III-1

2017 Parole
III La penombra lo avvolge, la porta è serrata. Il profilo affilato taglia il riverbero lanuginoso del monitor. Il vuoto si colma di attesa. Un verso riecheggia nell’aria, un lamento cupo, dolce musica che richiama lontane, irresistibili sirene. Lo ha battezzato il canto dell’Upupa. I suoi seguaci lo invocano con il nome di Salomone. Non si conoscono re di pari saggezza: sconfinati furono i suoi tesori, grandiosi gli anni del regno, immenso l’harem. Al pari dell’antico sovrano, vuole erigere un tempio al suo dio. Un dio ben diverso da colui che gli uomini adorano in terra. Salomone assapora l’attesa, labbra umide e respiro contratto. Le immagini scorrono nitide sul monitor, bocche ingorde divorano l’innocenza, non lasciano briciole. Si compiace dello spettacolo. Tace e osserva. L’eccitazione cresce. Il locale è anonimo, rischiarato da potenti lampade. Spesse tende coprono le finestre. Alla parete scudisci e guanti neri, stivali e speroni, frustini e museruole. Due tizi smilzi conducono un bambino. È piccolo e spaurito. Sei anni o poco più. I caratteri somatici sono asiatici. Forse è vietnamita oppure laotiano, birmano o tailandese. Che importa la nazionalità? Ha mani per compiacere e bocche per accogliere. E innocenza da spandere per lo spettacolo a cui è destinato. Gli occhi sono di una delicatezza meravigliosa, piccoli e scuri, allungati lateralmente, gli conferiscono l’aria tipica della sua gente. Gli stessi occhi che adesso stanno guardandosi attorno. Cercano invano una via di fuga. Non la trovano. In quella stanza la paura non ha confini, il terrore è senza tempo. E lui è solo una gola priva di voce, svuotata di suoni e sentimenti. Il bimbo singhiozza, i due uomini sogghignano. Hanno denti gialli. Nei loro gesti osceni la violenza esula da se stessa, si attorciglia come serpe attorno al collo di un ignaro dormiente. Sono l’altro volto della natura umana. Si sfamano di carne innocente. Uno gli sale in groppa, il peso schianta il bimbo, le gambe magre cedono. E grida ancora l’innocente, grida senza voce. E quelle urla eccitano gli aguzzini. Speroni lucidi gli oltraggiano i fianchi. Carne e muscoli si lacerano. Lacrime di sangue gli arrossano le gambe ossute. Salomone si passa la lingua sulle labbra arse: è una giornata proficua, il maestoso progetto cresce, il tempio sta mettendo solide fondamenta. Sono centinaia e centinaia coloro che hanno aderito, come i due nuovi adepti: mosche fameliche sul corpo nudo del bimbo. Ne fanno scempio. E quell’ultimo gesto di saluto, lo sa, è solo per lui. Emma e Vanessa. Il passato sapeva di sale. Il presente erano nomi gridati, spinte, risate, gambe che correvano. In mezzo, la sua bambina: per Bonanno era un piacere andare a prendere Vanessa all’uscita di scuola. Uno dei pochi. Lo riportava indietro, a quando alla scuola il tempo non passava mai e lui, intrappolato nel banco, non ascoltava più gli ultimi sprazzi di lezione e guardava fuori, oltre il vetro consumato, nel cortile spoglio di alberi e anche più in là, oltre le montagne, e pensava a suo padre perso in Germania, sempre più lontano, sempre più scolorito nei ricordi. Gli mancava da allora. Vanessa era una bambina piena di vita. Quando Emma se ne era andata, lasciandoli soli, aveva temuto per lei. Che crescesse chiusa, ombrosa com’era stato lui senza la figura paterna. Ma per uno di quei miracoli inspiegabili che ogni tanto accadono, l’abbandono Vanessa lo aveva risolto a modo suo. Lo aveva masticato bene, come un piatto forte, pesante, e piano piano lo aveva digerito. Ora che il piccolo fiore si apriva alla vita, Bonanno poteva respirare sollevato. Eccola, si disse, spegnendo la sigaretta che aveva appena acceso. Le andò incontro e appena le fu accanto la strinse forte. “Papà, dai, così mi stritoli” si lamentò Vanessa scostandosi ciuffi ribelli dal viso. “Ancora il muso mi tieni?” le chiese, memore della baruffa della sera prima a causa di Ringhio. “Uhmmm, lo meriteresti” rispose Vanessa monella. “Buongiorno, maresciallo, come sta?” Bonanno si voltò. “La nostra Vanessa canta come un angelo. Oggi abbiamo avuto le prove per la recita di Natale. Sono molto contenta di lei” aggiunse l’anziana maestra. “Anch’io” disse Bonanno carezzando sua figlia con gli occhi. Era fiero di lei. E pazienza se doveva sorbirsi Ringhio e le sue notturne litanie. Pur di vederla serena avrebbe sopportato perfino di portarsi in casa un elefante. “Perché