un po' di sfogo, la
sua salute n'avrebbe certamente sofferto. Ma siccome v'eran poi
finalmente al mondo, e vicino a lui, persone ch'egli conosceva ben
bene per incapaci di far male, così poteva con quelle sfogare
qualche volta il mal umore lungamente represso, e cavarsi anche lui
la voglia d'essere un po' fantastico, e di gridare a torto. Era poi
un rigido censore degli uomini che non si regolavan come lui,
quando però la censura potesse esercitarsi senza alcuno, anche
lontano, pericolo. Il battuto era almeno un imprudente; l'ammazzato
era sempre stato un uomo torbido. A chi, messosi a sostener le sue
ragioni contro un potente, rimaneva col capo rotto, don Abbondio
sapeva trovar sempre qualche torto; cosa non difficile, perché la
ragione e il torto non si dividon mai con un taglio così netto, che
ogni parte abbia soltanto dell'una o dell'altro. Sopra tutto poi,
declamava contro que' suoi confratelli che, a loro rischio,
prendevan le parti d'un debole oppresso, contro un soverchiatore
potente. Questo chiamava un comprarsi gl'impicci a contanti, un
voler raddirizzar le gambe ai cani; diceva anche severamente,
ch'era un mischiarsi nelle cose profane, a danno della dignità del
sacro ministero. E contro questi predicava, sempre però a
quattr'occhi, o in un piccolissimo crocchio, con tanto più di
veemenza, quanto più essi eran conosciuti per alieni dal
risentirsi, in cosa che li toccasse personalmente. Aveva poi una
sua sentenza prediletta, con la quale sigillava sempre i discorsi
su queste materie: che a un galantuomo, il qual badi a sé, e stia
ne' suoi panni, non accadon mai brutti incontri.
Pensino ora i miei venticinque lettori che
impressione dovesse fare sull'animo del poveretto, quello che s'è
raccontato. Lo spavento di que' visacci e di quelle parolacce, la
minaccia d'un signore noto per non minacciare invano, un sistema di
quieto vivere, ch'era costato tant'anni di studio e di pazienza,
sconcertato in un punto, e un passo dal quale non si poteva veder
come uscirne: tutti questi pensieri ronzavano tumultuariamente nel
capo basso di don Abbondio. "Se Renzo si potesse mandare in pace
con un bel no, via; ma vorrà delle ragioni; e cosa ho da
rispondergli, per amor del cielo? E, e, e, anche costui è una
testa: un agnello se nessun lo tocca, ma se uno vuol contraddirgli…
ih! E poi, e poi, perduto dietro a quella Lucia, innamorato come…
Ragazzacci, che, per non saper che fare, s'innamorano, voglion
maritarsi, e non pensano ad altro; non si fanno carico de' travagli
in che mettono un povero galantuomo. Oh povero me! vedete se quelle
due figuracce dovevan proprio piantarsi sulla mia strada, e
prenderla con me! Che c'entro io? Son io che voglio maritarmi?
Perché non son andati piuttosto a parlare… Oh vedete un poco: gran
destino è il mio, che le cose a proposito mi vengan sempre in mente
un momento dopo l'occasione. Se avessi pensato di suggerir loro che
andassero a portar la loro imbasciata… " Ma, a questo punto,
s'accorse che il pentirsi di non essere stato consigliere e
cooperatore dell'iniquità era cosa troppo iniqua; e rivolse tutta
la stizza de' suoi pensieri contro quell'altro che veniva così a
togliergli la sua pace. Non conosceva don Rodrigo che di vista e di
fama, né aveva mai avuto che far con lui, altro che di toccare il
petto col mento, e la terra con la punta del suo cappello, quelle
poche volte che l'aveva incontrato per la strada. Gli era occorso
di difendere, in più d'un'occasione, la riputazione di quel
signore, contro coloro che, a bassa voce, sospirando, e alzando gli
occhi al cielo, maledicevano qualche suo fatto: aveva detto cento
volte ch'era un rispettabile cavaliere. Ma, in quel momento gli
diede in cuor suo tutti que' titoli che non aveva mai udito
applicargli da altri, senza interrompere in fretta con un oibò.
Giunto, tra il tumulto di questi pensieri, alla porta di casa sua,
ch'era in fondo del paesello, mise in fretta nella toppa la chiave,
che già teneva in mano; aprì, entrò, richiuse diligentemente; e,
ansioso di trovarsi in una compagnia fidata, chiamò subito: –
Perpetua! Perpetua! –, avviandosi pure verso il salotto, dove
questa doveva esser certamente ad apparecchiar la tavola per la
cena. Era Perpetua, come ognun se n'avvede, la serva di don
Abbondio: serva affezionata e fedele, che sapeva ubbidire e
comandare, secondo l'occasione, tollerare a tempo il brontolìo e le
fantasticaggini del padrone, e fargli a tempo tollerar le proprie,
che divenivan di giorno in giorno più frequenti, da che aveva
passata l'età sinodale dei quaranta, rimanendo celibe, per aver
rifiutati tutti i partiti che le si erano offerti, come diceva lei,
o per non aver mai trovato un cane che la volesse, come dicevan le
sue amiche.
– Vengo, – rispose, mettendo sul tavolino, al
luogo solito, il fiaschetto del vino prediletto di don Abbondio, e
si mosse lentamente; ma non aveva ancor toccata la soglia del
salotto, ch'egli v'entrò, con un passo così legato, con uno sguardo
così adombrato, con un viso così stravolto, che non ci sarebbero
nemmen bisognati gli occhi esperti di Perpetua, per iscoprire a
prima vista che gli era accaduto qualche cosa di straordinario
davvero.
