“Sì, è stato ricoverato qua stanotte, lo trovate in Chirurgia, terzo piano.”
Steppani si irrigidì: “Scusi, dottore, mi risulta che avesse parecchie fratture, forse intende dire in Traumatologia”.
Il medico non si scompose: “Mi faccia controllare di nuovo.”
Bonanno, interrogativo, guardò Steppani. Che diavolo cercava di fare il suo brigadiere capo? Il sottoposto distolse lo sguardo.
Il medico ribadì: “Confermo, Chirurgia. Il collega di turno ha avuto i suoi buoni motivi se ha deciso così. Questo referto pare la battaglia delle Termopili, avete presente? Oltre alle fratture a braccia, gambe e costole, il soggetto ha riportato un severo trauma cranico e la rottura della milza: se i vostri colleghi non lo avessero trovato per tempo, sarebbe morto per emorragia interna. Ovviamente sarete già informati; come da prassi mi risulta che copia del referto è stata trasmessa anche a voi quale autorità giudiziaria.”
“Forza, Steppà, diamoci una mossa” tagliò corto Bonanno, già su di giri. Del referto non aveva visto neppure l’ombra.
“Vada lei, maresciallo, è preferibile che io resti nei paraggi, la macchina non è parcheggiata bene e può creare fastidio alle manovre delle ambulanze.”
“Nossignore, tu finisci malamente se non ti levi dalla testa queste schifio di macchine, perciò ora vieni con me, è un ordine.”
Un cane bastonato lo avrebbe seguito con più entusiasmo. Bonanno voleva bene al suo sottoposto, ma era convinto che quella passionaccia avrebbe finito col rovinarlo. Quando l’uomo è roso dalle brame, alla fine le brame rodono l’uomo. Trottarono insieme senza più rivolgersi parola e presto furono nel reparto di Chirurgia. Bonanno si avviò senza esitazione verso una stanza. Sulla porta stava scritto Caposala. Steppani lo seguiva svolazzante come una succiacapre.
La caposala portava i capelli raccolti sotto la cuffietta e un aderente camice ne snelliva l’alta figura magnificando la sua bellezza mediterranea.
“Buongiorno, signora, sono il maresciallo Bonanno, siamo qua per Gaspare Calì” disse Bonanno.
La caposala posò sui due militari occhi di brace: “Ci vuole proprio una bella faccia tosta a presentarsi così nel mio reparto.”
Bonanno rimase sconcertato: “Come dice?”
“Intanto sono signorina, e qui dentro tanto per chiarire, sono la caposala. E questo vale per tutti.”
“D’accordo, signorina caposala, vuole essere così gentile da dirmi come sta il signor Calì e dove si trova il suo letto o devo presentare domanda scritta?” rispose Bonanno, fissando stranito la signorina e sacramentando contro tutto il sistema solare conosciuto.
“E secondo voi come deve stare un paziente nelle sue condizioni? La stanza è quella laggiù, l’ultima a destra. E adesso la saluto, maresciallo,” disse con uno sbuffo prima di allontanarsi altera. Bonanno le colse un luccichio sospetto negli occhi mentre Steppani, le gote come un coccio di fuoco, deglutiva torrenti di saliva bollente.
“Steppà, questa cosa io te la devo domandare.”
“Dopo, maresciallo, dopo.”
“Meglio subito invece, così ci leviamo il pensiero. Mi spieghi per quale motivo mentre parlava con me, la caposala smiccava dritto in faccia a te? La conosci?”
“Appena appena” ammise Steppani.
“Appena appena ’sto ciufolo, quella ti avrebbe inchiummato volentieri dove so io. Ci fu cosa?”
“In un certo senso”
“Che significa? O ci fu o non ci fu.”
