Capitolo Secondo

2045 Parole
Capitolo SecondoQuando Stefano si destò, il sole volgeva ormai al tramonto e le pietre della basilica, da dorate che erano, avevano assunto un colore turchino, come un ferro rovente sul punto di raffreddarsi. L’esaltazione e la frenesia della giornata sembravano svanite, tacitate dal calare della sera. D’improvviso alcuni passi lo fecero trasalire e una figura scura attraversò i cespugli sedendosi accanto a lui. «Dunque è qua che ami rifugiarti», disse una voce familiare. Stefano si stropicciò gli occhi: «Sì, zio, ma vi sporcherete l’abito sedendo sulla sabbia». «Non ha importanza, e poi non può che fare bene il contatto con la nuda terra, richiama al dovere dell’umiltà». Poi, dopo una lunga pausa, proseguì: «Perdonami, sono stato troppo duro con te. Mi sono fatto trasportare dal dolore e dalla rabbia, ma, così facendo, non ho reso onore al sacrificio di tuo padre e di tutti quelli che hanno combattuto non per brama di potere, ma per difendere la nostra libertà». «Non dovete scusarvi. Dovevo farmi trovare a casa e non pensare a divertirmi». L’arciprete si girò verso il nipote e gli accarezzò con tenerezza le guance. «Non c’è niente di male nell’assecondare la propria natura, sei ancora un fanciullo e hai il diritto di condurre una vita spensierata. Tremende sono state le prove che la nostra famiglia ha dovuto affrontare: prima la perdita della tua povera madre, che tutti amavamo, e ora tuo padre. Ma in te vivono entrambi e, ne sono sicuro, Dio un giorno ti ricompenserà per ciò che hai dovuto patire». Quindi si alzò e si avvicinò all’acqua che lambiva delicatamente la spiaggia. «Sai, quando osservo il corso dell’Adige, lo paragono alla vita di un uomo. Il nostro fiume, dopo essere nato dalla sorgente, trascorre una giovinezza baldanzosa e irrequieta, attraversa le terre più diverse fino a innamorarsi di una sola. Avvolge infatti Verona con le sue anse giurandole amore eterno, ma poi è costretto a proseguire il suo corso lungo la pianura, per poi terminare la sua vita nell’abbraccio del mare. Così la nostra esistenza si concluderà nell’infinita misericordia di Dio, grazie alla quale rivedremo tutti quelli che abbiamo amato». Non appena lo zio ebbe pronunciato quelle parole, Stefano gli corse incontro e lo abbracciò. Entrambi piansero sommessi, provati dal dolore, pronti ad affidarsi alla forza del profondo affetto che li univa. Il giorno seguente, dopo la veglia notturna alla salma, nella casa in lutto si tenne un pranzo a cui parteciparono gli amici e i conoscenti più stretti di Uberto Armenardi. Seguirono il funerale e la tumulazione accanto alla tomba della moglie. Stefano, pur apprezzando la vicinanza dimostratagli in quel tragico evento, nondimeno provava un’angoscia crescente per il suo futuro. Due giorni dopo, all’ora terza, si recò insieme allo zio dal notaio Bonaguisa, la cui dimora si trovava presso la cattedrale, per conoscere le ultime volontà di suo padre. Appena entrato, l’arciprete notò la presenza di quattro sedie. Chiese spiegazioni e l’imbarazzato notaio fece loro capire che erano attesi altri ospiti. Quando i nuovi venuti fecero il loro ingresso, sui volti di zio e nipote comparve un’espressione di profondo stupore. I nuovi arrivati indossavano un candido mantello con una croce patente rossa cucita sul petto e un abito monacale bianco. Erano Templari. Per la precisione si trattava di frate Ogerio e di frate Tancredi, cavalieri della precettoria di San Vitale. Stefano non credeva ai suoi occhi: era nella stessa stanza con due Templari, uomini che avevano fatto voto di dedicare l’intera esistenza alla difesa della Terrasanta senza mai indietreggiare di fronte al nemico saraceno. Si chiese quale legame potesse esserci con il testamento che il notaio si apprestava a leggere. Anche suo zio si stava ponendo la stessa domanda in preda a una tensione crescente, come dimostravano le mani strette a pugno contro le ginocchia. A un certo punto mormorò: «Che ci fanno qui i Templari? Mio fratello non li avrà inclusi nell’eredità!». Le ultime volontà del defunto non solo confermarono i timori dell’arciprete, ma li superarono, stabilendo che i beni di Uberto Armenardi, terreni e mulini sull’Adige per un valore di duecento lire, fossero gestiti dai Templari. Ma ciò che lo