Capitolo PrimoIl 4 giugno dell’anno del Signore 1176 una piccola folla era radunata nella piazza antistante la basilica di San Zeno a Verona in attesa che un giullare recitasse una delle canzoni di gesta ispirate alla prima crociata. Tra il pubblico c’era un fanciullo appollaiato su uno dei salici che circondavano come una corona la chiesa del santo patrono. Era salito in cima dopo numerosi tentativi andati a vuoto, ne erano prova i graffi alle mani e i colpi di becco appioppati da una coppia di rondini che non aveva gradito la presenza dell’intruso. Ma ne era valsa la pena, perché dall’alto poteva godere di una vista splendida, inoltre la chioma lo riparava dal sole pomeridiano.
Il giullare, dopo aver decantato il valore della propria arte e richiamato gli ultimi ritardatari, si apprestò a declamare le strofe della canzone, accompagnandole con la ghironda:
Signori, state tranquilli, non fate più rumore
se volete ascoltare una illustre canzone.
Nessun giullare a voi ne dirà una migliore
e amarla noi dobbiamo e tenerla in gran conto,
poiché il prode può trovarvi molte storie esemplari.
Posso davvero dire e a chi ascolta affermare
che mai miglior fu detta, se ben sai giudicare,
della Santa Città che è degna d’ogni lode,
dove si lasciò Cristo straziare e tormentare
e colpire di lancia e piagare e ferire;
chi ben la vuol chiamare dice: Gerusalemme.
Or di essa sentirete parlare
e di quelli che andarono a onorare il Sepolcro
e come da ogni dove riunirono le armate.
Di Francia, dal Berry e anche dall’Alvernia,
di Puglia e di Calabria sino al mar di Barletta
e di qua fino in Gallia convocaron le genti
e da tante altre terre che non so nominare:
di un tal pellegrinaggio mai si sentì parlare.
Per Cristo toccò loro patire molte pene,
e sete e fame e freddo, vegliare e digiunare;
Domineddio ha dovuto ricompensarli tutti
e portarne le anime a sé, nella sua gloria.
Nicea presero a forza con la sua cittadella,
Rohais e Antiochia, città che ha molte chiese,
quindi Gerusalemme, le cui mura distrussero,
ma prima toccò loro vegliare e digiunare,
patire pioggia e neve e tempeste di grandine,
e Dio ne ha reso a tutti una buona mercede,
perché le loro anime nella sua gloria ha accolto.
Qui inizia una canzone dove tutto è esemplare.
Cristo che a Betania fece risorger Lazzaro
e che si è consegnato per noi alla passione,
conceda vera fede a tutti quelli che
lo amano e lo servono con sincera intenzione!
Possa invece confondere tutti coloro che
credono in Apollo e in Maometto e li adorano!
Signori…
«Guardate dove è finito!», esclamò all’improvviso un bambino che si trovava ai piedi dell’albero in compagnia di due amici.
«L’abbiamo cercato per mezza Verona e lo ritroviamo sopra una pianta. Stefano, hai forse intenzione di costruirti il nido?», intervenne il secondo scatenando una risata generale.
L’occupante del salice, sorpreso da quelle voci e irritato per aver dovuto distogliere l’attenzione dalla canzone, abbassò lo sguardo e si rivolse in malo modo ai tre scocciatori: «Che diavolo volete?».
«Come cosa vogliamo?», domandò il terzo, «non ricordi? Dovevamo incontrarci al solito posto per giocare alle battagliole!».
«È vero! Me n’ero dimenticato. Scusatemi, ma quando ho sentito il giullare che chiamava a raccolta, non ho resistito alla tentazione e mi sono arrampicato sull’albero», rispose Stefano.
«Allora non vieni con noi?», domandò il primo.
«No, Alberto, mi dispiace, preferisco stare qua».
«E pensare che ci eravamo procurati una buona scorta di mele da gustare in riva all’Adige», aggiunse il secondo.
«Folco, dove le avete prese?», chiese Stefano.
«Rinaldo, diglielo tu», rispose l’altro chiamando in causa l’amico.