non viene a trovarci, la prossima volta? Veramente il pubblico non è ammesso, ma per il maresciallo Bonanno uno strappo alla regola lo possiamo fare.” Bonanno scosse la testa poco convinto: non amava la parzialità che gli assicurava la sua uniforme nel loro microcosmo di provincia dove tutti si conoscevano, ma non voleva essere scortese con l’anziana educatrice. Per fortuna fu lei stessa a trarlo d’impiccio. “Ho capito, ho capito, gli impegni, la Giustizia” disse, rimettendo a posto una ciocca. “Io capisco tutto, ma mi lasci dire, maresciallo. Non se li perda questi anni bellissimi della sua bambina. La Giustizia è così lenta che certe volte si può lasciarla aspettare ancora un po’, non crede?” Bonanno si sentì punzecchiato nel vivo e svaporò all’istante la sincera simpatia che provava per quella maestra dall’aria antica che non somigliava affatto al suo insegnante di un tempo, baffuto e panciuto. Quelle parole vere e dure gli fecero male. Così dirette, un pugno nello stomaco di quelli che ti lasciano intontito per giorni, e quando riprendi coscienza, ti inchiodano a una sedia e ti obbligano a fare quei conti che hai sempre rimandato. Una moglie che ti dice addio non capita spesso. Una madre che si separa da sua figlia capita una volta su un milione. A lui e Vanessa era successo, eppure erano entrambi lì, solidi e vitali. E con tutto il sacrosanto rispetto per i suoi capelli canuti, che poteva saperne quella maestra tanto saccente di quel che avevano passato? Di quante volte le notti si dilatavano e diventavano un buco nero dove affogare solitudine e depressione? Dei pianti di Vanessa? Di quel calore troppe volte cercato nel fondo di una bottiglia? Aveva conosciuto l’inferno e ne era uscito vivo. Malconcio, ma vivo. “Ci farò un pensiero” mentì Bonanno. “Vieni, Vanessa, andiamo.” “ Sciuri sciuriddu nicu nicu/nun è pumu e nun è ficu” canticchiò Vanessa. “Dai, andiamo che la nonna ci aspetta.” “ Sciuri sciuriddu dunci dunci/tocca tocca e nun ti punci.” “Sempre quella canzone, chissà dove l’ha imparata” commentò la maestra. “La saluto”, disse Bonanno stringendole spiccio la mano bianca e sottile. Il rimprovero gli era rimasto nella strozza, non vedeva l’ora di togliersi dai piedi. In macchina faceva caldo. Dopo la frescura della notte, il sole era tornato a splendere sovrano inondando di luce case e cose. Vanessa tirò subito giù il finestrino, lasciando che l’aria frizzante giocasse coi capelli di Bonanno. “Contami di questa recita” le chiese Bonanno. “A Natale mi vesto da Madonna e canterò tre canzoni. Me lo compri un gelato al chioschetto? “Quale gelato? La nonna le cotolette alla palermitana preparò, e quelle calde calde si mangiano”, rispose Bonanno accelerando. “Papà, nonna le cotolette le arrostisce quando arriviamo, la conosco meglio di te. E dai, un gelatino per la madonnina tua. Rallenta, rallenta che il chioschetto là è. Guarda c’è Michele: ehi, ciao, Michele.” Sul marciapiede opposto, accanto al chioschetto, camminava un bambino con indosso un giubbetto rosso. Si voltò e salutò con la mano. “Michele viene a scuola con me” disse Vanessa sciogliendosi la coda di cavallo. “Lui nella sezione A, io nella B. Lui fa l’Angelo nella recita. La maestra gli aveva chiesto di fare San Giuseppe, ma lui ha detto no. Io ci sono rimasta male perché pensavo che come Madonna non gli piacevo, invece lui mi ha detto che preferiva l’Angelo. Gli sono sempre piaciuti molto gli angeli. Pure Michele canta bene; allora, me lo compri il gelato?” “E va bene, andiamo a prenderci sto benedetto gelato, ma lo facciamo mettere in vaschetta e lo mangiamo a casa, insieme alla nonna. E niente anticipi.” “Ti voglio bene” disse Vanessa mollandogli un bacio sulla guancia. Al chioschetto di Tony i gelati si trovavano fino ad autunno inoltrato. Tony aveva assunto come rinforzo Menica, una bella ragazza dai fianchi rotondi e i seni stretti in quei reggipetti di una volta, che congiungevano le due mele a formare una collinetta. Servire gelato doveva essere un ripiego, in attesa di un lavoro vero. Ma dietro quel bancone Menica si sentiva una regina, e coni, coppette e brioche erano i suoi gioielli. Per questo non se ne era più andata e ogni giorno si presentava con qualche minuto di anticipo dal suo datore di lavoro. Tony era mutanghero di natura, lei invece amava i gesti e la chiacchiera. Studiava il cliente, suggeriva questo o quel gusto per lui, e per i bambini