sconvolse fu la parte relativa a Stefano. Il padre donava il figlio al Tempio nel momento in cui fosse stato in grado di portare le armi con vigore, affidandolo, fino ad allora, alle cure di Riprando per la sua educazione. Seguivano poi disposizioni per preghiere e messe per la salvezza della sua anima. Al termine della lettura, mentre Stefano già si immaginava in sella a un cavallo con l’abito dell’Ordine armato di tutto punto e pronto a difendere le mura di Gerusalemme, lo zio incredulo e in preda allo sconforto esclamò: «Oh, fratello mio, perché hai preso una simile decisione senza consultarmi? E proprio ai Templari ti dovevi rivolgere per affidare loro la vita di tuo figlio?». Come Stefano avrebbe appreso di lì a breve, tra l’Ordine del Tempio e i canonici della cattedrale, di cui suo zio era arciprete, non correva buon sangue. I due cavalieri erano rimasti impassibili, era piuttosto evidente che fossero stati presenti alla stesura del testamento, come confermavano i due sigilli sulla pergamena. L’arciprete, dopo aver sospirato profondamente, si rivolse a uno di loro: «Frate Ogerio, come avrete capito, le ultime volontà di mio fratello Uberto mi erano ignote. Sono turbato soprattutto per il futuro di mio nipote, che ha soltanto dieci anni e la cui vita è già stata sconvolta da tremende disgrazie. Pertanto vorrei parlare il prima possibile con voi, che siete il precettore di San Vitale, per trovare un accordo che consenta di rispettare le disposizioni di mio fratello tenendo conto delle necessità del fanciullo». «Arciprete Riprando, sono consapevole della difficile situazione in cui vi trovate, ed è contro la nostra Regola accogliere nell’Ordine bambini in tenera età. Se lo desiderate, sono pronto sin d’ora ad avere un colloquio con voi per discutere i reciproci interessi». «Sono sollevato nell’udire le vostre parole e apprezzo la vostra disponibilità, date le notevoli divergenze tra il Capitolo dei canonici della cattedrale, che io presiedo, e l’Ordine del Tempio». Il notaio Bonaguisa mise a disposizione una stanza affinché i due illustri ospiti potessero dibattere con calma di questioni così importanti. Stefano, nel frattempo, incuriosito dai sigilli di cera verde sulla pergamena, si avvicinò per esaminarli meglio. Cominciò dal primo, sul quale erano raffigurati due cavalieri armati su un solo cavallo. La legenda diceva: SIGILLUM MILITUM XPISTI. Frate Tancredi, rimasto con lui, si avvicinò e, dopo avergli sorriso benevolo, disse: «L’immagine incisa in questo sigillo allude al dualismo insito nella figura del Templare: egli è allo stesso tempo monaco e cavaliere, anima e carne, cielo e terra. Nel secondo sigillo compare un pellicano con tre piccoli nel nido in forma di calice e un serpente che li minaccia. È un simbolo: il pellicano che si lacera il petto per nutrire i figli col suo sangue è l’immagine del Cristo che redime col sacrificio eucaristico l’uomo insidiato dal serpente, ovvero Satana». «Vi ringrazio della spiegazione. Ho sentito tanto parlare dei Templari e della loro missione e forse un giorno, se ne sarò degno, anch’io ne farò parte», rispose Stefano con espressione sognante. «La strada da percorrere è lunga e irta di ostacoli. Prima di mettersi in cammino è necessario essere consapevoli dei sacrifici e delle rinunce che si dovranno affrontare. Non ci sarà alcuno spazio per i piaceri e per le lusinghe terrene. Noi aspiriamo a realizzare una nuova cavalleria, una cavalleria celeste che pone al centro l’umiltà e non la superbia come la cavalleria mondana. Tienilo bene a mente». L’arciprete Riprando fece ritorno. «Vieni Stefano. Ora possiamo andare», disse prima di congedarsi. Appena fuori il nipote subissò lo zio di domande sul contenuto del colloquio: «Allora, cosa avete deciso? Quando sarò ammesso nei Templari? Posso iniziare già adesso l’addestramento?». «Stefano, calmati. Capisco la tua eccitazione, ma devi sapere che per il tuo bene abbiamo stabilito l’ingresso nell’Ordine del Tempio solo al compimento dei quattordici anni». «Devo attendere così tanto?». «Quattro anni non sono molti, anzi per me sono troppo pochi. Hai idea di cosa vuol dire unire la pratica contemplativa e ascetica, tipica della vita monastica, con l’attività guerriera? Sono due aspetti impossibili da conciliare. Come