«Ce le ha date l’ortolano, o meglio, ci siamo serviti da soli, visto che il buon uomo era impegnato ad ammirare le grazie di qualche dama di passaggio!», spiegò Rinaldo dopo aver frugato nel sacco che teneva sulle spalle. Poi, prese due mele, se le portò al petto e inscenò ciò che era accaduto quella mattina al mercato scimmiottando i protagonisti.
Gli amici proruppero in una risata ancor più fragorosa della precedente, a cui Stefano si unì con tale entusiasmo da rischiare di precipitare al suolo. Poi i ragazzi si allontanarono agitando le braccia in segno di saluto e Stefano tornò a concentrarsi sulla canzone. Ora il ritmo dei versi e delle note musicali che li accompagnavano si era fatto incalzante, coinvolgendo gli spettatori che si sentivano partecipi delle tremende battaglie tra Cristiani e Turchi:
Non reggendo all’assalto Boemondo volge il tacco;
Everardo del Puiset, Raimondo dal chiaro viso
e il resto dei baroni battono in ritirata
mentre i Turchi li incalzano, di frecce bersagliandoli.
Nessun francese torna indietro per combattere,
fuorché Ugo di Saint-Pol, che non può trattenersi.
Stefano inforcava a occhi chiusi il robusto ramo su cui stava a cavalcioni, immaginando di essere in groppa a un destriero lanciato al galoppo contro le schiere degli infedeli.
Una leggera brezza faceva stormire le fronde quasi in risposta agli echi provenienti da terre lontane, mentre il giullare proseguiva il racconto:
Anzi imbraccia lo scudo, dà di sprone al cavallo
e il legno brandisce della lancia che ha in pugno.
Colpisce Maltamìn sullo scudo torchiato
e dall’un capo all’altro in pezzi glielo manda;
poi dritto in mezzo al cuore gli pianta ferro e legno.
Uccide Maltamìn, l’anima va all’inferno.
Chi avesse visto il prode impugnare il suo brando
ora ricorderebbe cosa è un cavaliere.
Fece volar la testa a quattordici Turchi.
Gli Slavi e i Saraceni incalzano Boemondo.
Ugo Magno al galoppo si unisce allo scontro
con la lancia diritta e l’insegna spiegata.
Innanzi a sé per primo ha trovato un persiano
che stava maltrattando l’armata del Signore;
il conte lo colpisce con sì fiero malanimo
che quello non proteggono né scudo né armatura:
lo spiedo ben tagliente gli pianta in mezzo al cuore
e morto, a piena lancia, lo abbatte nel dirupo.
Poi sguainando la spada dall’elsa fiammeggiante
si getta nella mischia da prode combattente.
Vi racconterò il seguito se qualcuno lo chiede.
L’uomo smise di declamare i versi, passando tra gli spettatori per la colletta, quindi si accinse a ricominciare dopo gli inviti della folla:
Proprio mentre Ugo Magno uccideva quel…
Il suono improvviso delle campane sulla torre della vicina abbazia, presto seguito da tutte le altre campane delle chiese di Verona, interruppe bruscamente la recita. Tutti si chiesero cosa stesse succedendo, fin quando, dal lato occidentale della piazza, fece il suo ingresso un cavaliere su un cavallo baio. L’uomo e l’animale apparivano sfiniti, reduci da una frenetica corsa per portare notizie di fondamentale importanza. Il cavaliere venne subissato di domande curiose e preoccupate.
Questi, dopo aver ripreso fiato, farfugliò con le poche forze rimastegli: «Ha avuto luogo una grande battaglia a Legnano, e abbiamo vinto».
Quindi si accasciò.
Nello scontro avvenuto il 29 maggio a Legnano, nei pressi di Milano, la cavalleria e la fanteria dei Comuni della Lega lombarda avevano avuto la meglio sul temibile esercito tedesco dell’imperatore Federico Barbarossa.
