Capitolo Terzo«Insomma, vuoi smetterla di seguirmi?».
«Nemmeno per sogno. Gli ordini di tuo zio sono precisi: devo assicurarmi che tu giunga dritto a scuola senza deviazioni e, soprattutto, senza tentazioni».
«E per quanto tempo sarai la mia ombra?».
«Ah, questo spetta a lui deciderlo».
Stefano dovette rassegnarsi e venne scortato suo malgrado dalla vecchia serva, trasformatasi per l’occasione in un instancabile segugio che trotterellava allegra sulla strada per la cattedrale attenendosi scrupolosamente al compito che le era stato affidato.
«Già che ci sei, potresti farmi compagnia e imparare anche tu un po’ di latino».
«Come se non avessi già abbastanza da fare a casa! Su, spicciati, altrimenti faremo tardi, pigrone che non sei altro!».
Tra i mugugni dell’uno e i grugniti dell’altra, i due giunsero a destinazione. L’arciprete Riprando attendeva il recalcitrante nipote presso la Biblioteca Capitolare, antichissima istituzione della città, dotata di una scuola per la formazione dei futuri sacerdoti e di uno scriptorium per la composizione di libri su pergamena.
Dopo aver ringraziato e congedato Merida, lo zio fece entrare Stefano che ebbe appena il tempo di sedersi prima di essere sottoposto al quotidiano esame preliminare.
«Sei tu scolaro?».
«Sì, lo sono».
«Chi è uno scolaro?».
«Chi impara con sollecitudine la virtù».
«Dove sei tu scolaro?».
«Qui e dovunque e in tutti i luoghi onesti».
«Quali sono i luoghi onesti?».
«Quattro: la chiesa, la scuola, la casa dei genitori e il convito dei sapienti».
«Perché sei uno scolaro?».
«Perché frequentemente vado a scuola e imparo a leggere».
«Quante sono le opere dello scolaro?».
«Sei: alzarsi la mattina, subito vestirsi, poi pettinarsi, le mani lavare, Dio adorare e andar volentieri a scuola».
«Chi ti ha creato?».
«Dio, dal nulla».
«Chi ti ha generato?».
«La madre mia».
«E come ti ha generato?».
«Nudo e nel peccato originale».
L’arciprete Riprando, soddisfatto, lodò la preparazione del nipote: «Molto bene. Vedo che ormai conosci senza alcuna incertezza i tuoi doveri e l’origine della vita di ognuno di noi. Inoltre ho avuto modo di verificare che gli anni trascorsi con il tuo vecchio maestro non sono stati scanditi solo dal suono delle verghe. Sai leggere il latino e hai imparato a memoria diversi salmi che hanno facilitato l’apprendimento della lingua delle Sacre Scritture. Sai recitare e scrivere sulla tavoletta il Pater noster e l’Ave Maria, preghiere che, oltre a essere brevi, contengono quasi tutte le lettere dell’alfabeto. D’ora in poi, a piccoli passi, vorrei che affrontassimo testi più complessi che ti aiuteranno a conoscere le arti liberali».
«Zio, ho una domanda da farvi», intervenne Stefano, «mi parlate con ammirazione di scrittori e poeti come Cicerone, Lucrezio, Catullo, Virgilio, e citate spesso Bernardo di Chartres: “Noi possiamo vedere più lontano degli antichi, perché siamo nani sulle spalle di giganti”. Perché dobbiamo prendere esempio da coloro che, vissuti al tempo del paganesimo, non hanno potuto percorrere il sentiero della vita illuminati dalla luce divina che nostro Signore Gesù Cristo ha diffuso intorno a noi con la sua venuta sulla terra?».
«Risponderò al tuo quesito con un aneddoto biblico a cui Sant’Agostino fece ricorso per difendere l’impiego delle opere degli antichi nella formazione di un cristiano. Quando gli Ebrei stavano per scappare dalla schiavitù in Egitto, chiesero a Mosè cosa potevano portare con loro. Il profeta riferì la domanda a Dio, il quale ordinò che, dato che avevano lavorato senza alcun compenso, dovevano derubare gli Egiziani del loro oro e dell’argento. Per Agostino i contenuti della tradizione antica costituiscono quest’oro e questo argento. Sono preziosi e sono beni che i Cristiani hanno guadagnato con il proprio lavoro. Questi beni, tuttavia, devono essere applicati ai bisogni del pensiero e dell’educazione cristiana».
«In pratica, sono come delle piante che, per dare frutto, devono essere seminate in un terreno fertile, un terreno imbevuto del sangue del figlio di Dio, che con il suo sacrificio ha liberato l’umanità dal peccato».
«Bravo, Stefano. Vedo che sai apprendere con il ragionamento e con il ricorso a esempi concreti».
