Capitolo 3

1173 Parole
POV: Dr. Adrien Koffi La morte ha un odore. Non quello che si immagina, dolce, pacifico, etereo. No. La morte sa di antisettico, di sangue, e di quella cosa indefinibile che solo chi ha passato anni nelle sale operatorie può riconoscere: la disperazione umana. E in quel momento, le mie mani ci erano immerse dentro. – « Pressione arteriosa in calo, Dottor Koffi. 80 su 50. » La voce dell'infermiera, Claire, una beninese competente che non cedeva mai al panico, era tesa ma controllata. Esattamente come piaceva a me. – « Aumentate la dopamina. Due milligrammi. » La mia voce era calma. Clinica. Distaccata. Sempre distaccata. Il paziente sul mio tavolo, un uomo di cinquantaquattro anni, padre di tre figli, diabetico, aveva avuto un infarto massivo. Triplo bypass coronarico. Un intervento che avevo eseguito centinaia di volte. Le mie dita si muovevano con precisione meccanica, suturando le arterie, bypassando le zone danneggiate. Ogni gesto calcolato. Ogni movimento perfetto. Perché era questo che facevo. Riparavo i cuori spezzati. L'ironia non mi sfuggiva mai. – « Monitor stabile, » annunciò Claire. – « La pressione risale. 110 su 70. » – « Bene. Finiamo. » Quaranta minuti dopo, mi sfilavo i guanti insanguinati, guardando l'équipe trasferire il paziente in sala risveglio. Sarebbe vissuto. Avrebbe rivisto i suoi figli. Avrebbe avuto una seconda occasione. Missione compiuta. Uscii dal blocco operatorio, togliendomi la cuffia, sentendo la stanchezza familiare insediarsi nelle spalle. Tre ore di chirurgia. Il mio quinto intervento della settimana. Certe persone lo chiamavano dedizione. Io lo chiamavo sopravvivenza. Perché quando lavoravo, non pensavo. E quando non pensavo, non dovevo ricordare. – « Adrien! » Mi voltai. La dottoressa Sophie Traoré, mia collega, mia amica, e la persona più irritante di quell'ospedale, camminava verso di me, i locks raccolti in una coda di cavallo, un caffè in mano. – « Hai un aspetto orribile. » – « Grazie, Sophie. Il tuo sostegno mi tocca profondamente. » Mi porse il caffè. Nero. Senza zucchero. Esattamente come piaceva a me. – « Cinque interventi in tre giorni. Stai cercando di battere un record o di morire di sfinimento? » – « Tutte e due. » Non rise. Invece, mi fissò con quell'espressione che mi faceva incazzare, quella che diceva: "Ti vedo. Lo so." – « Sono passati tre anni, Adrien. » Il mio corpo si bloccò. Tre anni. Tre anni, due mesi e sedici giorni. Da quando mia moglie era morta. Da quando il mio bambino non ancora nato era morto con lei. Da quando tutto ciò che mi definiva come uomo, marito, futuro padre, essere umano capace di amare, si era spento in un incidente d'auto sulla strada per Porto-Novo. Un incidente che avrei potuto evitare. Se solo fossi stato più attento. Se solo non avessi risposto a quella chiamata di lavoro. Se solo. Se solo. Se solo, cazzo. – « So quanto tempo è passato, Sophie, » dissi, la mia voce glaciale. Lei posò una mano sul mio braccio. – « Non lo dico per essere crudele. Lo dico perché sei mio amico. E guardarti mentre ti distruggi lentamente mi spezza il cuore. » – « Il mio cuore è già spezzato. Uno in più non cambierà niente. » – « Adrien... » Il mio cercapersone suonò. Codice blu. Pronto Soccorso. Salvato dalla campanella. – « Devo andare. » Mi allontanai prima che potesse aggiungere altro, le sue parole che mi risuonavano in testa come un'eco dolorosa. "Tre anni." Tre anni che mi punivo. Tre anni che salvavo vite per compensare quella che non ero riuscito a salvare. Tre anni che esistevo senza vivere. Ed era esattamente ciò che meritavo. Il Pronto