può un uomo che ha scelto di abbandonare il secolo per consacrare la propria vita alla preghiera, impugnare la spada e macchiarsi con il sangue di un altro essere umano, per quanto rappresenti una minaccia per il popolo cristiano? Far parte di un ordine religioso e militare come quello dei Templari comporta enormi sacrifici, difficilissimi da sopportare per chiunque, figuriamoci per un bambino. Ecco perché sono rimasto sconvolto quando ho appreso le ultime volontà di tuo padre». «So che dovrò impegnarmi molto. Anche frate Tancredi mi ha parlato di ciò che comporta essere un cavaliere Templare. Zio, posso chiedervi una cosa? Perché dal notaio avete detto che tra i Canonici e i Templari ci sono delle divergenze?». «Vedi, Stefano, i Templari hanno guadagnato una giusta fama come difensori della cristianità, e ciò ha portato loro privilegi garantiti dal Santo Padre adducendo le necessità della Terrasanta. I cappellani del Tempio possono predicare nelle chiese che sono state chiuse dai vescovi o introdurre nelle loro cappelle gli scomunicati. Inoltre non versano la decima al vescovo. Noi canonici siamo in contrasto con l’Ordine perché stiamo costruendo la chiesa di San Paolo in Campomarzio, sulla sponda sinistra dell’Adige, in uno spazio che per i Templari è sotto la loro giurisdizione. Temono di perdere la riscossione delle decime». Il fanciullo, nella sua ingenuità, non capiva perché fosse così difficile andare d’accordo per uomini che, seppure in modo diverso, servivano Dio. Rifletté che lo zio ne doveva sapere più di lui e non osò metterne in discussione la capacità di giudizio. «Comunque», continuò l’arciprete, «ora è il momento di pensare alla tua crescita e al tuo perfezionamento spirituale. In questi anni dovrai consolidare e migliorare la tua formazione, e ci riuscirai solo se ti applicherai con costanza e diligenza nello studio». «State parlando della scuola?», chiese Stefano con una smorfia di disgusto. «E di cos’altro? Non penserai di trascorrere i prossimi quattro anni appollaiato su un albero?». «Certo che no, zio, solo che non amo troppo studiare». «Lo immaginavo. E mi è giunta voce che un gruppo di fanciulli, quattro per la precisione, smarrisce con una certa frequenza la strada per la scuola della cattedrale, bighellonando per le vie della città e prelevando alcuni prodotti della terra dimenticando, guarda caso, di pagare il dovuto ai venditori. Ma io sono convinto che mio nipote non farebbe mai cose del genere, vero?». Stefano, diventato rosso per la vergogna, tentò di giustificarsi: «Zio, non è bello quello che abbiamo fatto, soprattutto per le mele che ci siamo scordati di pagare. Però a scuola veniamo trattati male dal maestro Ursicino che, al minimo errore, ci punisce a suon di verghe! Per questo l’abbiamo soprannominato Ursicino “Verga”». «Sono contrario ai metodi di insegnamento troppo duri, anche se non penso che il vostro comportamento durante le lezioni sia sempre impeccabile. «Vi assicuro che non vola una mosca a scuola, le uniche cose che volano sono, ahinoi, le verghe, appena sbagliamo a leggere o non diamo le risposte che il maestro si aspetta. Ci rimangono sulla pelle i segni dei colpi per giorni!». L’arciprete commentò: «Parafrasando un proverbio latino, si potrebbe dire che virgae volant, signa manent». «Sì, penso che renda l’idea», rispose Stefano ridendo. «Vorrà dire che concederò il meritato riposo a Ursicino dopo tanti decenni trascorsi a insegnare, a modo suo, a generazioni di studenti. D’ora in poi seguirò di persona la tua istruzione, quando i miei impegni me lo consentiranno, e vedrò di fare ricorso a qualche giovane e promettente chierico della nostra cattedrale. Sappi che pretenderò il massimo impegno da te e non godrai di alcun privilegio per il fatto di essere mio nipote. E se per caso dovessero ripetersi certe cattive abitudini, ti prometto che non ricorrerò alle verghe, ma ad altri metodi ancor più efficaci», affermò prendendo tra le dita l’orecchio sinistro di Stefano e tirandolo leggermente. «Sì, zio, ho capito! Vi assicuro che d’ora in poi la scuola sarà il mio primo e unico pensiero!». «Bene, sono fiducioso che manterrai i tuoi buoni propositi. Su, adesso torniamo a casa, ci staranno aspettando».
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