aveva un occhio di riguardo e colmava coppette e coni con montagnole di gelato cremoso o alla frutta, con buona pace di Tony che fingeva di non vedere. In fondo sembravano una coppia più bella e affiatata di un marito e una moglie reali. In quel momento Tony era solo, trafficava dietro il bancone. Stava mescolando il gelato. Lo faceva con movenze eleganti, con amore, lo accarezzava, gli parlava sottovoce, come si fa con la più cara delle amanti. E quel che usciva fuori erano una crema dolce e un cioccolato possente, e una stracciatella che bastava una goccia che ti ci potevi benedire. “Ciao, Michele” disse di nuovo Vanessa. “Il mio papà mi compra il gelato, tutto stracciatella e cioccolato.” “Ciao Michele, lo vuoi anche tu un gelato?” domandò Bonanno. Michele si strinse nel suo giubbotto. Scosse la testa. “Dai, Michele, un cono piccolo piccolo” intervenne Vanessa. Il bambino scosse la testa. “Va bene, come vuoi tu” disse ancora Vanessa, delusa. “Senti, Michele, vuoi che faccio l’Angelo con te, eh?” “Devo andare” disse Michele allontanandosi. “Il tuo amico senza lingua pare” commentò Bonanno. “Lo lasci perdere quel ragazzino, una volta mangiava un sacco di gelati, sempre al cioccolato, ma ora pare che uno gli offra veleno. Sarà la crescita” disse risentito Tony. Gli montava il sangue agli occhi quando snobbavano la sua grazia di Dio. Vanessa prese la mano di Bonanno. Bonanno la strinse e fissò il bambino che si allontanava stretto nel suo giubbottino rosso. Gli sembrò di udire un sussurro. No, non era un’impressione: Michelino muoveva le labbra come se cantasse. Un canto triste, sommesso. Una nenia che aveva sentito poco prima: sciuri sciuriddu nicu nicu/nun è pumu e nun è ficu. *** Novembre nella Montanvalle giungeva più triste che altrove. La nebbia si levava ad avvolgere cose e uomini e dava quel senso di immaterialità sospesa, un paesaggio da fiaba che cozzava contro le infamie della vita. La nebbia a Bonanno suggeriva pensieri amari. Fumava e tossiva. Un artiglio maligno gli afferrò i polmoni, li strizzò ben bene, per liberarli dall’incatramatura di anni e anni di nicotina aspirata a dosi massicce. Camurria, devo smettere pensò, ma era cosciente che non ci sarebbe mai riuscito. La colpa sapeva a chi addossarla. Il ricordo di Emma che lo canzonava quando ancora non sapeva fumare lo colpì di sorpresa. Anche quando stringeva tra le dita affusolate una sigaretta gli appariva così femmina e sensuale. Una pantera. Come diavolo aveva potuto una donna come quella innamorarsi di lui? S’era voluta divertire, levarsi uno sfizio, l’amore è altro. Certe donne sono irresistibilmente attratte dalla divisa e lui, dodici anni prima, nell’uniforme faceva un figurone, asciutto com’era a ventisei anni. Rimaneva il mistero sul perché avesse insistito per sposarsi e fare una figlia. Una figlia, Vanessa, che non s’era fatta scrupolo ad abbandonare per seguire quel saltimbanco muscoloso. “Maresciallo, le dispiace atterrare da queste parti? Ho un mucchio di pratiche da sbrigare.” Bonanno si scosse, scrutò Steppani con aria smarrita e appena la puzza di stantio gli ricordò che erano in caserma, seppellì sentimenti e risentimenti, operazione che gli riusciva assai bene. Riacquistò il suo autocontrollo. “Chi monta stanotte di pattuglia, Steppà?” “Se non erro, Brandi e Torrisi: un attimo che controllo il turno. Confermato, tocca a loro.” “Manco a parlarne, sono inadeguati. Dopo la figuraccia che rimediammo per colpa loro alla bisca di Campolone, ancora si contano le barzellette. Dobbiamo escogitare una soluzione alternativa, Steppà.” Quando il maresciallo condiva il suo eloquio scarno ed essenziale con vocaboli più complicati, significava solo una cosa: rogne in arrivo. Steppani sospirò: “Perdoni l’ardire, capo, ma a quale compito allude di tanto complicato che stanotte Brandi e Torrisi non possono assolvere?” “Compito delicatissimo. Mi servono due uomini superfidati” disse fissandolo intensamente. “Intende due di noi?” “Precisamente. Come siete combinati tu e Cacici?” “Chissà perché non vinco mai al lotto. Le dispiace spiegarmi che sta almanaccando?” Bonanno sorrise, con Steppani si capivano al volo. “Hai presente la casa del nostro amico Aspanu? Se le tue informazioni sono fondate, stanotte ci sarà movimento. Mi serve qualcuno che annoti le targhe dei clienti. Massima discrezione, però, mi raccomando”.
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