Soccorso dell'Ospedale Universitario di Cotonou era un caos organizzato. Sempre. Ferite da incidente in moto. Malaria acuta. Complicazioni ostetriche. La miseria umana condensata in uno spazio ristretto che sapeva di candeggina e sudore. – « Codice blu, sala 3! » gridò un'infermiera. Scattai in avanti, il camice bianco che fluttuava dietro di me, il cervello che passava all'istante in modalità emergenza. Sala 3. Una giovane donna sulla barella. Incosciente. Pelle pallida. Labbra bluastre. Arresto cardiaco. – « Da quanto tempo? » abbai precipitandomi verso di lei. – « Quattro minuti, » rispose un urgentista senza fiato. – « I paramedici hanno fatto il Massaggio Cardiaco Esterno durante il trasporto. Nessuna risposta. » Quattro minuti. Ogni secondo contava. Ogni secondo senza ossigeno al cervello aumentava i rischi di danni irreversibili. Mi posizionai, le mani che trovavano automaticamente il centro del suo sterno. – « Defibrillatore. Subito. » Qualcuno piazzò gli elettrodi sul suo petto nudo. Notai vagamente che indossava un abito elegante. Dei gioielli. Veniva con ogni evidenza da un ambiente agiato. Non che cambiasse qualcosa. Per me, esistevano solo due categorie di pazienti: vivi e morti. E io mi rifiutavo categoricamente di lasciare che quella donna scivolasse nella seconda categoria. – « Ritmo? » – « Fibrillazione ventricolare. » Perfetto. Be', sempre che si potesse chiamare perfetto. Almeno era trattabile con lo shock. – « Indietro tutti. Carica a 200 joule. » "Bip bip bip" – « Shock! » Il corpo della donna si inarcò violentemente sotto la scarica elettrica. Fissai il monitor. Linea piatta. – « Continuate il Massaggio. » Piazzai le mani sul suo petto e cominciai le compressioni. Trenta compressioni. Ritmo perfetto. Profondità perfetta. Meccanico. Preciso. "Uno. Due. Tre. Quattro." Il suo viso era rivolto verso di me. Anche incosciente, anche sull'orlo della morte, era... bella. Tratti delicati. Zigomi alti. Capelli corti ed eleganti. "Dieci. Undici. Dodici." Perché stavo notando una cosa del genere? Scacciai il pensiero. Concentrazione. "Ventotto. Ventinove. Trenta." – « Ventilazione. » L'infermiera le posizionò la maschera sul viso, due insufflazioni. – « Secondo shock. 300 joule. » "Bip bip bip" – « Indietro tutti. Shock! » Il suo corpo ebbe un altro spasmo. Il monitor... Linea piatta. – « Merda, » mormorò qualcuno dietro di me. – « Non si molla, » ringhiai. – « Adrenalina. Un milligrammo. » Ripresi le compressioni. Le braccia cominciavano a bruciarmi, ma non mi sarei fermato. Non mi fermavo mai. "Uno. Due. Tre." – « Dottor Koffi, » disse dolcemente l'infermiera. – « Sono passati otto minuti. » Otto minuti. Statisticamente, dopo otto minuti di arresto cardiaco, le possibilità di recupero neurologico completo crollavano drammaticamente. "Quindici. Sedici. Diciassette." – « Andiamo avanti. » – « Dottore... » – « Ho detto che andiamo avanti! » Qualcosa nella mia voce fece ammutolire tutta l'équipe. "Ventotto. Ventinove. Trenta." Perché mi stavo accanendo tanto? Non la conoscevo. Non conoscevo nemmeno il suo nome. Ma qualcosa, qualcosa di primitivo, di irrazionale, si rifiutava di lasciarla andare. "Non ancora una. Non sul mio tavolo." – « Terzo shock. 360 joule. Massimo. » Era l'ultimo. Dopo questo, se non fosse tornata... – « Carica. Indietro tutti. » Le posai una mano sulla fronte. Fredda. Troppo fredda. – « Torna indietro, » mormorai. Troppo piano perché qualcuno potesse sentire. – « Ti prego. Torna indietro. » – « Shock! » "THUMP" Il corpo si inarcò un'ultima volta. Silenzio.
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