Prologo-3

1605 Parole
- Non credi che potremo eternarlo, Junius? In modo che non sia di nessun altro, in modo che le mie mani siano le uniche a toccarlo per l’ultima volta? Un lampo di disagio attraversò il volto gonfio dell’Aristos; fissò ora l’amico ora il giovinetto, che continuava a mostrare i denti da bravo schiavetto. - Quel che il Divo comanda, ovviamente. - Riusciranno a produrre in laboratorio una soluzione che non gli macchi la pelle, in modo che conservi la freschezza e il colore originari? Che ne dici? - Ne sono sicuro, Maximus. Non è la prima volta… - Già, già. Non è la prima volta. Tu che ne dici, Silenus? Il ragazzo richiuse la bocca e atteggiò le labbra a un sorriso aperto, innocente: - Tutto ciò che il mio signore comanda. Soddisfatto, il Divo invitò il suo giocattolo a immergersi con lui. Poi fece un gesto a Junius Rufinus perché gli fosse bloccata ogni via di fuga. *** La prima giornata delle celebrazioni per la presa di New Harmony cominciò con la riapertura dell’Arena e l’allestimento dei giochi per i nuovi irradiati. La stessa famiglia dei Lucetii fu invitata a prendere posto sui sedili del podium, nella parte centrale della cavea. I Senatori, gli Aristoi, i Perfetti di più illustre origine occupavano le gradinate più vicine al campo di lotta, mentre le famiglie dei quartieri “bassi”, i Servitori, i membri della Milizia Bianca e gli schiavi d’origine nomade riempivano il resto dell’enorme anfiteatro. All’apparire della Mater, il viso nascosto sotto la maschera dorata e un velo che le copriva l’acconciatura elaborata, il pubblico si raccolse in qualche minuto di silenzio rispettoso, in nome essenzialmente dell’aiuto che Claudia Lucetia aveva offerto a tutti i supplici che pressoché quotidianamente a lei e alla sua pietà si appellavano per mitigare la furia punitiva del Divo. Qualche fischio segnalò il sedile vuoto di Naevius, altri canti di benvenuto si levarono ad accompagnare l’entrata dei Senatori e degli Illustri: tuttavia la sola presenza dell’imperatore Maximus, presidente dell’Unione Transatlantica e venerabile Divo delle terre dell’antica America, poteva sancire l’ufficializzazione degli spettacoli. Alla sua apparizione, gli spettatori d’ogni classe si alzarono in piedi e testimoniarono la loro lealtà chinando il capo verso il basso per alcuni secondi, poi sollevandolo e gridando tre volte il nome della gloria assoluta dell’impero. Come da copione, il Divo sistemò la toga color rosso porpora aiutato dai suoi pueri, poi si preparò a rivolgersi alla buona parte della popolazione olimpica riunita in Arena in quella solenne occasione. L’orchestra smise d’intonare la sinfonia d’origini germaniche promossa dall’imperatore a inno dell’Unione: amplificata da microfoni opportunamente camuffati, la voce di Maximus Lucetius si diffuse per l’intera Acropoli: - Popolo di Olympia, splendore dell’Unione e dell’umanità perfetta… vi do il benvenuto agli spettacoli che celebrano una grande vittoria, quella contro una piaga che per secoli ha funestato le terre del Nord e che finalmente, grazie all’appoggio di nostra sorella Arborea, è stata debellata per sempre! Gli applausi riempirono la breve pausa del discorso, si spensero gradualmente dopo che il Divo alzò la mano per continuare: - Ma non è solo una gloria passata che esaltiamo oggi. È più una promessa per il futuro, un giuramento che oggi io sento di fare qui tutti i miei sudditi, e a tutti quelli delle città e dei distretti del resto dell’Unione. Il momento è giunto, popolo di Olympia: il Senato è con me, con me sono i miei augusti parenti. Ci espandiamo a Occidente, abbiamo trovato Edenia! Sugli ultimi gradoni della cavea, in alto contro il cielo eternamente plumbeo, i Militi imperiali diedero inizio alle grida entusiaste e al tambureggiare dei piedi sui sedili. Li seguirono i Servitori, poi la stragrande maggioranza dei Perfetti con battiti di mani e calzari uniformi, sempre più accelerati, instancabili. - Il mondo è nostro, la gloria imperitura ci appartiene! L’orchestra riprese l’inno, l’alternò a una melodia assai più solenne e adatta allo scopo. Junius Rufinus gongolava dal palco proprio ai piedi del podium su cui sedeva la Mater: - Guardate, Claudia. Guardate come il favore del suo popolo non l’ha abbandonato… Ci si aspetterebbe lo stesso plauso da una platea meno grata, e innamorata del suo presidente? - Dello stesso era certo Bjorn il giorno della sua rielezione, Rufinus. Che ne è della sua gloria, oggi? La voce di Cladia Lucetia giunse attutita dalla maschera alla gradinata più in bassa: l’Aristos ne colse quanto bastava per storcere le labbra tumide in una smorfia di delusione. - Siete troppo severa con voi stessa e con la vostra famiglia, Claudia. - Soltanto con chi sta abusando troppo del favore del fato. - Guardate, allora. Guardate chi fa il suo ingresso dopo anni di ricerche… Lo sfigurato, il giovane Milite su cui nessuno aveva il coraggio di scommettere! Annunciato da un ambasciatore del Senato, il comandante Dave Bryant emerse dal vomitorium nella sua scintillante corazza di rappresentanza: il mantello bianco come neve gli ondeggiava leggero lungo i fianchi, l’espressione fiera nonostante fosse irriconoscibile a causa delle cicatrici che gli deturpavano la metà sinistra del viso. - Dio mio, che gli è successo? – chiese Flavia al suo vicino Laelio, entrambi in piedi ai limiti di uno dei corridoi che