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1146 Parole
2Guidare di notte non mi è mai piaciuto. Le luci delle altre macchine, che mi vengono incontro dalla direzione opposta, mi abbagliano e mi confondono. Per fortuna a quest’ora le strade sono deserte. Troppo tardi per rientrare. Troppo presto per andare a lavorare. Penso alla zia. A quel suo nome antico, fuori moda, eppure intonato alla sua persona, portato con grazia, come un vecchio abito di chifon al ballo della festa del paese. A suo modo un personaggio nella mia famiglia. Una donna che si è mantenuta con il suo lavoro, quando le donne non lavoravano. Una vedova di guerra che non si è mai risposata, quando le donne sole erano viste con sospetto. Una donna indipendente, quando le donne erano solite appoggiarsi ad un uomo, padre, fratello, marito che fosse. Nella ditta dove aveva lavorato praticamente dirigeva tutto lei. Mamma era orgogliosa della sua sorella piccola e, forse, la invidiava anche un po’. Sono certa che le sarebbe piaciuto essere indipendente e padrona di se stessa come lei. Invece aveva fatto la casalinga tutta la vita. Scontenta e sempre depressa. Io passavo le estati dalla zia. La sua casa in campagna era il posto più adatto per una bambina irrequieta come me. La città mi soffocava, non mi lasciava la libertà che desideravo. E il mare mi faceva diventare nervosa. Magra e asciutta com’ero il clima marino mi inibiva sonno e appetito. La campagna mi permetteva di sentirmi libera come mi piaceva e in una certa misura mi calmava. Quando tornavo dalla vacanza avevo messo su qualche etto attorno a quelle ossa di bambina lunga e secca secca e mamma era contenta. La zia mi lasciava libera, a patto che osservassi alcune regole che lei giudicava inderogabili. Dovevo rispettare gli orari dei pasti e del sonno. Mangiare la frutta ed essere educata con le persone. Per il resto potevo fare quello che volevo. Una pacchia per me. Non amava le smancerie e a me andava benissimo. I baci, che i parenti si ostinavano a stamparmi sulle guance, mi sembravano sempre bavosi e mi pulivo la faccia con la mano, con ostentazione. Mamma mi fulminava con lo sguardo, io facevo finta di non accorgermene. Non ricordo che la zia mi abbia mai baciata. Neppure quando arrivavo o partivo per tornare a casa. Si limitava ad accogliermi sulla porta e a guardarmi con gli occhi ridotti ad una fessura, per difendersi dalla luce forte del sole estivo, in quello che io intuivo essere un esame per controllare lo stadio della mia crescita. Mi prendeva per mano e mi accompagnava nella stanza che aveva preparato per me. Dalle persiane, accostate per tenere lontano il calore troppo forte, filtrava una luce azzurrina. Il letto con la testiera di ferro battuto era coperto con un copriletto bianco, liscio al punto che io mi figuravo che la zia lo stirasse sul posto. I mobili semplici di legno scuro erano lucidi e senza un granello di polvere. Nella stanza l’odore della lavanda messa nei cassetti della biancheria si mescolava con quello della cera per pavimenti. Io sono cresciuta e la zia è invecchiata. Sono io, ora, che mi occupo di lei. Che mi occupavo, di lei. Spero di averlo fatto nel rispetto della sua sensibilità, come lei aveva fatto con me. C’era un legame speciale tra noi, fatto soprattutto di stima. Ho sempre ammirato la sua intelligenza lucida e vagamente fredda e ho il sospetto che Evelina apprezzasse in me le stesse doti, ma ho sempre avvertito un che di non detto e sfuggente nella vita della zia. Conduceva una vita semplice, nella sua casa di campagna. Eppure a volte l’avevo sorpresa in piedi, davanti alla finestra, assorta e assente. Se provavo a seguire il suo sguardo scoprivo che non stava fissando nulla di reale. I suoi occhi non si posavano su alcun oggetto, era piuttosto un guardare dentro se stessa, una visione nota solo a lei che la trasfigurava. Il suo viso assumeva un’espressione sognante e subito dopo i suoi occhi luccicavano di lacrime trattenute. A quel punto si riscuoteva come si fosse risvegliata da un sogno e riprendeva con energia le attività che aveva interrotto. Non c’era confidenza o complicità tra noi, per questo non ho mai osato farle domande, ma c’era un sentimento di profondo, consapevole rispetto reciproco. Sono convinta che anche questo, non sia altro che un aspetto dell’amore. A causa del suo carattere orgoglioso e indipendente ha accettato con una certa fatica e con rassegnazione la presenza ormai indispensabile della badante. Alina si è dimostrata la persona giusta. Discreta, pulita, affidabile e paziente. È stata una vera fortuna trovarla. Si occupa della zia da più di due anni e sempre con grande efficienza. A causa della sua naturale riservatezza la zia non le mostrava i suoi sentimenti, ma si capiva che aveva finito per esserle grata per la sollecitudine piena di discrezione che metteva nell’occuparsi di lei. E ora è tutto finito. Un pezzo della mia vita se ne va con lei. Non avrò più a chi chiedere quante volte mi sono sbucciata le ginocchia. Non ci sarà chi mi farà le patatine fritte più croccanti del mondo. E, ti ricordi, zia, quella volta che ho fatto indigestione di ciliegie? E quella volta che ho azzoppato con un calcio la gallina che mi era antipatica e tu avevi fatto finta di non sapere che ero stata io? E quel giorno che è venuto quel temporale tremendo… E quella volta che il cane del vicino mi inseguiva… Non avrò più a chi chiedere dei miei dodici anni, della mia adolescenza sbocciata proprio qui. Le lacrime mi hanno resa cieca per un attimo e manca poco che vado a finire nel fosso. Mi rendo conto che la sua morte mi colpisce al di là del dolore per la sua scomparsa. È la perdita del pezzo di me che lei si porta via che mi addolora di più. Un pezzo di carne viva tagliata col coltello. Sarà meglio che mi concentri nella guida e recuperi il mio sangue freddo. Alina sarà in uno stato pietoso. Mica posso fare così. Ora mi ricompongo e rientro nel mio ruolo di donna forte che tutti conoscono. Posteggio e, prima di entrare mi soffermo a guardare la casa da fuori. Mi fa un effetto strano, come se la vedessi per la prima volta. Un altro pezzo di vita che dovrò lasciare. Il luogo dove ho passato tante ore e provato tante diverse emozioni sparirà dalla mia vita. La consapevolezza di questa ulteriore perdita mi incute un senso di smarrimento e di attesa, come se non tutto si fosse ancora compiuto. Come se la morte della zia non fosse che il preludio ad altri avvenimenti che devono ancora succedere. È strano come un fatto grave, come la morte, faccia cambiare la prospettiva con cui si guardano cose che abbiamo avuto sempre sotto gli occhi. È come se le guardassimo per la prima volta, e ci paiono all’improvviso diverse.
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