Il nipote accolse le parole di lode con il petto gonfio d’orgoglio. Si rendeva conto dell’estrema abilità d’insegnamento dello zio. Questi aveva fatto in modo che, nel rapporto tra maestro e scolaro, non vi fosse un’autorità indiscussa dalla quale provenivano verità da accettare supinamente senza che il discepolo potesse esercitare le sue facoltà di giudizio, per poco sviluppate che fossero. L’arciprete sapeva tener conto della giovane età del nipote cercando di offrirgli sempre nuovi stimoli. Come i medici che, quando cercano di somministrare ai fanciulli l’amaro assenzio, prima cospargono l’orlo della tazza di miele, così l’arciprete Riprando aveva l’abitudine di presentare gli argomenti difficili celando la loro complessità sotto una patina dorata in grado di attirare l’interesse dello scolaro. Stefano avrebbe ricordato per tutta la vita il giorno in cui lo zio, mentre discutevano della lingua latina e della sua evoluzione nel tempo, aveva sottoposto alla sua attenzione un codice dell’VIII secolo. Si trattava di un orazionale mozarabico, un libro di preghiere liturgiche usato in Spagna e scritto in minuscoli caratteri visigotici. L’arciprete, dopo aver sfogliato il codice, si era soffermato su una facciata che conosceva a memoria.
«Guarda in cima alla pagina: un amanuense, forse per provare il suo calamo, scrisse in carattere corsivo veronese, tipico del periodo carolingio, un indovinello. Vorrei che tu provassi a risolverlo».
Il bambino aveva accettato con entusiasmo, tuttavia aveva incontrato delle difficoltà perché non riusciva a distinguere le parole.
«Zio, ma cosa c’è scritto? È tutto aggrovigliato».
«La prima volta non è facile orientarsi per chi si trova di fronte questi caratteri e non è abituato a lavorare su codici appartenenti a epoche diverse. Ma non ti preoccupare: prendi la tavoletta cerata e scrivi con lo stilo ciò che ti detterò».
Stefano aveva eseguito.
“Se pareba boves, alba pratalia araba, albo versorio teneba et n***o semen seminaba”.
«Sembra latino, ma non del tutto».
«La tua osservazione è corretta. Si tratta infatti dell’esempio più antico di espressione in lingua volgare su libro. Riesci a fare la traduzione?».
«Penso di sì: “Spingeva davanti a sé i buoi, arava i bianchi prati, teneva un bianco aratro e seminava la negra semente”. Qui si parla del lavoro nei campi.»
«Ricorda che si tratta di un indovinello».
«Ah, già, dimenticavo! A che cosa potrebbe alludere?».
«Credo che ti serva un piccolo aiuto. Vieni, andiamo nello scriptorium».
I due si erano trasferiti nella sala dove copisti e miniatori erano al lavoro. L’arciprete aveva risposto al loro deferente saluto e li aveva invitati a proseguire l’attività. Poi, a bassa voce, aveva detto a Stefano, indicandogli un amanuense vicino alla finestra: «Osserva bene cosa sta facendo Isnardo».
«Sta copiando un codice».
«E cosa utilizza?».
«Il calamo».
«Dal quale esce?».
«L’inchiostro! Adesso ho capito. I buoi sono le dita della mano, i bianchi prati le pagine del libro prima di essere scritte, un bianco aratro è il calamo e la negra semente è l’inchiostro. Quindi si riferisce all’attività dello scrivano».
«Molto bene. Siamo in presenza di una metafora antichissima, il confronto tra l’aratura e la scrittura, un’arte molto impegnativa. Affatica gli occhi, spezza la schiena e le membra fanno male! Tre dita scrivono, ma tutto il corpo soffre. Mi raccomando, ricordati di non fermarti mai alla superficie delle cose, sii pronto a cogliere i significati che si celano sotto la realtà percepita dai sensi. La natura stessa è una foresta di simboli, creazione della volontà di Dio Onnipotente, i cui disegni appaiono spesso oscuri agli uomini. Direi che per oggi può bastare».
Il fanciullo si era congedato dallo zio ringraziandolo per gli insegnamenti e per il tempo che gli dedicava.
L’istruzione di Stefano non avvenne solo in aula, ma anche attraverso lezioni itineranti, percorrendo con lo zio le strade che conducevano a luoghi ed edifici carichi di significato per la storia della città e fonti perpetue di ammaestramento per il popolo.
Un giorno di primavera dell’anno seguente, quando l’inverno era ormai alle spalle e i prati non più bianchi di brina offrivano il variopinto spettacolo della natura in fiore, l’arciprete Riprando e il nipote ristettero di fronte alla basilica di San Zeno.
«Voglio attirare la tua attenzione sulla facciata, in particolare sul rosone circolare che tutti chiamano Ruota della fortuna. La cornice è formata da quattro cerchi e sul penultimo sono scolpite sei figure umane in diverse posizioni. Nella prima l’uomo è saldamente in trono, nella seconda precipita, poi è schiacciato sotto il peso dell’estrema sventura e quindi risale. C’è una scritta latina che spiega la simbologia e tu, mio caro, adesso dovrai tradurla», disse lo zio accennando un sorriso.
Stefano tradusse l’iscrizione: «Ecco che io Fortuna governo sola i mortali. Elevo, depongo, do a tutti i beni o i mali. Vesto chi è nudo, spoglio chi è vestito. Se alcuno in me confida, andrà schernito».