Alle parole del messaggero seguirono incontrollate manifestazioni di giubilo. Urla di vittoria si alternarono a baci e abbracci, sul sagrato della chiesa alcuni storpi gettarono al cielo le grucce in segno di esultanza, mentre diversi bambini salirono sopra i due leoni marmorei che sostenevano il protiro della facciata della basilica accarezzata dalla luce del sole. Stefano non aveva capito cosa fosse successo e vani erano stati i suoi tentativi di richiamare l’attenzione di quanti passavano sotto di lui. Decise di scendere, ma non appena si sollevò l’albero fu investito da una serie di scossoni che quasi lo fecero cadere.
“Cos’è stato? Forse un terremoto?”, pensò.
Poi con la coda dell’occhio si accorse della presenza di una donna che indossava cuffia e grembiule bianchi. Il suo aspetto ricordava la forma di una botte e stava sferrando violenti calci al tronco. Riconobbe la sua vecchia serva, di nome Merida, che, nonostante l’età, conservava energia e forza di volontà incredibili.
«Scendi subito, disgraziato! Sei sempre in giro! Non sapevo più dove cercarti, meno male che lungo il cammino ho incontrato i tuoi tre compari, che mi hanno detto dov’eri. Allora, vuoi scendere sì o no?», ringhiò la donna.
«Stai calma, adesso arrivo, ma smettila con i calci, altrimenti mi farai cadere!», la supplicò Stefano.
Merida placò la sua furia per consentire al fanciullo di scendere poi, nonostante Stefano temesse il peggio, lo strinse forte al petto, fin quasi a soffocarlo, sciogliendosi in lacrime.
«Povero il mio bambino! Presto, dobbiamo tornare a casa, tuo padre è tornato dalla battaglia, è ferito e continua a invocare il tuo nome».
La serva si interruppe sopraffatta dai singhiozzi. Quindi liberò Stefano dall’abbraccio e lo trascinò correndo a perdifiato lungo le vie strette e tortuose del borgo, facendosi largo tra la folla con urla e spintoni.
Una volta giunti a destinazione, il bambino si fermò sulla soglia di casa per riprendere fiato e si accorse della presenza di alcuni cavalieri con l’armatura, provati dalla fatica e scuri in volto. Discutevano della battaglia e nei loro discorsi facevano riferimento alla sorte toccata a suo padre.
«Ci ha nascosto la gravità delle ferite per non rallentare la marcia, sembrava stesse bene», disse un uomo seduto su una panca vicino al tavolo della cucina, che teneva la testa tra le mani.
«Ci siamo accorti delle sue reali condizioni quando è caduto da cavallo poco prima di entrare in città», aggiunse un altro che si trovava in piedi al centro della stanza e i cui speroni brillavano sottola luce del sole.
La vecchia Merida, dopo aver ripreso fiato, si rivolse al ragazzo: «Stefano, vai di sopra. Ti stanno aspettando!», quindi si prodigò per offrire una degna accoglienza agli astanti, nonostante gli attimi drammatici.
«Illustri signori, avrete senza dubbio sete. Farò portare subito in tavola acqua e vino, e anche da mangiare se lo desiderate. Vi prego, non fate complimenti».
Poi si accertò che anche i cavalli fossero accuditi nelle stalle.
Gli uomini guardarono il fanciullo che saliva le scale. Uno di loro mormorò: «Quello dev’essere il figlio».
«Sì, è il figlio del padrone, si chiama Stefano», intervenne Merida, «ha solo dieci anni, la madre è morta dopo averlo dato alla luce, e ora il padre. Un’altra disgrazia è piombata su questa casa. Che il Signore ci aiuti!», riuscì a dire prima di scoppiare a piangere.
Un uomo le andò incontro e l’abbracciò, cercando di consolarla: «Coraggio, non disperate, adesso con lui c’è il miglior medico della città, vedrete che ce la farà».
Il bambino raggiunse il piano superiore col cuore colmo di angoscia e l’intero corpo percorso da brividi. Nella stanza regnava un silenzio irreale, che contrastava con le voci e i rumori provenienti dal piano di sotto. Fece pochi passi verso il letto su cui giaceva sdraiata una figura, al cui capezzale c’erano due persone. Un uomo, con una preziosa veste di colore rosso, dopo aver tastato il polso al moribondo, scosse più volte il capo.
«Mi dispiace, non c’è più nulla da fare, le ferite sono troppo gravi, ha perso molto sangue. Se fosse stato curato prima forse…».