– Misericordia! cos'ha, signor padrone?
– Niente, niente, – rispose don Abbondio,
lasciandosi andar tutto ansante sul suo seggiolone.
– Come, niente? La vuol dare ad intendere a me?
così brutto com'è? Qualche gran caso è avvenuto.
– Oh, per amor del cielo! Quando dico niente, o
è niente, o è cosa che non posso dire.
– Che non può dir neppure a me? Chi si prenderà
cura della sua salute? Chi le darà un parere?…
– Ohimè! tacete, e non apparecchiate altro:
datemi un bicchiere del mio vino.
– E lei mi vorrà sostenere che non ha niente! –
disse Perpetua, empiendo il bicchiere, e tenendolo poi in mano,
come se non volesse darlo che in premio della confidenza che si
faceva tanto aspettare.
– Date qui, date qui, – disse don Abbondio,
prendendole il bicchiere, con la mano non ben ferma, e votandolo
poi in fretta, come se fosse una medicina.
– Vuol dunque ch'io sia costretta di domandar
qua e là cosa sia accaduto al mio padrone? – disse Perpetua, ritta
dinanzi a lui, con le mani arrovesciate sui fianchi, e le gomita
appuntate davanti, guardandolo fisso, quasi volesse succhiargli
dagli occhi il segreto.
– Per amor del cielo! non fate pettegolezzi,
non fate schiamazzi: ne va… ne va la vita!
– La vita!
– La vita.
– Lei sa bene che, ogni volta che m'ha detto
qualche cosa sinceramente, in confidenza, io non ho mai…
– Brava! come quando…
Perpetua s'avvide d'aver toccato un tasto
falso; onde, cambiando subito il tono, – signor padrone, – disse,
con voce commossa e da commovere, – io le sono sempre stata
affezionata; e, se ora voglio sapere, è per premura, perché vorrei
poterla soccorrere, darle un buon parere, sollevarle l'animo…
Il fatto sta che don Abbondio aveva forse tanta
voglia di scaricarsi del suo doloroso segreto, quanta ne avesse
Perpetua di conoscerlo; onde, dopo aver respinti sempre più
debolmente i nuovi e più incalzanti assalti di lei, dopo averle
fatto più d'una volta giurare che non fiaterebbe, finalmente, con
molte sospensioni, con molti ohimè, le raccontò il miserabile caso.
Quando si venne al nome terribile del mandante, bisognò che
Perpetua proferisse un nuovo e più solenne giuramento; e don
Abbondio, pronunziato quel nome, si rovesciò sulla spalliera della
seggiola, con un gran sospiro, alzando le mani, in atto insieme di
comando e di supplica, e dicendo: – per amor del cielo!
– Delle sue! – esclamò Perpetua. – Oh che
birbone! oh che soverchiatore! oh che uomo senza timor di Dio!
– Volete tacere? o volete rovinarmi del
tutto?
– Oh! siam qui soli che nessun ci sente. Ma
come farà, povero signor padrone?
– Oh vedete, – disse don Abbondio, con voce
stizzosa: – vedete che bei pareri mi sa dar costei! Viene a
domandarmi come farò, come farò; quasi fosse lei nell'impiccio, e
toccasse a me di levarnela.
– Ma! io l'avrei bene il mio povero parere da
darle; ma poi…
– Ma poi, sentiamo.
– Il mio parere sarebbe che, siccome tutti
dicono che il nostro arcivescovo è un sant'uomo, e un uomo di
polso, e che non ha paura di nessuno, e, quando può fare star a
dovere un di questi prepotenti, per sostenere un curato, ci
gongola; io direi, e dico che lei gli scrivesse una bella lettera,
per informarlo come qualmente…
– Volete tacere? volete tacere? Son pareri
codesti da dare a un pover'uomo? Quando mi fosse toccata una
schioppettata nella schiena, Dio liberi! l'arcivescovo me la
leverebbe?
– Eh! le schioppettate non si dànno via come
confetti: e guai se questi cani dovessero mordere tutte le volte
che abbaiano! E io ho sempre veduto che a chi sa mostrare i denti,
e farsi stimare, gli si porta rispetto; e, appunto perché lei non
vuol mai dir la sua ragione, siam ridotti a segno che tutti
vengono, con licenza, a…
– Volete tacere?
– Io taccio subito; ma è però certo che, quando
il mondo s'accorge che uno, sempre, in ogni incontro, è pronto a
calar le…
– Volete tacere? È tempo ora di dir codeste
baggianate?
– Basta: ci penserà questa notte; ma intanto
non cominci a farsi male da sé, a rovinarsi la salute; mangi un
boccone.
– Ci penserò io, – rispose, brontolando, don
Abbondio: – sicuro; io ci penserò, io ci ho da pensare – E s'alzò,
continuando: – non voglio prender niente; niente: ho altra voglia:
lo so anch'io che tocca a pensarci a me. Ma! la doveva accader per
l'appunto a me.
– Mandi almen giù quest'altro gocciolo, – disse
Perpetua, mescendo. – Lei sa che questo le rimette sempre lo
stomaco.
– Eh! ci vuol altro, ci vuol altro, ci vuol altro. Così dicendo
prese il lume, e, brontolando sempre: – una piccola bagattella! a
un galantuomo par mio! e domani com'andrà? – e altre simili
lamentazioni, s'avviò per salire in camera. Giunto su la soglia, si
voltò indietro verso Perpetua, mise il dito sulla bocca, disse, con
tono lento e solenne: – per amor del cielo! –, e disparve.