“L’ho conosciuta tempo addietro. È successo per caso, giuro, mentre montavo di servizio con Cantara. L’abbiamo fermata per un controllo ed è nata una simpatia. Guidava una vera scheggia, un’Opel Tigra blu cobalto, una meraviglia. Quando si pigia sull’acceleratore la velocità ti schiaccia al sedile e che ripresa, che scatto, che bolide, maresciallo.”
“Steppà, frena, mi vuoi dire che minchia ci intrapone la caposala con la Tigra?”
Fu Steppani stavolta a fissarlo basito: “Quella macchina è dotata pure di comodi sedili ribaltabili, maresciallo, sedili di pelle morbida.”
“Ahhhh e come mai allora...”.
“Il fatto è che la settimana appresso l’ha venduta a una sua cugina e allora lei capisce…”
Bonanno imprecò e istintivamente infilò le mani in tasca. Solo dopo aver tirato fuori il pacchetto delle Benson & Hedges ricordò dove si trovavano.
“Steppà, una cosa te la voglio dire: per il tuo bene ti auguro di non finire in ospedale perché, se mai dovessi capitarle sotto mano, madamigella Opel Tigra ti rifilerà tante di quelle zagagliate nel tuo scaldasedie che per mesi manco il letto potrai usare”.
Steppani finì di deglutire il resto del torrente di lava.
Il sole inondava la stanza e, con quella luce, Aspanu “Caccialesto” dava l’idea di essere più morto che vivo. La gamba in trazione, i pesi pendevano fuori da letto. Bonanno si domandò cosa si prova ad avere infilati nelle ossa dei ganci metallici che tirano verso il basso.
Gravità, peso, forza.
Rabbrividì.
Il ferito aveva un braccio ingessato. La faccia era tumefatta, le palpebre melanzane violacee posate sugli occhi, la bocca un pertugio sanguinolento, spaventosamente gonfio. Il torace era circondato da una fasciatura elastica per contenere le fratture costali. Nel braccio libero, gli avevano infilato un grosso ago, dove confluivano dei tubi terminanti in due sacche. Bonanno si accorse che una sacca conteneva sangue e gli venne da vomitare.
Al capezzale dell’amato sedeva Angilina, gli occhi gonfi. Aveva pianto tutta la notte. Davanti ai carabinieri nascose il viso tra le mani grosse e rosse e riprese a singhiozzare, vergognosa del proprio dolore.
Il dottore Calcedonio Arcadipane, aiuto chirurgo, bloccò Bonanno e Steppani sulla porta. “Scusate, chi state cercando?”
“Proprio il tizio che sta sul letto, dobbiamo parlare con lui.”
“Ci sarà da aspettare almeno ventiquattrore” rispose il medico.
“Capisco, a giudicare da come è conciata quella bocca sarà difficoltoso per Aspanu rispondere, ma noi siamo pazienti” replicò Bonanno.
“La bocca non c’entra” sorrise il medico. “Il paziente è ancora sotto l’effetto dell’anestesia. È uscito ora dalla sala operatoria, un intervento lungo, abbiamo asportato la milza. Era spappolata.”
“Ah, pure; e va bene, vuol dire che torniamo domani. Senta, dottore, secondo lei che gli capitò? Potrebbe trattarsi di un incidente automobilistico?”
“Non credo proprio.”
“Pensa che…”
“Ne siamo certi.”
“Possiamo parlare con calma da qualche parte?” domandò Bonanno.
“Prego, vi faccio strada” rispose il medico invitandoli nella sua stanza.
Un quarto d’ora dopo, Bonanno aveva eliminato ogni ragionevole dubbio. A orinare sul volto di Aspanu “Caccialesto” non era stato uno dei tanti cani randagi che gironzolavano indisturbati nella zona. Aspanu era stato selvaggiamente picchiato e marchiato. Uno sfregio. Chi l’aveva massacrato non voleva derubarlo né ammazzarlo, anche se c’era andato vicino. Una lezione in piena regola. Di quelle che non si scordano. Un avvertimento.