suddividevano la cavea. - Dicono che si sia procurato quelle ferite a New Armony, ai tempi della rivolta degli Invidiosi. - È stato fortunato a uscirne vivo… - Fossi in lui mi sarei fatto uccidere. Chi vorrebbe vivere con un volto così raccapricciante? – commentò laconico il giovane, godendosi le proteste divertite dell’amica. Nel frattempo Bryant si mostrava a Olympia dall’alto del podium, godendosi l’acclamazione di una folla che per la prima volta, forse proprio a causa della lontananza delle maggior parte delle gradinate, non lo giudicava per il suo aspetto fisico. - Ho visto… la città dalla pietra nera. Ho visto la capitale del regno Nomade d’Occidente… - cominciò con voce malferma, stordito dai rumori di sottofondo che rimbombavano per l’anfiteatro e dal freddo pungente di Olympia a cui non era ancora abituato. - Indossa questa, coraggio. Non vorrai mica far scappare tutti i Senatori. Bryant si voltò ancora intimidito, la lingua inceppatasi per l’ennesima volta. Al fianco gli si era accostato il suo imperatore: con un riso beffardo gli porgeva una maschera d’argento simile a quella che indossavano molti esponenti della sua corte, gli stessi che a parere del Divo non avevano un aspetto abbastanza gradevole da permanere in sua presenza. Ringraziando a denti stretti e combattendo il livore che minacciava di imporporargli il viso, il Milite lasciò che uno dei Servitori l’aiutasse a sistemare la maschera. La sua stessa voce, da quel momento in poi, gli riuscì incomprensibile: dal pubblico giungevano risatine di scherno, il momento di gloria che aveva atteso per anni era rovinato per sempre. Laelio si godeva il disagio del nuovo arrivato dalla sua postazione preferita, al riparo dalle occhiate inquisitive degli Aristoi e da quelle assai più temute dell’imperatore: - Una capitale di Nomadi? Di sicuro avrà scambiato un tendone da fiera per una cupola di granito. - E che mi dici delle teste che ha portato in dono da Edenia? – ribatté Flavia, sempre più intrigata dagli affascinanti racconti esotici di Bryant. - A Edenia non ci è mai stato; ha solo seguito una carovana di straccioni ai limiti di quella piramide nel cuore del deserto, e poi ha preferito toglierli di mezzo perché non testimoniassero la sua codardia. - Non sapeva cosa vi avrebbe trovato! Nessuno ha mai neppure sospettato che ci fosse una città simile… Laelio scosse il capo, lisciandosi la tunica immacolata che cominciava a spiegazzarsi a causa della scomoda posizione sul limite del muretto divisorio: - E continueranno tutti a sospettare per chissà quanto. Al di là delle porte di Panamá non c’è niente, Flavia. Abbiamo già troppo di cui preoccuparci per le terre poco più su dell’equatore. Prima che l’ancella potesse trovare un argomento adatto da ribattergli, le trombe dell’orchestra dalla crypta adiacente al podium segnalarono l’entrata dei combattenti nella mischia che avrebbe sancito il primo irradiato di quella tornata. Cento uomini e donne armati di tutto punto (Militi, Servitori, condannati, Nomadi e Imperfetti impoveriti o caduti in disgrazia) avrebbero lottato, ucciso, amputato e straziato i loro simili per giocarsi l’ultima carta a disposizione prima della fine di ogni speranza. Soltanto ad uno sarebbe stato concesso il trattamento dell’immortalità, soltanto un sopravvissuto sarebbe stato curato e mantenuto per l’eternità a spese del governo centrale dell’Unione: era uno status di Perfetto che gli stessi Immortali delle città esterne ad Antartica avrebbero bramato per sé o per la propria discendenza. Dopo il saluto iniziale al Divo, ai Senatori e alla classe aristocratica, toccò a Junius Rufinus l’onore di lasciar cadere da una minuscola ampolla di cristallo la goccia di Cryostamen che, al toccare l’arena, avrebbe sancito l’inizio del più sanguinario spettacolo d’intrattenimento mai inventato a memoria d’uomo. Prima che Flavia, rossa di piacere e disgusto, potesse chiudere gli occhi tra le braccia di Laelio, la sabbia dell’anfiteatro era già chiazzata di sangue. *** All’ombra del Colossus Maximus, la gigantesca statua del Divo togato che sovrastava il teatro e alla piazza retrostante il frons scaenae, giaceva l’illustre prigioniero di Olympia, l’eroe del Neo-C il cui supplizio era stato gentilmente offerto dal Divo al pubblico ludibrio dei cittadini di Olympia. Quella sera tuttavia erano pochi i testimoni di una tortura che andava avanti da giorni, e che avrebbe spezzato anche la tempra del condannato più caparbio. Le grida, gli applausi, la musica e i lamenti dall’Arena arrivavano fin là, fin sul patibolo dove una spada appesa a una corda sottile perforava di appena un centimetro la nuca dell’uomo incatenato a una mezza colonna di gesso. Un rivolo di sangue rappreso rigava le scanalature del fusto: a momenti il condannato interrompeva i gemiti per piombare in un silenzio senza più coscienza. - Tieni, è soltanto un po’ d’acqua. Lei sarà presto qui da te, non mollare così presto, ok? Il Senatore Plinio Cornelius lasciò scorrere il getto d’acqua fresca direttamente sulla ferita del Perfetto, risvegliandolo al dolore del supplizio. Isaac Klauss alzò gli occhi iniettati di sangue, risalì con lo sguardo il manto arabescato dell’uomo sino alla barba posticcia, trovò un briciolo di forza per supplicarlo con un filo di voce: - Uccidimi, ti prego. Uccidimi adesso, prima che lui ritorni.
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