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750 Parole
3Alina è in lacrime. Sicuramente sono dovute al dispiacere per la morte della sua padrona, ma anche allo spavento che ha provato e al timore per il suo futuro. Mi guarda con i suoi occhi azzurri da slava, pieni di sgomento. Malgrado la corporatura robusta la avverto per la prima volta fragile e vulnerabile. – Vieni, signora, è di là nella sua stanza. Guarda, sembra che dorme. Io credo lei non ha sofferto niente. Entro nella stanza e mi faccio forza per dare un’occhiata alla zia. Non ho nessuna voglia di vedere la morta. Non che i morti mi facciano impressione. Assolutamente. Se non li ho conosciuti da vivi. Se sono parenti o amici la musica cambia. Eccome! Un morto è un involucro. Lo spirito vitale se n’è andato ed è penoso constatare che proprio quello, quello che per noi era familiare è sparito. Quello che amavamo, quello che conoscevamo. La voce, un gesto della mano, l’occhiata di intesa, l’affetto che sapevamo sincero, quel sorriso un po’ canzonatorio, l’espressione malinconica, quel modo di sbucciare le mele, quel rumore irritante dello schioccare delle dita... Quello che ci faceva sorridere o incazzare, tutto questo, non c’è più. Resta un corpo che ci è estraneo, come appartenesse ad una persona sconosciuta. Avrei preferito ricordare la zia da viva. Naturalmente non è possibile e cerco di superare l’emozione e guardo il corpo. È completamente coperto dal lenzuolo il cui risvolto poggia su di un copriletto bianco di piqué, vecchio almeno quanto la zia e di un candore abbagliante. Somiglia a quello che stava sul letto della mia camera, quando venivo qui in estate. Magari è proprio quello. Solo il viso è scoperto. Un viso cereo, dal naso affilato e dalle labbra esangui. Non mi ero accorta che fosse così smagrita negli ultimi tempi. Gli occhi sono socchiusi. Danno l’impressione che la zia guardi di sottecchi. Un brivido mi corre lungo la schiena. Come avevo previsto, provo la sensazione che quel corpo non appartenga alla persona che ho amato, ma a un’estranea. Il soffio vitale che ha abbandonato il corpo, ne ha snaturato l’essenza, riducendola ad una carcassa che mi lascia fredda e priva di affetto. L’affetto se ne è andato tutto dietro lo spirito della zia. Potrò ritrovarlo solo nel ricordo di lei viva. Comincio a sentirmi a disagio perché ho l’impressione che mi stia sbirciando da sotto le palpebre semichiuse, come se volesse comunicarmi qualche cosa. Sarà meglio che esca dalla stanza prima di immaginarmi chissà quale fenomeno paranormale. Non è proprio da me. In quanto agnostica razionalista non posso permettermi divagazioni del genere. Sarà senza dubbio una suggestione dovuta allo shock o al brusco risveglio. Alina mi guarda interrogativa e si aspetta che le chieda come è successo. Ha ragione naturalmente e dunque procedo con le domande. – Come mai ti sei alzata stanotte? Ti ha chiamato? – No, no. Io sempre mi alzavo una volta, la notte per vedere se tutto a posto. Accompagnavo la zia in bagno. Poi tornavo a letto. E questa notte quando sono andata nella stanza ho visto lei con gli occhi aperti, ma si vedeva il bianco, capisci. E respirava male. E subito dopo non respirava più. – Quando verrà il medico ci dirà qualche cosa di più. Anche se non so proprio cosa potrà capire vedendola così... Ieri sera ha mangiato? – Sì, ma poco. Questi ultimi giorni non aveva molto appetito. Ieri sera ha voluto solo minestrina. Io ho fatto. Poi ho messo a letto e ho letto qualche pagina. – Che libro le stavi leggendo ieri sera? – Un libro difficile per me. E anche un po’ strano. Quella che scrive si chiama Colette, e il libro Chéri. Accidenti. Che tipo la zia! Chi l’avrebbe mai detto? Colette! Le letture della zia mi sorprendono. Colette! In realtà non dovrei meravigliarmi. Evelina era una donna speciale, ma non immaginavo potesse interessarsi a un personaggio passionale, trasgressivo e frivolo come Léa. Forse il suo essere fredda e distaccata era solo una maschera. Una difesa. Come tutti noi cercava di apparire in un certo modo, ma dentro aveva ben custodito il suo essere segreto. E coccolava nell’intimità le pieghe più profonde della sua essenza. Probabilmente non le mostrava mai a nessuno o, forse, solo pochi privilegiati avevano potuto conoscerle. Chissà se qualcuno, qualche persona speciale era arrivata ad intuirle, o addirittura a condividerle. Sarà difficile scoprirlo ora che la zia non può più chiarire i miei dubbi. E assurdamente, proprio ora che lei non può più farlo, provo il desiderio di avere risposte alle mie domande. Chissà se riuscirò mai a sapere chi era veramente la zia Evelina?
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