Il medico confermò il pestaggio e, seppure con la dovuta cautela, rassicurò sulla futura guarigione, lenta ma completa, escluse complicazioni, naturalmente.
“Naturalmente” concluse Bonanno.
Si congedarono e lasciarono l’ospedale, con gran sollievo di Steppani. Nel corridoio incrociarono la caposala. I suoi occhi saettavano.
Il brigadiere fece partire la macchina a razzo, facendo sobbalzare di nuovo il barelliere che stazionava accanto all’ambulanza.
Per raggiungere il casolare di Aspanu bisognava percorrere una mulattiera fuori paese. Ad un certo punto, a mano manca si apriva un largo spiazzo circondato da carrubi e mandorli. Lì c’era una comoda casa nascosta ad occhi indiscreti, dove le ragazze disfatte riposavano nell’ampio letto dopo la lunga notte di battaglie.
Era sabato mattina. Come da precedenti accordi, la loro permanenza a Villabosco si articolava su due giorni la settimana, venerdì e sabato, i fine settimana di paese. Da quelle parti, la domenica pomeriggio, gli affezionati clienti la dedicavano alla famiglia, alle visite ai parenti e la sera al cinema o alla pizza.
“La casa, maresciallo. Da qualche tempo, qua attorno, venerdì e sabato notte si sparano belle cartucce. Secondo me le ragazze stanno ancora dentro. Interveniamo?”
Bonanno fece cenno a Steppani di proseguire. Continuava a rimanere in silenzio. Da come fumava, Steppani intuì che pensava a ritmo serrato.
“Siamo certi dell’informazione?”
“Quasi certi.”
“Che significa, Steppà?”
“Abbiamo avuto diverse conferme, compreso lo sfogo di una signora. L’altro pomeriggio è venuta in caserma per lamentarsi del marito. Da tempo non la cerca e lei sospetta. La colpa è tutta delle buttane africane, ha detto testuale.”
“E voi che faceste?”
“Procedura d’ufficio, se ne sta occupando il maresciallo Marcelli. Io ne sono venuto a conoscenza casualmente, quella mattina mi stavo intrattenendo col maresciallo Musicchia e tra una tragedia e l’altra mi ha riferito della signora inappagata.”
“Questa non ci voleva” si lamentò.
“Allora procediamo?”
“Per ora no, Steppà. Forza, fammi vedere dove pestarono a ‘Caccialesto’ e rientriamo. Vanessa mi aspetta, oggi la prendo io dalla scuola.”
***
I pensieri di Aspanu erano spicchi di luce, andavano e venivano nel buio, incapaci di coagularsi e assumere forma compiuta. Aleggiavano come fantasmi desiderosi di prendere corpo. Nei pochi sprazzi di lucidità che l’anestetico e il pestaggio lasciavano alle sue cellule grigie, la domanda continuava a tormentarlo, lancinante come uno stiletto ficcato nel fianco.
Perché?
S’era mosso con le dovute cautele, ogni settimana saldava i conti, nessuno poteva lamentarsi. Il commercio di pelo giovane e straniero conveniva a tutti.
Il cavaliere Arcangelo Lo Sicco, detto zu Angiolo, gli aveva accordato la propria benedizione a operare nella Montanvalle, gli amici di Palermo ci guadagnavano, le ragazze pure, i clienti erano soddisfatti. E allora perché quel massacro?
Lo zu Angiolo di certo sapeva già quello che gli era successo, nulla gli sfuggiva. E certamente aveva già dato ordine di rintracciare i figli di vacca che se l’erano presa con un suo protetto.
Chi erano quei bastardi?
Quel tarlo era più doloroso dell’oceano di sofferenza dove Aspanu annaspava da ore.
Per quanti sforzi facesse, non trovava risposte. La rabbia lo divorava, si agitò infuriato sul letto. Angilina gli strinse premurosa la mano e sussurrò qualcosa che lui non capì.