«Può andare. Secondo te, cosa può resistere ai capricci della fortuna?».
«Penso che la fede in Dio, quando è davvero salda, possa preservarci dagli accidenti della vita e anche l’amicizia si rivela inestimabile. Se non ricordo male, Cicerone afferma che “L’amicizia fa più splendida la buona fortuna e più lieve l’avversa, condividendola e facendola così anche propria”».
«Complimenti! Nonostante la tua giovanissima età sai riflettere sugli aspetti più difficili dell’esistenza, ricorrendo anche alle sentenze morali degli antichi», e l’arciprete accompagnò le sue parole di elogio con una carezza. Poi proseguì: «Come puoi immaginare, lo scopo delle numerose sculture che decorano la facciata è insegnare a coloro che, pur non sapendo leggere, sanno tuttavia guardare».
«Zio, si potrebbe affermare che la scultura e la pittura costituiscano una sorta di Bibbia dei poveri».
«Ben detto. Non sono certo dei semplici orpelli per compiacere il gusto di qualche esteta. Ma esaminiamo ora il protiro sostenuto da colonne che poggiano su due leoni accovacciati, sui quali tutti da bambini abbiamo giocato. Essi sono il simbolo della forza bruta costretta a sopportare le colonne del diritto e della fede. Il protiro protegge il fedele che, entrando, chiede ospitalità alla chiesa. In alto sono scolpiti Giovanni Battista e Giovanni Evangelista, mentre sull’arco possiamo notare l’Agnello e la mano di Dio che benedice le genti entrate a chiedere cose sante. Osserva la lunetta sovrastante la porta, quella con la scena della consacrazione del nostro Comune che rivendica la libertà contro il potere dell’imperatore. Al centro si trova San Zeno benedicente nell’atto di calpestare il demonio del paganesimo sconfitto. A sinistra si affollano dei fanti armati, i pedites, rappresentanti del popolo, a destra irrompono sulla scena dei guerrieri a cavallo, gli equites della nobiltà e della borghesia mercantile. Il Santo consegna loro una bandiera dalla croce d’oro in campo azzurro. L’iscrizione latina ci dice: “Il vescovo dà al popolo la bandiera degna di essere difesa. San Zeno dà il vessillo con cuore sereno”».
Gli occhi di Stefano, guidati dalle parole dell’arciprete, contemplavano la scena, seguivano i contorni delle figure, ammiravano le fogge e i colori delle vesti, delle armature e dei destrieri lanciati al galoppo. Nel momento in cui la sua attenzione si concentrò sul vessillo, non poté fare a meno di pensare allo scudo di suo padre e il suo cuore si riempì di angoscia. D’istinto chinò il capo, distogliendo lo sguardo dalla lunetta per interrompere l’affiorare di ricordi che avrebbe voluto destinare all’oblio. Lo zio, accortosi del mutato atteggiamento del nipote, gli posò una mano sulla spalla per rincuorarlo. Il fanciullo si fece forza e rialzò la testa cercando di non piangere. Quando incrociò lo sguardo dello zio, capì che anche lui aveva ripensato a quel giorno.
«Zio, promettetemi che, appena possibile, faremo ancora delle lezioni come quella di oggi».
«Certo. Sono sicuro che l’aria della primavera gioverà a entrambi. Comunque ora è il caso di riprendere in mano qualche codice di grammatica latina della biblioteca».
«No, la grammatica no!».
«Come desideri. Vorrà dire che ti sottoporrò dei quesiti matematici».
«Uffa, non saprei quale dei due è il male minore. Vada per la grammatica, mi sono accorto di non aver capito bene cos’è l’ablativo assoluto e come si fa a riconoscerlo».
«Guarda che combinazione! Volevo iniziare proprio da questo argomento. In ogni caso i tuoi progressi sono notevoli e costanti. Hai sete di sapere, anche se certe materie e certi argomenti non incontrano i tuoi gusti e le tue attitudini. Ma ti assicuro che, nel corso della vita, nulla di ciò che abbiamo fatto e che faremo si rivelerà senza frutto. Voglio inoltre ribadire con forza che non intendo fare di te un superbo erudito che custodisce gelosamente il suo sapere disprezzando i suoi simili. A questo proposito mi rifaccio anch’io al nostro comune amico Cicerone: “La conoscenza, se non è congiunta alla virtù costituita dall’obbligo di proteggere gli uomini, cioè quella che risulta dalla socialità del genere umano, sarà cosa povera e fine a se stessa”».
«Zio, prometto che metterò in pratica tutti i vostri insegnamenti, non solo quelli riguardanti lo studio».
«Ne sono sicuro, Stefano. I tuoi occhi dolci e il tuo sorriso sono il riflesso di un cuore puro e buono, che sa rispettare e amare il prossimo come ci ha insegnato nostro Signore».
Quindi zio e nipote lasciarono la basilica di San Zeno, incamminandosi per la strada che conduceva alla cattedrale.