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453 Parole

31Esterina Croce prende il tablet bianco. Lo appoggia sulla scrivania. Lo guarda. Pensa. Il dispositivo è intonso come il suo ufficio. Immacolato come il kimono che indossa. Dalle finestre socchiuse entra il vocio della gente che corre in una sola direzione: Piazza San Marco. Come se a Venezia non ci fosse altro. Croce va a chiudere la finestra. Già che è in piedi, spruzza un po’ di deodorante per ambiente: muschio bianco. Chiude la porta. Siede alla scrivania addossata alla candida parete. La mobilia, in noce chiaro, è un lascito del predecessore Egisto Badalamenti. Per evitare gli sprechi, Croce ha scelto di non sostituire gli arredi che ha trovato all’arrivo. Rosebud, scrive Esterina sul bloc-notes virtuale. Rosebud, medita a mezza voce. Cioè “Bocciolo di rosa”: è l’unico indizio

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