Dall’altro lato del letto un sacerdote in abito nero chiuse gli occhi del defunto, si inginocchiò, si fece il segno della croce e iniziò a pregare: «O Dio misericordioso e sempre disposto a perdonare, ti supplichiamo umilmente per l’anima del tuo servo Uberto che oggi ha lasciato questo mondo. Non abbandonarla nelle mani del demonio, non dimenticarla per sempre, ma comanda ai santi Angeli di accoglierla e di condurla alla patria del Paradiso, affinché, avendo sperato e creduto in te, non soffra le pene dell’Inferno, ma goda delle tue gioie eterne. Ti preghiamo in nome di Gesù Cristo. Amen».
Quindi si alzò e si accorse della presenza del fanciullo.
«Da quanto tempo sei qua? Su, avvicinati».
Stefano, che aveva riconosciuto lo zio Riprando, arciprete della cattedrale, avanzò lento notando, sopra la cassapanca, lo scudo con la croce dorata in campo azzurro, vessillo della città di Verona, e sulla stanga la cotta di maglia di ferro e la spada. Appartenevano al defunto. Appartenevano a suo padre.
L’aria era impregnata di odore di morte e le lenzuola sudicie testimoniavano i disperati tentativi di aggrapparsi alla vita. Stefano mosse ancora qualche passo, finché il suo sguardo si posò sul viso del padre, di un pallore cadaverico. Provò un senso di oppressione e di nausea che gli fecero girare la testa e tremare le gambe.
Suo zio gli chiese dove fosse finito: «Tuo padre nel delirio ha chiesto più volte di te», aggiunse.
«Ero in piazza, c’era un giullare. Mi dispiace», riuscì a malapena a balbettare.
«Già, i giullari con le loro storie di eroi, cavalieri, battaglie. Bene, visto che ti piace tanto ascoltare narrazioni di guerra, ecco qua un’immagine della guerra vera. Guarda, Stefano, guarda quali sono i frutti della guerra!», disse indicando con la mano il padre.
Il fanciullo era sul punto di svenire, non reggeva più quella vista né l’odore nauseabondo. Doveva andarsene subito. Si girò di scattò e abbandonò la camera scendendo precipitosamente le scale alla ricerca disperata dell’aria aperta.
La vecchia Merida cercò di fermarlo, ma alle sue spalle una mano la trattenne.
«Lasciatelo andare. Ha bisogno di riprendersi e di sfogarsi, dopo quello che ha visto», disse l’arciprete Riprando.
Stefano, una volta in strada, iniziò a correre a perdifiato verso la piazza, incrociando molti soldati che abbracciavano e baciavano mogli e figli, lieti che i loro cari fossero tornati sani e salvi dalla battaglia.
La città era in festa e le campane continuavano a suonare senza interruzione, ma a Stefano quell’atmosfera gioiosa era diventata intollerabile.
“Perché è successo proprio a me?”, pensò, “perché non posso festeggiare come gli altri? Prima mia madre e adesso mio padre. Perché?”.
Percepì il contrasto tra il sole che diffondeva la sua luce in quella splendida giornata di primavera e il gelo che si era impadronito del suo cuore. Provò un grande dolore misto a rabbia: sapeva che la sua vita sarebbe cambiata per sempre.
Quasi senza accorgersene, si ritrovò in riva all’Adige, nel luogo dove lui e i suoi amici si davano appuntamento per giocare e per dare libero sfogo alle loro fantasie di bambini. Si trattava di una piccola spiaggia circondata da cespugli e arbusti, in cui la corrente era meno forte e dove si depositavano i sedimenti trasportati dal fiume.
Stefano, ancora ansimante per la corsa, si distese sulla sabbia cercando di dimenticare quello che era successo, ma anche lì lo raggiunsero le immagini e i suoni di quella giornata iniziata così bene e trasformatasi poi in un incubo.
«Basta, maledette campane! Smettetela di suonare!», urlò tappandosi le orecchie con le mani e rigirandosi più volte sulla rena senza trovare pace.
Quindi, sopraffatto dalla fatica e dalle emozioni, si addormentò.